| Anno | 2025 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | USA |
| Regia di | Jaffar Mahmood, Liza Johnson |
| Attori | Uzo Aduba, Barrett Foa, Juliette Jeffers, Edwina Findley Dickerson, Al Mitchell Brett Tucker, Paul Fitzgerald, Sumalee Montano, Julieth Restrepo, J.D. Hall, Timothy Hornor, Keiko Agena, Rebecca Field, Catherine Carlen, Jodi Bianca Wise, Roslyn Gentle, Michael Anthony Spady, Soledad Campos, Eliza Coupe, Kylie Minogue, Jane Curtin, Mel Rodriguez, Tara Karsian, Chris Grace, James Babson, Tempany Deckert, Izzy Diaz, Nathan Lovejoy, Euriamis Losada, Cinda Adams, Giancarlo Esposito, Jason Lee, Randall Park, Andre Braugher, Bronson Pinchot, Ken Marino, Mary Wiseman, Susan Kelechi Watson, Isiah Whitlock jr., Spencer Garrett, Matt Oberg, Alexandra Siegel, Ryan Farrell, Dan Perrault. |
| MYmonetro | Valutazione: 2,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 25 marzo 2025
Un giallo strampalato ambientato nei piani alti, in quelli bassi e nei corridoi della Casa Bianca, tra l'eclettico staff della residenza più famosa del mondo.
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CONSIGLIATO NÌ
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Durante una sontuosa cena ufficiale alla Casa Bianca, organizzata per accogliere una delegazione straniera, un collaboratore dello staff presidenziale viene brutalmente assassinato. La scoperta del corpo, in una delle stanze private della residenza, fa esplodere il caos dietro le quinte dell'apparente perfezione cerimoniale. Viene così chiamata a indagare l'agente Cordelia Cupp, profiler dell'FBI nota per i suoi metodi eccentrici ma efficaci. Mentre la Casa Bianca si trasforma in un teatro dell'assurdo - con maggiordomi, chef, consiglieri, ospiti e membri della famiglia presidenziale tutti potenziali sospetti - Cupp tenta di decifrare i segreti e le tensioni che si celano dietro l'apparato istituzionale.
Netflix è sempre più impegnata nell'esplorazione dei generi narrativi e, tornando a tingersi di giallo, chiama Paul William Davies - collaboratore di lunga data di Shonda Rhimes, la cui Shondaland produce questa miniserie in 8 episodi.
L'adattamento seriale del bestseller di Kate Andersen Brower (del 2015) è ambientato in una sontuosa e molto affollata Casa Bianca, dove un omicidio avvenuto durante una cena di stato scatena un'indagine lunga, intricata e costellata di false piste. Il tentativo è chiaro sin dalle prime scene: rilanciare il whodunit classico all'interno delle dinamiche e dei linguaggi contemporanei, sfruttando anche la notorietà di alcune tra le più importanti celebrità seriali, come nel caso, qui, del sempre eccelso Giancarlo Esposito, che troviamo piacevolmente nei panni della vittima. Si affastellano così colte citazioni, attese sovvertite e una grande abbondanza di colpi di scena. The Residence è un prodotto molto elegante, anche ambizioso sotto certi punti di vista, e certamente molto riuscito da quello visivo, ma afflitto da una narrazione ipertrofica.
L'accumulo di elementi narrativi da un lato è bilanciato dall'ottima interpretazione di Uzo Aduba (la nostra amatissima Suzanne "Crazy Eyes" di Orange Is the New Black), che qui mette in campo tutta la sua... pazienza. La detective Cordelia Cupp è infatti pacata, riflessiva, silenziosa; sguardi fissi, lunghe pause, momenti di attesa, controbilanciano gli WTF quasi episodici, in parte risolvendo il problema. Inoltre, la scelta della Casa Bianca come teatro di un "Cluedo presidenziale" introduce una nota straniante e volutamente grottesca, che gioca con i simboli del potere e con l'apparato rituale della politica americana, deformandoli attraverso la lente del thriller. La detective si muove perciò come un'outsider (da cui la scelta ottimale di Aduba) in un ambiente dove l'etichetta, i privilegi e le apparenze contano più della verità.
Oltre alle molto ben intrecciate sottotrame, da rilevare è anche la capacità - ormai storica, una cifra stilistica degli "Shonda shows" - di mescolare istanze contemporanee - dalla microcelebrity dei social alla rappresentazione di personaggi LGBTQIA+, qui eleggendo e mostrando il primo presidente americano omosessuale, con tanto di First Gentleman - in un prodotto che non risulta, per quanto riguarda almeno questo aspetto, artificioso. Siamo cioè dall'altra parte dello spettro visivo rispetto all'altro, grande e importante interlocutore di queste istanze, che trasforma per tali ragioni l'artificiosità in una firma stilistica (Ryan Murphy).
La cornice narrativa di The Residence, dicevamo, è carica di potenzialità, e promette una riflessione più ampia sul rapporto tra verità e rappresentazione, tra politica e spettacolo. Ma il potenziale satirico del contesto resta in gran parte inespresso, sacrificato a favore di una narrazione che predilige la moltiplicazione degli enigmi alla loro effettiva risoluzione. La serie ci mette costantemente al centro di una bilancia starata, dove il racconto dichiaratamente whodunit ha però sempre anche i caratteri dell'howdunnit, che rimanda alla mente quell'accumulo di colpi di scena - con criminale e crimine già noti - che ha definito l'altro grande successo di Shondaland, Le regole del delitto perfetto (How to Get Away with Murder). Allora, come qui (seppur in un sottogenere differente), l'accumulo di colpi di scena si fa artificioso: percepiamo cioè l'azione di chi crea, di chi produce e nasconde, cela, dietro stratagemmi narrativi, la verità.
La scelta di strutturare la serie come un lungo e articolato puzzle narrativo si allinea con molte delle tendenze recenti della serialità crime, primo fra tutti Only Murders in the Building, di cui ritroviamo infatti l'atmosfera true crime. Tuttavia, mentre in queste serie il gioco combinatorio tra indizi e punti di vista si traduce in un'esperienza coesa, con un movimento empatico che avviene anche nel coinvolgimento degli stessi protagonisti, come nella serie Hulu di Steve Martin e John Hoffman, The Residence finisce invece per rimanere intrappolata nella propria architettura.
L'effetto cumulativo porta spesso a una sensazione di confusione: ciò che all'inizio appare come un raffinato meccanismo a orologeria - e così ci viene presentato anche il processo deduttivo della detective, non a caso appassionata di birdwatching - si sfilaccia progressivamente in una successione di deviazioni, sottotrame e twist che perdono forza proprio perché si moltiplicano all'infinito.
Si perde così una grande occasione, quella dell'ambientazione simbolica: la Casa Bianca non viene mai veramente interrogata come scelta narrativa, e finisce per essere solamente un buon selling element per un giallo, alla fine dei conti, non troppo originale. La possibilità di un discorso politico - sulla trasparenza, sulla manipolazione mediatica, sul controllo dell'informazione - resta sullo sfondo, solo evocata, in una realtà contemporanea che chiede, pretende anzi una simile riflessione.
Rispetto ad altri prodotti dello stesso genere o affini, The Residence è poco centrata; non a caso si sbilancia verso l'howdunnit, ma sempre lungi dallo spingersi troppo oltre, verso quel whydunit (se non facendolo solo in calce alla serie), così da evitare di rispondere a una domanda che rimanda ad altre risposte complesse e reali. Ne deriva una serie molto ansiosa di dimostrare il proprio valore e, perciò, meno disposta a fidarsi della semplicità come veicolo di efficacia: un giallo che teme la verità, proprio mentre ne promette la rivelazione.