Aldo Cazzullo è un unicum, è giornalista vero e cultura della storia dei mondi, efficacia nell’approccio diretto col pubblico. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti
Conosco tanta gente di varie fasce, cultura, cinema, istituzioni, giornali. Gente di qualità dalla quale ho imparato. Ho selezionato e mi sono fermato. Ma Aldo Cazzullo lo vorrei conoscere. Nel panorama della comunicazione italiana, anche se non tutto è condivisibile e… condiviso, è un unicum – e dovrei aggiungere un “forse” altrimenti cado negli assoluti e non va mai bene. –
Nella puntata sulla morte di Cesare il conduttore, coi suoi due giovani competenti collaboratori Claudia Benassi e Raffaele di Placido sta percorrendo il cammino che (forse) fece Cesare per trasferirsi da casa sua al Senato dove i suoi assassini lo aspettavano proprio davanti alla statua di Pompeo, suo antico nemico. I tre arrivano davanti a un bar, quel sito fa parte di una vicenda storica, perché non entrare e prendere un aperitivo. Ma sì, ci può stare, occorre fare fatturato.
A Cazzullo non mancano i detrattori, gli argomenti possono essere l’eccessiva sicurezza, la mancanza del dubbio, qualcuno dice persino arroganza. Questo è il piatto della bilancia del meno. Poi c’ l’altro del più, ed è molto più pesante. Cultura generale delle cose di adesso, è giornalista vero, e cultura della storia dei mondi, a partire da molto indietro, da quando la cultura esiste, come emerge dalle sue giornate particolari: dall’Antico testamento a Ornella Vanoni. E poi: ricchezza di vocabolario, efficacia nell’approccio diretto col pubblico. E’ instancabile nella ricerca e nella profondità degli argomenti. Certo, ha dei collaboratori, ma poi tutto finisce nel suo giudizio e nella sua memoria. E poi, naturalmente i mezzi tecnici, tecnologici, i più avanzati della piattaforma su cui agisce. Certo lo apprezzo, altrimenti non gli avrei dedicato l’editoriale, quasi mai mi sono occupato del piccolo schermo.
Fra i temi trattati la mia memoria di getto recupera Mussolini, Garibaldi Cleopatra, Leonardo, Roma antica, D’Annunzio, El Alamein, Giordano Bruno, Dante, Cesare, Padre Pio, la Creazione: secoli e caratteri decisamente diversi, ed è la cosiddetta punta dell’iceberg, c’è molto, molto altro.
Procedendo nel racconto devo stare agli episodi singoli, per via dello spazio, altrimenti occorrerebbero le pagine di una Treccani, episodi che sono modelli funzionali dell’insieme. Sopra scrivevo “assoluto”. Procedendo nel suo lavoro settimanale, l’esercizio, l’esperienza e il successo hanno portato Cazzullo ad alzare sempre più l’asticella, a sentirsi più sicuro e accreditato. A ritenere che la sua verità finisca per essere non solo la sua, ma molto più vasta, magari assoluta. Nella “giornata” del Rinascimento Cazzullo definisce Michelangelo: “Il più grande artista che l’umanità abbia conosciuto”. Sì, un assoluto. Ma subito qualcuno potrebbe dire “e Leonardo, Raffaello, Rembrandt, Picasso? Un dibattito infinito. Dal quale però esco perché, lo confesso, sto con Aldo. Mi permetto: tutti quelli citati sono giganti, sono l’invenzione e la perfezione, sono soggetti per la sindrome di Stendhal. Ma il Buonarroti con la sua Pietà Rondanini aveva creato un’opera concettuale 350 anni prima del concettuale, e di Picasso. Era l’unico investito da una grazia superiore e misteriosa. Ma mi limito a pensare che l’assoluto sia mio, non del mondo.
Nella puntata “Il genio italiano” del 7 gennaio il narratore ha privilegiato Dante, con un focus sul canto XXVI dell’Inferno e racconta Ulisse, che Cazzullo definisce l’eroe della civiltà avanzata, rileva la sua insaziabile ricerca della conoscenza che lo porta a superare le colonne d’Ercole, a sfidare il mistero e la divinità. E sprona i suoi compagni “Fatti non foste a viver come bruti // ma per seguir virtute e canoscenza.” Questa sua passione estrema lo porterà alla morte. Cazzullo la descrive attraverso i versi finali del canto, che definisce, i più alti espressi dal genio umano. Un altro assoluto. Recita, a memroia.
Quando n’apparve una montagna, bruna // per la distanza e parvemi alta tanto
// quanto veduta non avëa alcuna // noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; //
ché de la nova terra un turbo nacque // e percosse del legno il primo canto //
Tre volte il fé girar con tutte l’acque; //a la quarta levar la poppa in suso //e la prora ire giù, com’altrui piacque //infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso.
E qui, per un dibattito, non un confronto, mi limito ad alcuni promemoria.
Talvolta troppo caldo splende l'occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s'oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
(Shakespeare)
Sempre caro mi fu quest'ermo colle // e questa siepe, che da tanta parte //
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.// Ma sedendo e mirando, interminati spazi //
di là da quella, e sovrumani // silenzi, e profondissima quiete //
io nel pensier mi fingo, ove per poco // il cor non si spaura.
(Leopardi)
Le donne i cavalier l’arme gli amori // le cortesie l’audaci imprese io canto // che furo al tempo che passaro i Mori // d’Africa il mare e in Francia nocquer tanto //
seguendo l’ire e i giovanil furori // d’Agramente lor re che si diè vanto // di vendicar la morte di Troiano // sopra re Carlo imperator romano.
(Ariosto)
Mi concedo un ultimo pensiero personale. Mi rifaccio alla collaborazione ventennale, con Francesco Alberoni, una delle intelligenze più illuminate della sua epoca. In Cazzullo, fatte le debite “sproporzioni” che però finiscono per diventare proporzioni, c’è qualcosa di lui. Una cultura profonda, un linguaggio con le categorie e i registri necessari per farsi capire dai laureati e non. Un pezzo di Alberoni sul sentimento condizionava i comportamenti. Ho conosciuto più di una donna, non felice, in bilico nel matrimonio, che leggendo un articolo e un’indicazione del “professore” trovava la spinta per cambiare condizione e farsi un amante. Non so se Cazzullo arriverà a tanto. Ma forse nelle certezze acquisite ritiene di esserci già arrivato.
Cambio registro: diretto.
«Caro Aldo, il cinema. Ho molto apprezzato il racconto del triangolo Magnani-Bergman-Rossellini con tanto di citazione del realismo eccetera. Ti dico che ho imparato qualcosa, io, titolare del Dizionario Farinotti punto fermo della critica e dalla cultura, accademico e fondatore con Gianluca Guzzo del sito MYmovies. Con una didascalia comune “dalla parte del pubblico” che mi sembra non sia distante da te. Le tue “giornate” non sono solo particolari, sono benemerite e necessarie, in questo momento di comunicazione di pensiero debole, deprimente, trash, politicamente stucchevole. Ciao.»