| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Liz Garbus |
| Attori | Mark Duplass, Ellen Pompeo, Dulé Hill, Sarayu Blue, Azriel Dalman Christina Hendricks, Kim Shaw, Jerod Haynes, Liam Anderson, Derek Webster, Briana Venskus, Rob Nagle, Diandra Lyle, Kelly Sry, Pam Murphy (II), Sofia Hublitz, Dominic Burgess, Mary Birdsong, Stacie Greenwell, Jacqueline Emerson, Patrick Faucette, Joe Sachem, Rey Herrera. |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 5 maggio 2025
Le vicende di una coppia del Midwest che adotta una bambina con una rara forma di nanismo.
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CONSIGLIATO NÌ
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Natalia Grace è una bambina ucraina affetta da nanismo, adottata da una famiglia americana. Dopo alcuni anni, i genitori adottivi iniziano ad accusarla di essere in realtà un'adulta che si finge minorenne per sfruttare il sistema di assistenza. La vicenda si sviluppa tra sospetti, indagini e colpi di scena, mettendo in discussione l'identità e l'età di Natalia.
Good American Family racconta una straordinaria vicenda, già oggetto di documentari, talk show e accese polemiche mediatiche, e lo fa nella sua trasposizione seriale per Hulu firmata da Katie Robbins (The Affair, Sunny), intrecciandola a complesse dinamiche sociali e legali.
Ne risulta un true crime che, nel tentativo di raccontare la verità, finisce per scontrarsi costantemente con la sua stessa ambiguità. Un'ambiguità così radicale da spingere l'ideatrice a spaccare letteralmente la serie in due.
Il progetto si fonda infatti su una scelta strutturale precisa: presentare nei primi quattro episodi la versione dei fatti dal punto di vista dei genitori adottivi, per poi virare, negli ultimi quattro, verso la prospettiva di Natalia. Questa costruzione duale mira a disorientare lo spettatore e a metterne in crisi ogni giudizio, e in effetti la transizione da un punto di vista all'altro risulta piuttosto brusca. Il passaggio è affidato quasi esclusivamente all'ottima interpretazione di Imogen Faith Reid, attrice adulta chiamata a incarnare un personaggio sospeso tra infanzia e maturità. Con pochi gesti, Reid restituisce tanto la fragilità quanto l'enigmaticità di Natalia: lo stesso sguardo o la stessa espressione possono assumere significati diametralmente opposti a seconda della parte della serie in cui si trovano, generando un efficace straniamento nello spettatore. Però, proprio a causa di una struttura così nettamente separata, ne risente la costruzione della suspense, lasciando emergere una sensazione di progressione narrativa discontinua.
Meno convincenti, inoltre, le interpretazioni di Ellen Pompeo nel ruolo di Kristine Barnett e di Mark Duplass (Creep) nei panni del marito: la prima fatica a scrollarsi vent'anni di Meredith Grey di dosso, il secondo risulta penalizzato da una semplificazione psicologica del personaggio. Similmente, Christina Hendricks (Mad Men), che interpreta Cynthia Mans - la donna che accoglierà Natalia salvandola dalla strada - riesce a costruire una figura materna alternativa, ma come i Barnett viene lasciata ai margini, schiacciata da un pregiudizio che, seppur forse fondato, condiziona fortemente la costruzione narrativa.
I primi quattro episodi finiscono così per diventare uno scherno, una sorta di satira della verità più che un'esplorazione della sua ambiguità; e l'estetica visiva adottata - lineare, quasi anonima - vanifica ogni tentativo di inserire suggestioni horror o grottesche. Una storia potenzialmente dirompente, capace di far emergere le contraddizioni del sistema giudiziario e delle convinzioni sociali americane, si trasforma così in un classico docudrama. Il tono non trova mai una coerenza piena: oscilla tra registri troppo diversi per armonizzarsi e viene infine castrato da un cambio repentino di prospettiva.
Non a caso, scrivere di questa serie risulta complesso: gli eventi narrati sono realmente stupefacenti (e già solo per questo se ne consiglia la visione), ma la resa è sorprendentemente poco ambiziosa, frenata da una premessa forte e, forse, da un altrettanto forte bisogno di riscatto. Il limite più vistoso della serie risiede nella distribuzione delle informazioni: l'insistenza iniziale sulla versione dei Barnett, per quanto funzionale al successivo ribaltamento, finisce per sacrificare l'approfondimento di aspetti cruciali, come la fragilità del sistema legale che ha permesso la riclassificazione dell'età di Natalia. Alcuni nodi fondamentali vengono liquidati con superficialità, mentre altri, di scarso rilievo, vengono reiterati fino alla ridondanza. Il tentativo di sollevare interrogativi su temi complessi - l'abuso istituzionale, il pregiudizio verso la disabilità, il ruolo dei media, la costruzione dell'identità familiare - è costantemente controbilanciato dall'espressione di un giudizio netto, che fa eco (paradossalmente) a quel medesimo sistema pregiudizievole che ha impedito a Natalia di far valere le proprie ragioni in tribunale.
Non abbiamo, alla fine, una comprensione più profonda degli eventi, ma un senso di disorientamento che nasce da un impianto narrativo incapace di gestire fino in fondo la complessità che mette in scena. La scelta di costruire la serie su due blocchi così separati, anziché su un intreccio progressivo di prospettive, finisce per indebolire la tensione e semplificare le ambiguità. Il passaggio diventa cioè funzionale a una lettura univoca, tradendo le sfumature del caso, la sua complessità. Il risultato è paradossale: nel voler affermare una sola verità, la serie frammenta il racconto in troppe mezze verità, e il giudizio prende il posto del dubbio proprio laddove sarebbe stato più interessante insistere sulle contraddizioni.