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frenky 90
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sabato 20 dicembre 2025
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eppur si muove
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Centonovantacinque minuti intervallati da cartelli che annunciano “Ouverture” (come nei vecchi film di David Lean), parte 1, parte 2 e persino un intervallo (che a onor del vero appare di fatto come il minuto più inutile della storia del cinema) potevano spaventare soprattutto chi come me non è né un esperto né un appassionato del tema di fondo del magnum opus di Brady Corbet: l’architettura. Eppure dopo un inizio alquanto lento, bisogna dirlo, i colpi iniziano a salire e il ritmo appare coinvolgente nel seguire la vita ma soprattutto lo sviluppo di uno specifico lavoro in particolare di Laszlo Toth, brutale architetto nato dalla fantasia della penna dello stesso regista e di Mona Fastvold, che ne hanno curato soggetto e sceneggiatura, alle prese con la progettazione del centro ricreativo polivalente Van Buren da ergersi a Doleystown, in prossimità di Filadelfia, Pennsylvania.
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Centonovantacinque minuti intervallati da cartelli che annunciano “Ouverture” (come nei vecchi film di David Lean), parte 1, parte 2 e persino un intervallo (che a onor del vero appare di fatto come il minuto più inutile della storia del cinema) potevano spaventare soprattutto chi come me non è né un esperto né un appassionato del tema di fondo del magnum opus di Brady Corbet: l’architettura. Eppure dopo un inizio alquanto lento, bisogna dirlo, i colpi iniziano a salire e il ritmo appare coinvolgente nel seguire la vita ma soprattutto lo sviluppo di uno specifico lavoro in particolare di Laszlo Toth, brutale architetto nato dalla fantasia della penna dello stesso regista e di Mona Fastvold, che ne hanno curato soggetto e sceneggiatura, alle prese con la progettazione del centro ricreativo polivalente Van Buren da ergersi a Doleystown, in prossimità di Filadelfia, Pennsylvania. Ponendo subito l’accento sul ritratto del polarizzante protagonista dipinto da Adrien Brody si pone il rischio anche in questo caso, perlomeno personalmente non ho problemi ad ammettere di essere cascato in questa trappola, di banalizzarlo essendo a conoscenza dell’assegnazione della sua seconda statuetta agli Academy Awards, ritenendolo un lavoro troppo simile al suo peraltro splendido Pianista interpretato vent’anni prima nel capolavoro di Polanski, a mio parere la migliore pellicola realizzata sull’Olocausto. Invece dopo un incipit come dicevo prima un po' tedioso di cui risente anche la sua interpretazione relegata a pianti e abbracci un po' “già visti” nell’incarnazione del sopravvissuto alla Shoah, il personaggio traina il film che brilla per originalità e autenticità di momenti non banali di vissuto quotidiano, soprattutto per lo scontro di caratteri con l’ambiente che lo circonda. Se è sicuramente interessante il lavoro sull’accento straniero e sulla lingua che però è relegata ad estemporanei momenti che possono far felice il dialect coach sul set ma meno lo spettatore cui tali passaggi appaiono più una mera ostentazione di dizione che un autentico “scivolio” alle proprie origini, è certamente più apprezzabile la rappresentazione degli “spigoli” dell’uomo Laszlo che fa fatica a godersi anche i momenti più belli (vedasi le scene dell’accettazione del lavoro e l’accolta della moglie alla stazione) così come la messa in scena delle sue debolezze di cui la droga è solo la proverbiale punta dell’iceberg. Nulla c’è quindi di ripetitivo nell’ottimo lavoro di Brody che merita ogni riconoscimento, così come nel cast di contorno che si avvale di un Guy Pearce perfettamente a suo agio nell’uso del physique du role per il suo ruolo da abietto padre padrone e di una Felicity Jones in gran forma che torna nella parte della proverbiale grande donna dietro al grande uomo dopo “La teoria del tutto” del 2014, qui de facto con financo maggiore slancio dando corpo a quella che, nell’orgoglio, a tratti potrebbe definirsi una sorta di vera femminista ante litteram. Nel complesso la sceneggiatura tiene vivo l’interesse grazie anche all’ottima regia di Corbet, che mai cade nell’auto-compiacimento ma regala sprazzi di classe come nella sequenza del sogno premonitore di Toth, laddove il nefasto fumo della locomotiva si fonde con le nuvole prima di tingersi di rosso in una splendida inquadratura dall’alto, e nella scena ambientata nelle cave di marmo di Carrara che vengono svelate in tutta la loro magnificenza dapprima in un’altra soggettiva aerea (chissà che non avessimo trovato la prima vera dimostrazione di uso artistico dei droni?) e poi da molto vicino per ammirarne tutte le venature dopo essere state messe a lucido dal personaggio di Orazio con una colata d’acqua e adorate dalla guancia di Guy Pearce. A voler fare un appunto campanilista sarebbe stato meglio usare una bella canzone popolare autoctona come colonna sonora diegetica della scena successiva della festa al posto della pur bellissima “You are my destiny” cantata in inglese dalla pur italianissima Mina, ma è un peccato veniale quello che pongo alla vostra attenzione. Un po' da dimenticare invece le sequenze finali dell’epilogo ambientato alla Biennale di Venezia del 1980 che soffrono un po' troppo dell’effetto cartolina, peccano di didascalismo nel motivo in sottofondo tipicamente d’epoca che ci portiamo appresso in maniera alquanto ingiustificata come summa delle tre ore e rotte di racconto anche nella canzone scelta per i titoli di coda e, in generale, a mio parere fanno eccessivamente “documentario” (o potremmo anche dire mockumentary vista la natura fittizia del personaggio). In conclusione un’opera certamente interessante e che merita la visione e lo “sforzo”, non foss’altro che per l’ottimo lavoro tecnico complessivo anche della non ancora colpevolmente citata fotografia di Lol Crawley, anch’essa più che meritevole della statuetta dorata, perfetta nel dipingere i quadri delle architravi e dei punti luce del maestro, spesso opportunamente inquadrati dal basso per rendere giustizia agli alti soffitti per cui egli stesso nel film tanto lotta, per costringere a uno sguardo che tende verso l’alto e che supera confini, barriere e campi spinati cui era abituato, per emergere e farsi apprezzare anche molto lontano dalla via di casa. Di più da un chilometrico film su un architetto ungherese di pura inventiva non era davvero lecito aspettarsi.
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gi
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venerdì 4 luglio 2025
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spreco di tempo e pazienza
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Pensavo di andare a vedere un film interessante, ma mano a mano che passava il tempo si confermava un film senza ne capo ne coda, pieno di situazioni poco originali, poco esplorate. La fotografia scimmiotta il modernismo del finto architetto in altri casi è didascalica, velleitaria, non raggiunge l'intenzione (vedi cava di marmo o pessima descrizione del monumento commissionato, ecc). Insomma un sacco di ingredienti nominalmente interessanti: resistenza italiana, anarchici (!!), Il dopo guerra, situazione degli ebrei, migrazione in America, tossicodipendenza, arroganza del potere, probabile stupro della nipote, nascita dello stato di Israele.... e altro ancora, in una gigantesca insalata senza sapore, di un turismo alla Roma-Firenze-Venezia in 3 giorni, che è solo una grande occasione persa.
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Pensavo di andare a vedere un film interessante, ma mano a mano che passava il tempo si confermava un film senza ne capo ne coda, pieno di situazioni poco originali, poco esplorate. La fotografia scimmiotta il modernismo del finto architetto in altri casi è didascalica, velleitaria, non raggiunge l'intenzione (vedi cava di marmo o pessima descrizione del monumento commissionato, ecc). Insomma un sacco di ingredienti nominalmente interessanti: resistenza italiana, anarchici (!!), Il dopo guerra, situazione degli ebrei, migrazione in America, tossicodipendenza, arroganza del potere, probabile stupro della nipote, nascita dello stato di Israele.... e altro ancora, in una gigantesca insalata senza sapore, di un turismo alla Roma-Firenze-Venezia in 3 giorni, che è solo una grande occasione persa.
Giò
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gianluca
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domenica 22 giugno 2025
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e senza poesia
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The Brutalist è un film nel complesso brutto, fatto male sia a livello di scrittura sia di regia. Pretenzioso e inutilmente lungo, incapace di approfondire pressoché nessuno dei temi che sfiora, e privo di poesia, finisce per girare intorno alle solite banalità legate alla società americana, ai ricchi e a tutto il resto, persino all’Italia (vedi appunto Carrara)! Il tutto con vari elementi di gratuità, dialoghi irrisolti, qualche volgarità mi pare inutile nell'economia del racconto.
Si nota oltretutto una certa incompetenza in tema proprio di architettura, a vari livelli, e trovo buffo che sia sfuggito - a proposito della Biennale di Architettura 1980 a Venezia - il passaggio del Teatro del mondo galleggiante di Aldo Rossi.
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The Brutalist è un film nel complesso brutto, fatto male sia a livello di scrittura sia di regia. Pretenzioso e inutilmente lungo, incapace di approfondire pressoché nessuno dei temi che sfiora, e privo di poesia, finisce per girare intorno alle solite banalità legate alla società americana, ai ricchi e a tutto il resto, persino all’Italia (vedi appunto Carrara)! Il tutto con vari elementi di gratuità, dialoghi irrisolti, qualche volgarità mi pare inutile nell'economia del racconto.
Si nota oltretutto una certa incompetenza in tema proprio di architettura, a vari livelli, e trovo buffo che sia sfuggito - a proposito della Biennale di Architettura 1980 a Venezia - il passaggio del Teatro del mondo galleggiante di Aldo Rossi.
Insomma, una storia malata trattata senza reale finezza, che dimostra che non basta raccontare di scampati all’olocausto per fare una pellicola di qualità (ma forse di successo al botteghino sì?).
Gianluca P
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felicity
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venerdì 20 giugno 2025
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intimo ed epico
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The Brutalist è un film vecchio stampo, che richiama il cinema del passato.
Il film è sembra provenire da un’epoca in cui il cinema era sinonimo di ambizione artistica e profondità narrativa. La narrazione non si limita a raccontare una storia, ma noi stessi siamo testimoni della sua nascita.
Tutto ciò che vediamo è insieme intimo ed epico, una riflessione su temi universali come l’identità, il sacrificio e il costo emotivo del progresso.
Le performance degli attori sono straordinarie: Adrien Brody fa un lavoro pazzesco, mostrandoci un personaggio desideroso di costruire un futuro migliore, ma alle prese con i propri demoni interiori.
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The Brutalist è un film vecchio stampo, che richiama il cinema del passato.
Il film è sembra provenire da un’epoca in cui il cinema era sinonimo di ambizione artistica e profondità narrativa. La narrazione non si limita a raccontare una storia, ma noi stessi siamo testimoni della sua nascita.
Tutto ciò che vediamo è insieme intimo ed epico, una riflessione su temi universali come l’identità, il sacrificio e il costo emotivo del progresso.
Le performance degli attori sono straordinarie: Adrien Brody fa un lavoro pazzesco, mostrandoci un personaggio desideroso di costruire un futuro migliore, ma alle prese con i propri demoni interiori. La regia di Brady Corbet non cerca mai di compiacere il pubblico, anzi lo sfida.
The Brutalist è una pellicola destinata a far discutere, un’opera che divide gli spettatori e dà vita a opinioni contrastanti.
Non che The Brutalist sia un film perfetto, qualcosa forse non torna nella seconda parte, ma nel suo gigantismo espressivo mi pare un esperimento di grande fantasia e invenzione, anche una torva metafora sui temi della creatività, in questo caso architettonica.
The Brutalist è un film-cattedrale sui tormenti di un artista, i suoi furori ed eccessi, i rapporti ancestrali e violenti con la committenza, ma anche con i propri familiari, segnati dalla tossicodipendenza dall’oppio, ma anche dalla sua dedizione maniacale al lavoro e alla messa a punto della sua visione dell’architettura e del mondo, che per lui sono ovviamente la stessa cosa, specie nel brutale, destabilizzante coercitivo squilibrio di forze che lo agitano.
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zelig62
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lunedì 14 aprile 2025
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film bruttissimo
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Film bruttissimo, irritante, lunghissimo, retorico, con un messaggio politico incomprensibile per gli italiani, più di 3 ore buttate, sopravvalutato. Assolutamente sconsigliato.
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giancarlo.rizzo
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mercoledì 9 aprile 2025
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film inutile e sopravvalutato
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Sono riuscito a guardare mezzo film, poi ho deciso che non me ne fregava niente dell'architetto, della sua storia e del film.
Un'ora e mezzo di pallosità che si poteva stringere in venti minuti; bastava togliere tante scene inutili, come la masturbazione (reale) fatta da una prostituta al protagonista, di cui sfugge l'utilità e il significato ai fini della narrazione, volgarità gratuita; oppure lui, un architetto di chiara fama europea, che orina in una vasca sotto gli occhi della padrona di casa (non si capisce perchè), volgarità gratuita. Si potrebbe pensare che è un film biografico, invece no, questo architetto non è esistito; e quindi perchè dedicare tre ore e mezza a un architetto inventato? Boh.
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Sono riuscito a guardare mezzo film, poi ho deciso che non me ne fregava niente dell'architetto, della sua storia e del film.
Un'ora e mezzo di pallosità che si poteva stringere in venti minuti; bastava togliere tante scene inutili, come la masturbazione (reale) fatta da una prostituta al protagonista, di cui sfugge l'utilità e il significato ai fini della narrazione, volgarità gratuita; oppure lui, un architetto di chiara fama europea, che orina in una vasca sotto gli occhi della padrona di casa (non si capisce perchè), volgarità gratuita. Si potrebbe pensare che è un film biografico, invece no, questo architetto non è esistito; e quindi perchè dedicare tre ore e mezza a un architetto inventato? Boh... mistero.
La sceneggiatura è pessima,il film è troppo lungo, Adrien Brody avrebbe fatto meglio a rifiutare il ruolo.
Ancora una volta si dimostra che i concorsi e i premi cinematografici sono pilotati e truccati dalle case che hanno più soldi.
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toninob
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mercoledì 12 marzo 2025
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? grande film !!!
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… ma se non amate il Cinema 🎥 (con la "C" MAIUSCOLA), risparmiate i soldi del biglietto (e, soprattutto, non scrivete INUTILI recensioni …)
👋
[+] film brutto
(di zelig62)
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clara stroppiana
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mercoledì 5 marzo 2025
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quel troppo che non giovca
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“The Brutalist è uno dei pochi film che parlano di architettura”. Lo ha affermato lo stesso regista, lo statunitense Brady Corbet. Nella locandina è ripreso un fotogramma in cui la Statua della Libertà è rappresentata a testa in giù e le scritte sono disposte in diagonale. Sembra dirci che gli ideali espressi da quel monumento hanno subito uno scossone e siamo di fronte a un periodo di grandi cambiamenti. In effetti questo è un film con varie tracce, anche se si è scelto di annunciarlo come il racconto di una corrente architettonica, il Brutalismo, fatto attraverso la biografia di un suo esponente, “il brutalista” del titolo: l’architetto László Tóth interpretato da Adrien Brody (Oscar al miglior attore protagonista) un ebreo ungherese, formatosi alla Bauhaus, che aveva ottenuto notorietà e successo.
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“The Brutalist è uno dei pochi film che parlano di architettura”. Lo ha affermato lo stesso regista, lo statunitense Brady Corbet. Nella locandina è ripreso un fotogramma in cui la Statua della Libertà è rappresentata a testa in giù e le scritte sono disposte in diagonale. Sembra dirci che gli ideali espressi da quel monumento hanno subito uno scossone e siamo di fronte a un periodo di grandi cambiamenti. In effetti questo è un film con varie tracce, anche se si è scelto di annunciarlo come il racconto di una corrente architettonica, il Brutalismo, fatto attraverso la biografia di un suo esponente, “il brutalista” del titolo: l’architetto László Tóth interpretato da Adrien Brody (Oscar al miglior attore protagonista) un ebreo ungherese, formatosi alla Bauhaus, che aveva ottenuto notorietà e successo. La sua brillante carriera si era interrotta nel ’43 quando era stato deportato nel campo di Buchenwald. Sopravvissuto, era riuscito a raggiungere gli Stati Uniti con la speranza di una nuova vita. Meglio dire subito che László Tóth non è mai esistito. Inutile andarlo a cercare in rete dove si troverebbe solo il suo omonimo, quell’ungherese che vandalizzò La Pietà michelangiolesca a San Pietro. Il nostro e’ un personaggio immaginario uscito dalla penna dei due sceneggiatori: lo stesso Corbet e Mona Fastvold. Eppure mentre assistiamo allo svolgersi della sua vita, dimentichiamo di essere in presenza di un “falso”, almeno fino a un certo punto. Per la costruzione del protagonista si sono avvalsi delle biografie di alcuni architetti cronologicamente e artisticamente vicini. Questo da una parte lo ha reso verosimile, ma dall’altra ha finito per caricare sulle sue spalle troppe delle problematiche dell’epoca con un effetto “too much”.
Il film parte da un’idea interessante, prendere in prestito l’architettura per disegnare il ritratto di un Paese (di una parte di Mondo in verità) che sta costruendo il nuovo sulle macerie di un passato verso il quale ha il dovere della memoria. Nello sviluppo però si perde e non riesce a controllare la mole delle vicende che si propone di raccontare.
La Storia si affaccia attraverso gli schermi televisivi su cui passano brevi estratti dei notiziari dell’epoca ad accompagnare sia quel che accade nel privato dei personaggi, sia i conflitti che caratterizzano la società americana dell’immediato Dopoguerra e le ferite ancora sanguinanti rispetto alle quali non tutti riescono o vogliono voltare pagina. Non sempre questa scelta funziona: a volte fornisce allo spettatore informazioni necessarie, ma altre appaiono pleonastiche, come la notizia del diffondersi dell’eroina dalla quale il protagonista ha sviluppato una dipendenza. L’impressione è che Corbet non sia riuscito a sfrondare il superfluo, che si sia fatto prendere la mano dalla preoccupazione di dover dire e spiegare tutto. Il breve riferimento alle azioni dei partigiani italiani fatto durante la visita ai marmi di Carrara non solo è inutile, ma rovina l’emozionante ripresa delle cave del britannico Lol Crawley che si è aggiudicato l’Oscar per la miglior fotografia. Lo stupro di Tóth da parte di Harrison Lee Van Buren (un ottimo Guy Pearse), un ricco industriale diventato suo mecenate, è una metafora eccessiva, non necessaria per esprimere quella violenza che di fatto esercita chi detiene il potere economico, già ben esplicitata in tutta la narrazione.
Nello svolgimento della trama, che abbraccia all’incirca gli ultimi trentacinque anni della difficile vita del protagonista, lo spettatore apprende per sommi capi i principi estetici del Brutalismo: le béton brut (cemento a vista) da cui prende nome e la semplice geometria delle forme. Principi esemplificati da un grandioso edificio che Van Buren vuole far costruire in cima a una collina e dedicare alla memoria della madre. Dal momento della sua progettazione, alla realizzazione del plastico, ai lavori per la sua edificazione, diventa il cardine della vita di László, l’oggetto dei suoi tormenti interiori e delle lotte che deve sostenere con i cittadini, l’appaltatore, le maestranze, perfino la moglie, perché tutti, per motivi diversi, minacciano di allontanarlo dal suo progetto e di snaturarne l’essenza. Le scelte estreme a cui arriva per difenderlo non risiedono tanto, o non solo, nelle convinzioni artistiche, quanto nel legame che l’edificio ha con i campi di sterminio che hanno segnato la sua vita, quella della sua famiglia e di un intero popolo. L’opera rimanda anche visivamente al monumento alle vittime dell’olocausto di Berlino e non avrebbe affatto bisogno dello “spiegone” con cui il film si conclude nell’Epilogo.
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mauridal
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lunedì 3 marzo 2025
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brutalmente ambizioso
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Quando un film si presenta chiaro fin dalle prime inquadrature, ma poi si sviluppa su molteplici temi per tre ore e mezza, il rischio è che il significato ultimo si disperda. The Brutalist è un esempio di cinema ambizioso, dove l'eccesso può talvolta offuscare l'intento del regista. Il film si apre con un'immagine potente: la Statua della Libertà capovolta. Per lo spettatore, è un simbolo ribaltato, mentre per il protagonista, che sbarca in America, essa rappresenta la speranza di una nuova vita.
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Quando un film si presenta chiaro fin dalle prime inquadrature, ma poi si sviluppa su molteplici temi per tre ore e mezza, il rischio è che il significato ultimo si disperda. The Brutalist è un esempio di cinema ambizioso, dove l'eccesso può talvolta offuscare l'intento del regista. Il film si apre con un'immagine potente: la Statua della Libertà capovolta. Per lo spettatore, è un simbolo ribaltato, mentre per il protagonista, che sbarca in America, essa rappresenta la speranza di una nuova vita. Questo spunto visivo introduce il tema dell’emigrazione, già esplorato in molte altre opere cinematografiche, ma qui declinato attraverso la storia di un uomo che non porta con sé una semplice valigia di cartone, bensì un bagaglio di talento e genialità. Laszlò Toth, ebreo ungherese e architetto, fugge da Budapest nel 1947 per evitare la persecuzione nazista e per realizzare la sua visione artistica in America. Formatosi nel dopoguerra secondo i principi dell'architettura moderna del Bauhaus, abbraccia lo stile brutalista, caratterizzato dalla rudezza dei materiali e dal rigore delle forme: edifici in ferro, acciaio e cemento grezzo, privi di decorazioni superflue. Questa concezione architettonica riflette anche la sua psicologia, segnata da un passato di dolore ma animata dal desiderio di cambiare il mondo con la propria arte. Tuttavia, nel corso del film, queste certezze vengono progressivamente smantellate.La statua capovolta si rivela dunque un presagio: l’America degli anni ’50 è un Paese in espansione, dominato dalla ricchezza e dall’ostentazione, un contesto in cui il rigore formale di Laszlò fatica a trovare spazio. Nonostante il supporto di un cugino già integrato nella società americana, è costretto ad accettare lavori minori, come arredatore. Accanto a lui, c'è la moglie, rimasta in Ungheria in attesa di poterlo raggiungere. Il loro legame è profondo, e la sua presenza aleggia costantemente nei pensieri e nelle scelte di Laszlò. La vera svolta arriva con l’entrata in scena del magnate miliardario Harrison Lee Van Buren, che decide di affidare a Laszlò la progettazione di un grande centro culturale in memoria della madre. Quella che sembra un’opportunità straordinaria si trasforma però nell’inizio di una parabola discendente, segnata da compromessi, scontri e sofferenze. Il film si struttura allora su un dualismo sempre più netto tra i due personaggi: da un lato il committente, un uomo di potere dalla personalità violenta e manipolatrice, dall’altro l’architetto visionario, sottomesso alla logica del denaro e vittima di discriminazioni. Brady Corbet evidenzia con forza la disparità tra il potere economico, concentrato nelle mani di pochi miliardari, e la lotta di artisti e creativi che cercano di lasciare un segno nella società. Nel lungo percorso narrativo, lo spettatore è chiamato a distinguere tra queste due figure e a cogliere la scelta del regista di far prevalere la brutalità di Harrison sul sogno di Laszlò. Solo nel finale l’architetto riuscirà a ritrovare sua moglie e a proseguire il suo lavoro, completando il progetto che gli era stato sottratto. Corbet, estraneo alle logiche di Hollywood, realizza così un'opera critica nei confronti del sistema americano. Il film affronta molteplici temi, tra cui la psicologia del protagonista e la sua vana ricerca di una terra promessa che l’America non si rivelerà essere. The Brutalist è un’opera impegnativa sia per il regista che per lo spettatore, ma trova il suo punto di forza nella straordinaria interpretazione di Adrien Brody, che rende Laszlò un personaggio credibile e intenso, nonostante la complessità della sceneggiatura.( Mauridal)
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maria francesca francesca anili
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giovedì 27 febbraio 2025
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un lungo viaggio a ritroso tra storia e psiche
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Controcorrente con la maggior parte dei commenti letti finora, ho apprezzato la costruzione della storia nel suo lento svolgersi. L'evidente omonimia con il noto geologo attentatore alla Pietà può rimandare secondo me al tema del danno, al bisogno dell'uomo di richiudere vecchie ferite. C'è chi lo fa accanendosi contro un capolavoro, chi accanendosi in una progettazione ostinata e solitaria. La storia del progetto del centro culturale è, a mio avviso, il debito che l'architetto Toth sente di dover saldare con il suo passato, con il miracolo della sopravvivenza, con la scia di dolore che lo porta a diventare un tossicodipendente. Non è un caso che, nella difficoltà psicologica di recuperare il rapporto con la sessualità, uno dei momenti di vicinanza carnale con la moglie coincide con l'oblio, con l'annullamento della memoria di entrambi nella droga.
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Controcorrente con la maggior parte dei commenti letti finora, ho apprezzato la costruzione della storia nel suo lento svolgersi. L'evidente omonimia con il noto geologo attentatore alla Pietà può rimandare secondo me al tema del danno, al bisogno dell'uomo di richiudere vecchie ferite. C'è chi lo fa accanendosi contro un capolavoro, chi accanendosi in una progettazione ostinata e solitaria. La storia del progetto del centro culturale è, a mio avviso, il debito che l'architetto Toth sente di dover saldare con il suo passato, con il miracolo della sopravvivenza, con la scia di dolore che lo porta a diventare un tossicodipendente. Non è un caso che, nella difficoltà psicologica di recuperare il rapporto con la sessualità, uno dei momenti di vicinanza carnale con la moglie coincide con l'oblio, con l'annullamento della memoria di entrambi nella droga. Fuori, c'è l'America che risorge, ricca, a volte sguaiata e bisognosa di un imprimatur culturale che solo la vecchia Europa potrà fornire; dentro, le memorie e le coscienze, c'è un passato che ha rubato la parola, sbriciolato le ossa, portato a rifiutare il sogno di una vita normale. Rimane, solo, l'affermazione di sè, attraverso l'architettura, la forza degli spazi e la vibrazione della materia e della luce. Forti le immagini della cava di Carrara, così come la sequenza di apertura della statua della Libertà e, in chiusura, lo svettare delle torri campanile-crematorio, in un movimento di eterno ritorno in cui le singole storie degli uomini, i loro sogni di rinascita, di fama e profitto, o anche il sogno collettivo di una vecchia e nuova terra promessa, si annullano in un raggio di luce.
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