Con un sorprendente Timothée Chalamet, la storia di un talento ai margini che trasforma lo sport in un ascensore sociale: un antieroe contemporaneo in un’America cinica, dove il caso conta quanto l’abilità. Dal 22 gennaio al cinema. Vai all'articolo
Ci sono biopic sportivi, e poi c’è Marty Supreme. Che rivoluziona non solo la grammatica del film biografico, ma la parabola narrativa stessa dell’eroe sportivo: Marty Supreme è sì un giocatore di talento, ma lo troviamo sin dalla prima scena a vendere scarpe. È uno che nella vita si arrabatta, escogita stratagemmi per farcela, per svoltare, per arrivare a fine mese. Il gioco per lui non è solo sogno, obiettivo agonistico, meta agognata: è soprattutto un ascensore sociale, un’idea di vita diversa, l’utopia di una scalata ai massimi livelli. Perché Marty è, fino alla fine, un perdente. È l’idea clamorosa che regge il film di Josh Safdie, raccontare un loser con un grande talento. Perdente non in senso sportivo, ma sociale: è uno che ancora non ce l’ha fatta, uno di quelli che fugge a perdifiato in canotta e si rifugia a dormire nelle bettole (in cui crolla pure la vasca) o prega per un letto a casa di amici. Vai all'articolo
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