| Anno | 2024 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 115 minuti |
| Regia di | Paolo Virzì |
| Attori | Silvio Orlando, Sabrina Ferilli, Christian De Sica, Laura Morante, Andrea Carpenzano Vinicio Marchioni, Anna Ferraioli Ravel, Emanuela Fanelli, Rocco Papaleo, Raffaele Vannoli, Lorenzo Fantastichini, Claudia Della Seta, Silvio Vannucci. |
| Uscita | giovedì 7 marzo 2024 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| MYmonetro | 3,13 su 26 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 7 marzo 2024
Il seguito dell'acclamato Ferie d'Agosto del 1996, film cult che valse a Paolo Virzì il David di Donatello come Miglior Film. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Un altro ferragosto ha incassato 1,8 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Sono passati quasi trent'anni da quando Sandro Molino e la sua famiglia sono approdati a Ventotene per trascorrere sull'isola le ferie d'agosto e sostenere i loro principi e stile di vita "di sinistra" contro l'arroganza da "nuovi barbari" Mazzalupi, i vicini freschi di vittoria berlusconiana. Il ritorno di entrambi i clan sull'isola è l'occasione per un nuovo confronto e per il ritrovamento di vecchi e nuovi personaggi: Sandro, ora in fin di vita, attaccato a ricordi che di molto lo precedono mentre fa pipì ovunque e non sa più come si chiama il mare; sua moglie Cecilia, che cerca ancora disperatamente l'attenzione del marito; Marisa e Luciana Mazzalupi, ora vedove, che si concentrano l'una sul nuovo compagno Pierluigi, sedicente imprenditore che ha promesso di portarla a Dubai, l'altra sulla figlia Agnese che è diventata l'influencer Sabbry e sta per sposarsi con Cesare, un arrivista con tatuata sul braccio la scritta "Memento audere sempre".
Tornano sull'isola anche i figli di Cecilia: Martina con il piccolo Tito che pende dalle labbra di nonno Sandro, e Altiero, concepito proprio a Ventotene con Sandro di cui è diventato la nemesi, perché vive in America ed è diventato ricchissimo grazie ad un'app che oscura i dati sensibili di chi la usa.
Non mancano altri reduci della vacanza precedente: la coppia gay Betta e Graziella, il provolone alternativo Roberto, lo scanzonato Ivan, il figlio di Luciana Massimo (nella realtà figlio di Ennio Fantastichini) e il cinefilo Mauro, l'unico rimasto a Ventotene per quasi trent'anni.
Più che ripresi dal film precedente, questi personaggi sono riesumati, in un film che si confronta continuamente con il tema della morte: quella fisica di Ruggero e Marcello e dei loro indimenticabili interpreti Ennio Fantastichini e Piero Natoli; quella politica delle ideologie; e soprattutto quella semantica delle parole: perché in Un altro Ferragosto le parole sono importanti, tanto quelle rimosse, come "fascista", quanto quelle che scivolano via dalla memoria di Sandro per fare posto ai ricordi, i neologismi inglesi che affollano i discorsi vuoti dell'entourage di Sabbry quanto i nomi dati ai figli per mantenere vivo il ricordo di una stagione tramontata, e infine la colata di veleno che uscirà dalla bocca di Daniela, ex moglie di Cesare, coro delfico che accompagna una varia umanità meritevole solo dell'estinzione.
Non è un caso dunque che Un altro Ferragosto inizi con l'audio delle conversazioni celebri del film di cui è il seguito, concludendo con la più memorabile: "Non ce state a capì più un cazzo, ma da mo'", che allora si riferiva alla sinistra, e oggi si è allargata a tutti.
Un altro Ferragosto è un film di parole, in una sceneggiatura (di Francesco Bruni e Paolo e Carlo Virzì) tracimante dialoghi che si sovrappongono e rimbalzano l'uno sull'altro, creando una confusione che non diventa mai fuoco d'artificio (quelli sono appannaggio delle celebrazioni kitch degli influencer) e che ripropone un continuo stop and go drammaturgico, riflesso del meccanismo irrimediabilmente inceppato di un "Paese senza": senza vergogna, prospettive, crescita economica e politica, senza più Storia e senza grandi alternative alla ripetizione coatta di una danza macabra e inconcludente (il che spiega i finali abbozzati e irrisolti del film).
Diretto da Paolo Virzì con il suo classico piglio a metà fra il rabbioso e il rassegnato, Un altro Ferragosto è parente stretto di almeno altri due film: Il sol dell'avvenire di Nanni Moretti e quell'Ovosodo che non andava né in su né in giù partorito dal team Virzì-Bruni un anno dopo Ferie d'agosto. Del primo ha il disorientamento personale e politico, il ballo solipsistico, l'alterità (non a caso il nome chiave di Un altro Ferragosto è Altiero) rispetto al presente, e la tentazione di rifugiarsi nell'amore muliebre come unica realtà sensata. Del secondo ha lo shadowing (per dirla come Sabbry) di alcuni personaggi: Altiero, interpretato da Andrea Carpenzano, incrocio fra il dolente Piero e il "venduto" Tommaso; Daniela, una Lisa per il Ventunesimo secolo; la moglie di Mauro, che fa al marito un discorso analogamente consolatorio a quello che Susy faceva a Piero nel finale di Ovosodo, e lui quasi quasi ci credeva (ma l'ovosodo sta proprio in quel "quasi quasi").
Ferie d'agosto aveva intuito la deriva che stava prendendo l'Italia berlusconiana e l'incapacità di farle argine di coloro cui non sarebbe piaciuta l'etichetta di radical chic, ma se la sarebbero ampiamente meritata. Un altro Ferragosto è invece una decalcomania popolata da nostalgici di un passato irripetibile, scommettitori su un'alternativa irrealistica (il similgrillino Roberto), cinici profittatori di una svolta destrorsa senza idee, e turbocapitalisti che utilizzano le nuove tecnologie, il cui linguaggio si basa su un banale on e off che toglie significato alla parola, per accumulare profitti senza sostanza e irretire generazioni senza radici.
Se Un altro Ferragosto appare slegato e inconcludente è perché questa è la "realtà" che rappresenta: un ibrido guazzabuglio da operetta, un pollaio ricostruito ad arte, una collezione di frammenti che non potranno mai ammontare a una figura intera, e soprattutto una cacofonia di parole "senza igiene", in una comunicazione in cui "metti er core e via" e sposti perennemente il discorso in modo che non se ne possa afferrare la vacuità, né riconoscere l'inadeguatezza esistenziale.
In una sera d'agosto del 1996, nella casa di Ventotene dove il giornalista Sandro Molino trascorreva le vacanze, la sua compagna Cecilia gli rivelò di essere incinta.
Oggi Altiero Molino è un ventiseienne imprenditore digitale e torna a Ventotene col marito fotomodello per radunare i vecchi amici intorno al padre malato, per regalargli un'ultima vacanza in quel luogo per lui così caro. Non si aspettava di trovare l'isola in fermento per il matrimonio di Sabry Mazzalupi col suo fidanzato Cesare: la ragazzina goffa figlia del bottegaio romano Ruggero, è diventata una celebrità del web e le sue nozze sono un evento mondano che attira i media e anche misteriosi emissari del nuovo potere politico.
Due tribù di villeggianti, due Italie apparentemente inconciliabili, destinate ad incontrarsi di nuovo a Ferragosto, per una sfida stavolta definitiva.
Sequel e aggiornamento di Ferie d'agosto, uno dei primi successi di Paolo Virzì che risale ormai a 27 anni fa, vede il ritorno di buona parte del cast originale (con Silvio Orlando, Sabrina Ferilli e Laura Morante) e l'arrivo di una nuova generazione di attori (Vinicio Marchioni, Lorenzo Fantastichini ed Emanuela Fanelli). La più netta sostituzione rispetto all'originale è quella del compianto Ennio Fantastichini, a capo della famiglia Mazzalupi, che ora ha un nuovo "patriarca" interpretato da Christian De Sica. Inoltre appaiono, in un dialogo immaginario, personaggi storici come Sandro Pertini, Eugenio Colorni, Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann.
Con "Un altro ferragosto" Virzì racconta la contemporaneità con cinismo e ironia, regalandoci un film che mescola intelligentemente commedia e dramma in maniera originale e sapiente. Ventotto anni dopo, Ventotene non è più mèta esclusiva e quasi inospitale. Il turismo di massa ha sfigurato l'isoletta.
Paolo Virzì è in sala col suo nuovo film Un altro ferragosto. È una sorta di sequel di Ferie d’agosto, del 1996. Allora, all’isola di Ventotene, arrivavano due gruppi. Il primo fatto da alternativi, verdi e comunisti: chi suonava canzoni rivoluzionarie, chi faceva nudismo, chi si faceva una “canna”. Arrivava un secondo gruppo, superborghese: insomma, idee e ideologie opposte. La sera di ferragosto si scontravano le due mentalità: discorsi sociali, politici, luoghi comuni a non finire. Virzì, tanti anni dopo riporta i due gruppi, quel che ne è rimasto, laggiù. Il confronto è più difficile. Hanno fatto irruzione i social, gli influencer, i talk esasperati. L’Italia è cambiata e Virzì possiede talento e cultura per darne un’istantanea credibile, divertente, e… messa male.
A Virzì appartiene una qualità molto rara, rispetto a quasi tutti i colleghi italiani: sa scrivere. La sua storia va illustrata perché coinvolge gente dalla penna straordinaria. Per cominciare Furio Scarpelli che con Agenore Incrocci, meglio conosciuto come Age, ha firmato alcuni dei più importanti film italiani della cosiddetta Commedia, siamo nell’età dell’oro. Virzì sta molto attento alle indicazioni e alla storia di Scarpelli. La loro collaborazione si sublima attraverso il film Tempo di uccidere, e non è casuale che l’ispirazione derivi da un’altra penna autorevole, Ennio Flaiano. Ma non è finita: ci sono altri due nomi nobili connessi a Virzì, Raffaele La Capria, col quale scrive Una questione privata (guarda la video recensione), dal romanzo di Beppe Fenoglio, altro maestro allineato ai nomi fatti. E così Paolo Virzì, dopo cotanti rapporti era pronto per il suo destino di autore di vertice. Naturalmente alla scrittura ha saputo far aderire la qualità dell’immagine, la regia.
Classe 1964, Paolo è in pieno possesso della sua energia e della capacità di inventare oltre il convenzionale. È sempre stato così. Negli anni meno… ricordabili del cinema italiano dei penultimi decenni Virzì si è sempre posto come talento sicuro e garante. Andavi al cinema e sapevi che ne valeva la pena. Certo siamo italiani, l’arte ci appartiene per storia e non è possibile che, anche in epoche meno fortunate, qualche eccezione, qualche picco, non si palesasse. E così evoco gli Oscar di Salvatores, Benigni e Tornatore. Virzì, anche in quegli anni, come detto, era una qualità trasversale. Non ha vinto l’Oscar ma non importa. E comunque i suoi premi li ha raccolti: il Leone d’argento a Venezia per Ovosodo, molti David di Donatello e Nastri d’argento.
Rivedi Ferie d’agosto di Paolo Virzì, il film del 1996. E scopri delle cose che, quando lo hai visto ventotto anni fa, non avevi notato. Forse, non potevi notare.
La storia la ricordavi vagamente: due gruppi di amici prendono due case in affitto, l’una vicina all’altra, nell’isola di Ventotene. Un gruppo di amici – Silvio Orlando, la sua compagna Laura Morante, il naturista anarchico Gigio Alberti, Antonella Ponziani, Raffaella Lebboroni e altri – sono democratici, progressisti, intellettuali. Insomma, “di sinistra”. I vicini – Ennio Fantastichini, Piero Natoli, Sabrina Ferilli, Paola Tiziana Cruciani – sono burini, qualunquisti, volgari. Disinteressati alla politica, in quel modo che è già un prendere posizione.
Ovviamente, sono scintille, dissapori, tensioni, provocazioni. Ci scapperanno anche un colpo di Beretta calibro 9 e un paio di amori incrociati, con incroci al chiaro di luna fra Capuleti e Montecchi balneari. Perché l’insoddisfazione, personale e sentimentale, regna, equamente distribuita fra i due campi.
Beh, che cos’è che noti, che appare visibile adesso, come le cose che ti colpiscono in una vecchia fotografia? Beh, ti rendi conto che Ferie d’agosto era una delle ultime commedie all’italiana, e forse ne era anche un po’ un riassunto. Già da quel titolo, che evoca il film di Luciano Emmer, Una domenica d’agosto, che nel 1950 raccontava gli italiani che andavano al mare, cercando di ritagliarsi un metro quadro di felicità sulla sabbia popolare del lido di Ostia. E si scrollava di dosso, cinematograficamente, la miseria della guerra, la corsa della Magnani, il volto triste di Lamberto Maggiorani e della sua bicicletta, il neorealismo.
Trentadue anni dopo Paolo Virzì torna a raccontare nel film Un altro Ferragosto la polarizzazione politica, culturale, antropologica della gente italica. E lo fa con analoga accortezza e maestria. Non è cambiato Virzi ma i suoi protagonisti. Non solo annebbiati nella loro anzianità ma fondamentalmente tristi, rassegnati e disperati allo stesso tempo.