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Un film di Brady Corbet.
Con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn.
continua»
Drammatico,
durata 215 min.
- Gran Bretagna 2024.
- Universal Pictures
uscita giovedì 6 febbraio 2025.
MYMONETRO
The Brutalist |
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Eppur si muove
di frenky 90Feedback: 1121 | altri commenti e recensioni di frenky 90 |
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| sabato 20 dicembre 2025 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Centonovantacinque minuti intervallati da cartelli che annunciano “Ouverture” (come nei vecchi film di David Lean), parte 1, parte 2 e persino un intervallo (che a onor del vero appare di fatto come il minuto più inutile della storia del cinema) potevano spaventare soprattutto chi come me non è né un esperto né un appassionato del tema di fondo del magnum opus di Brady Corbet: l’architettura. Eppure dopo un inizio alquanto lento, bisogna dirlo, i colpi iniziano a salire e il ritmo appare coinvolgente nel seguire la vita ma soprattutto lo sviluppo di uno specifico lavoro in particolare di Laszlo Toth, brutale architetto nato dalla fantasia della penna dello stesso regista e di Mona Fastvold, che ne hanno curato soggetto e sceneggiatura, alle prese con la progettazione del centro ricreativo polivalente Van Buren da ergersi a Doleystown, in prossimità di Filadelfia, Pennsylvania. Ponendo subito l’accento sul ritratto del polarizzante protagonista dipinto da Adrien Brody si pone il rischio anche in questo caso, perlomeno personalmente non ho problemi ad ammettere di essere cascato in questa trappola, di banalizzarlo essendo a conoscenza dell’assegnazione della sua seconda statuetta agli Academy Awards, ritenendolo un lavoro troppo simile al suo peraltro splendido Pianista interpretato vent’anni prima nel capolavoro di Polanski, a mio parere la migliore pellicola realizzata sull’Olocausto. Invece dopo un incipit come dicevo prima un po' tedioso di cui risente anche la sua interpretazione relegata a pianti e abbracci un po' “già visti” nell’incarnazione del sopravvissuto alla Shoah, il personaggio traina il film che brilla per originalità e autenticità di momenti non banali di vissuto quotidiano, soprattutto per lo scontro di caratteri con l’ambiente che lo circonda. Se è sicuramente interessante il lavoro sull’accento straniero e sulla lingua che però è relegata ad estemporanei momenti che possono far felice il dialect coach sul set ma meno lo spettatore cui tali passaggi appaiono più una mera ostentazione di dizione che un autentico “scivolio” alle proprie origini, è certamente più apprezzabile la rappresentazione degli “spigoli” dell’uomo Laszlo che fa fatica a godersi anche i momenti più belli (vedasi le scene dell’accettazione del lavoro e l’accolta della moglie alla stazione) così come la messa in scena delle sue debolezze di cui la droga è solo la proverbiale punta dell’iceberg. Nulla c’è quindi di ripetitivo nell’ottimo lavoro di Brody che merita ogni riconoscimento, così come nel cast di contorno che si avvale di un Guy Pearce perfettamente a suo agio nell’uso del physique du role per il suo ruolo da abietto padre padrone e di una Felicity Jones in gran forma che torna nella parte della proverbiale grande donna dietro al grande uomo dopo “La teoria del tutto” del 2014, qui de facto con financo maggiore slancio dando corpo a quella che, nell’orgoglio, a tratti potrebbe definirsi una sorta di vera femminista ante litteram. Nel complesso la sceneggiatura tiene vivo l’interesse grazie anche all’ottima regia di Corbet, che mai cade nell’auto-compiacimento ma regala sprazzi di classe come nella sequenza del sogno premonitore di Toth, laddove il nefasto fumo della locomotiva si fonde con le nuvole prima di tingersi di rosso in una splendida inquadratura dall’alto, e nella scena ambientata nelle cave di marmo di Carrara che vengono svelate in tutta la loro magnificenza dapprima in un’altra soggettiva aerea (chissà che non avessimo trovato la prima vera dimostrazione di uso artistico dei droni?) e poi da molto vicino per ammirarne tutte le venature dopo essere state messe a lucido dal personaggio di Orazio con una colata d’acqua e adorate dalla guancia di Guy Pearce. A voler fare un appunto campanilista sarebbe stato meglio usare una bella canzone popolare autoctona come colonna sonora diegetica della scena successiva della festa al posto della pur bellissima “You are my destiny” cantata in inglese dalla pur italianissima Mina, ma è un peccato veniale quello che pongo alla vostra attenzione. Un po' da dimenticare invece le sequenze finali dell’epilogo ambientato alla Biennale di Venezia del 1980 che soffrono un po' troppo dell’effetto cartolina, peccano di didascalismo nel motivo in sottofondo tipicamente d’epoca che ci portiamo appresso in maniera alquanto ingiustificata come summa delle tre ore e rotte di racconto anche nella canzone scelta per i titoli di coda e, in generale, a mio parere fanno eccessivamente “documentario” (o potremmo anche dire mockumentary vista la natura fittizia del personaggio). In conclusione un’opera certamente interessante e che merita la visione e lo “sforzo”, non foss’altro che per l’ottimo lavoro tecnico complessivo anche della non ancora colpevolmente citata fotografia di Lol Crawley, anch’essa più che meritevole della statuetta dorata, perfetta nel dipingere i quadri delle architravi e dei punti luce del maestro, spesso opportunamente inquadrati dal basso per rendere giustizia agli alti soffitti per cui egli stesso nel film tanto lotta, per costringere a uno sguardo che tende verso l’alto e che supera confini, barriere e campi spinati cui era abituato, per emergere e farsi apprezzare anche molto lontano dalla via di casa. Di più da un chilometrico film su un architetto ungherese di pura inventiva non era davvero lecito aspettarsi.
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