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felicity
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venerdì 30 maggio 2025
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una donna sola con il suo senso di fallimento
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Maria Callas, cui il regista assegna il volto e il corpo di Angelina Jolie, ben poco somigliante nell’aspetto, ma con un’assonanza che potremmo definire spirituale, di diva decadente, piuttosto accentuata è qui un’eroina tragica, destinata alla morte come la protagonista di un’opera e fusa talmente alla propria arte da non poterla disgiungere dalla vita reale.
Proprio per questo la dimensione reale non esiste in Maria – «non c’è stato un solo giorno normale» dice il fedele maggiordomo-padre interpretato da Pierfrancesco Favino – e niente e nessuno intorno a lei pare dotato di un vero afflato vitale.
E la bravura degli autori sta nel ricalcare attraverso il racconto l’incedere di un’opera lirica, con una confezione volutamente sopra le righe e un ritmo punteggiato da arie celeberrime scelte volutamente per il loro contenuto narrativo.
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Maria Callas, cui il regista assegna il volto e il corpo di Angelina Jolie, ben poco somigliante nell’aspetto, ma con un’assonanza che potremmo definire spirituale, di diva decadente, piuttosto accentuata è qui un’eroina tragica, destinata alla morte come la protagonista di un’opera e fusa talmente alla propria arte da non poterla disgiungere dalla vita reale.
Proprio per questo la dimensione reale non esiste in Maria – «non c’è stato un solo giorno normale» dice il fedele maggiordomo-padre interpretato da Pierfrancesco Favino – e niente e nessuno intorno a lei pare dotato di un vero afflato vitale.
E la bravura degli autori sta nel ricalcare attraverso il racconto l’incedere di un’opera lirica, con una confezione volutamente sopra le righe e un ritmo punteggiato da arie celeberrime scelte volutamente per il loro contenuto narrativo.
Ad ogni momento della vita della Divina corrisponde infatti un’aria che parla, metaforicamente, dello stato d’animo di Maria in quel momento. E così opere come Otello, Norma, La traviata, Tosca e tante altre diventano il modo in cui viene raccontato il declino progressivo di un’icona troppo grande per sopravvivere a sé stessa e al mondo che le sta intorno.
Larraín per celebrare quell’incredibile voce, quella vita tumultuosa, accompagna la Callas per le strade parigine dell’epoca in un continuo perdersi tra la proiezione di una realtà immaginata e l’immaginazione di un presente in continuo dialogo con i momenti più significativi della sua esistenza, tra vita privata ed esibizioni monumentali in ogni parte del pianeta.
Al punto il cui il film colloca la vicenda, Maria non è già più la Callas, è una donna consumata da ricordi venefici e da un amore malato, una donna stranita che solo talvolta ritorna ad essere la Callas. Ma solo per capire che non potrà farcela.
Condividiamo così il quotidiano rarefatto di una donna sola con il suo senso di fallimento, che si nutre dei ricordi di un unico uomo. Un uomo mediocre e tutto sommato volgare, incomprensibilmente amato da una donna come Maria, una donna che si è lasciata sminuire, tradire, alla fine abbandonare, e, ciò nonostante, ha continuato a vivere nel rimpianto di un legame fondato soprattutto sui suoi sentimenti, sulla sua volontà e sulla sua capacità di amare. Anche a costo del travolgimento della sua arte e della sua voce.
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la criticadora de pelicula
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mercoledì 16 aprile 2025
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maria: un film ipnotico
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Tra i delusi e gli entusiasti del film "Maria" mi colloco convintamente tra questi ultimi.
Un esempio di come, pur non replicando la mera realtà di persone e fatti, si possa dare un' interpretazione se possibile ancora più vivida e credibile, poiché resa attraverso sentimenti universali, stati d'animo, evocazioni.
Interpretazione che si incarna in modo stupefacente in Angiolina Jolie, nei suoi sguardi, negli atteggiamenti e perfino nei silenzi.
Jolie-Maria si muove con eleganza in una Parigi sfocata, città ideale per restituire un senso profondo di nostalgia per la giovinezza, gli amori sbagliati o finiti, la gloria coi giorni contati.
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Tra i delusi e gli entusiasti del film "Maria" mi colloco convintamente tra questi ultimi.
Un esempio di come, pur non replicando la mera realtà di persone e fatti, si possa dare un' interpretazione se possibile ancora più vivida e credibile, poiché resa attraverso sentimenti universali, stati d'animo, evocazioni.
Interpretazione che si incarna in modo stupefacente in Angiolina Jolie, nei suoi sguardi, negli atteggiamenti e perfino nei silenzi.
Jolie-Maria si muove con eleganza in una Parigi sfocata, città ideale per restituire un senso profondo di nostalgia per la giovinezza, gli amori sbagliati o finiti, la gloria coi giorni contati.
Un film ipnotico, che invade l'anima e i pensieri come un sogno a dormiveglia.
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francesco2
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sabato 8 marzo 2025
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uccellini che escono dalla gabbia
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Secondo alcuni personaggi del film, Maria(Callas) sarebbe un uccellino che non è uscito dalla gabbia.
Ma questo film non commette lo stesso erore, almeno parzialmente? Dopo la simpatia un poco maldestra di "No", Larrain ha realizzato il bellissimo"Neruda", rarisimo esempio di(quasi)biografia fusa col real maravilloso, un film comunque sensibile come "Jackie", un altro film cupo con sfumature horror come "Spencer".
In "Maria" riecheggia la poetica del "doppio": qui è la protagonista ad avere una doppia natura, quella di Maria e di Callas, mentre in "Neruda " assistevamo ad un inseguimento tra Guardia e Ladro =non totalmente- antitetici.
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Secondo alcuni personaggi del film, Maria(Callas) sarebbe un uccellino che non è uscito dalla gabbia.
Ma questo film non commette lo stesso erore, almeno parzialmente? Dopo la simpatia un poco maldestra di "No", Larrain ha realizzato il bellissimo"Neruda", rarisimo esempio di(quasi)biografia fusa col real maravilloso, un film comunque sensibile come "Jackie", un altro film cupo con sfumature horror come "Spencer".
In "Maria" riecheggia la poetica del "doppio": qui è la protagonista ad avere una doppia natura, quella di Maria e di Callas, mentre in "Neruda " assistevamo ad un inseguimento tra Guardia e Ladro =non totalmente- antitetici. Come anche tra Vita e Morte: prima di quella biologica -credo di non spoilerare nulla- vi è un'artista che muore ma vorrebbe rivivere, accompagnata dalla tragedia della "grecità".
Al momento non metto stelle, forse ci ritorno nei prossimi giorni.
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passito
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domenica 16 febbraio 2025
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bello
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Bella storia coinvolgente
angelina molto brava
ambientazioni all'altezza
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maramaldo
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domenica 9 febbraio 2025
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cast a diva
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vorrebbe dire che è un film strutturato artificiosamente. Giochino di parole escogitato da una mai sentita prima Lyndsy Spence. Divertente ma è bene rientrare nella metafora pregnante del titolo dell'aria di Bellini. Pallida luna adorata dai Celti i quali ignoravano trattarsi del volto incandescente di un astro nel retro deserto oscuro e gelido. Casta Diva. Su diva non ci piove: talento, fascino, capriccio, centro dell'universo, se "Lei" viene a sapere che comparirà nella nuova banconota di 5 Euro non sarà felice. Su casta, temo, lo stesso. Non si scorge propensione godereccia in chi passò dal talamo di un commenda alla cuccetta di uno che a 14 anni faceva soldi carpendo informazioni.
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vorrebbe dire che è un film strutturato artificiosamente. Giochino di parole escogitato da una mai sentita prima Lyndsy Spence. Divertente ma è bene rientrare nella metafora pregnante del titolo dell'aria di Bellini. Pallida luna adorata dai Celti i quali ignoravano trattarsi del volto incandescente di un astro nel retro deserto oscuro e gelido. Casta Diva. Su diva non ci piove: talento, fascino, capriccio, centro dell'universo, se "Lei" viene a sapere che comparirà nella nuova banconota di 5 Euro non sarà felice. Su casta, temo, lo stesso. Non si scorge propensione godereccia in chi passò dal talamo di un commenda alla cuccetta di uno che a 14 anni faceva soldi carpendo informazioni.
Pregiato il film per tanti versi ma soprattutto perchè qualcuno ne è uscito trasognato, inebriato da quel mixage di brani immortali che Angelina Jolie ha reso stupefacendo. Eppure si tratta di un ritratto immaginario, segretamente allucinato e surreale. Basta dire che si trascura un episodio significativo. Era il 1958, una democrazia ancora impubere non affollava il palco reale. Pienone alla Scala, appassionati competenti, danarosi incompetenti. Al ferale annuncio che la Divina, dopo il I Atto non avrebbe proseguito nell'esecuzione della Norma, un pubblico, dianzi azzimato e distinto, esplose in un berciante tumulto. Non fu atto di vanità, già malandata ebbe un calo di voce, stonacchiò il castadiva alla stessa maniera in cui la Jolie l'ha mirabilmente imitata, in vestaglia, in cucina, nel giudizio severo di chi sa rivoltare un'omelette.
Ma lei chi era realmente, che ne fa capire Larraìn? Nacque da emigranti rimasti poveri ma Ugola d'oro volle appartenere all'élite con la quale piacque strofinarsi. Ribelle, poi, s'illuse. Si adeguò, accettò masochista l'oltraggio becero. Dalla sorella: che la musica si fotta. Da Aristotele: sono greco, ladro, pure brutto, però ricco, con me ti devi mettere.
L'italianità. Costretta Angelina ad acquisirla con splendidi risultati. Lei tutt'al più si sentì milanese. Più genuino appare il carattere italico di personaggi di contorno. Nella cafonetta Yakinthi a suo agio Valeria Golino. I domestici. Ferruccio, Favino manco a dirlo, affezionato e protettivo, factotum maneggione. Bruna, Alba Rohwacher, sempre giusta nella parte, qui dimessa e incolore, materna dominante, serva padrona.
La vedette non si era mai piaciuta. Bruciò le robe di scena come volesse rigenerarsi, quanto meno cambiar pelle, patetica, teatralità e niente più. Voce maliosa di sirena, Omero finisce qui. Non si scorge il profilo rettilineo di Prassitele. Come il tycoon, non proprio figlia di Ellade. Non greco ma naso a gnocco, impronta ottomana, retaggio saraceno, senza offesa. Meno riguardoso il perfido Pablito che, in ultimo s'improvvisa documentarista e posta alcune foto originali. Trasudano nel film cattiverie che mi rammarico di averne rilevato alcune. Rimediate, lanciando un fiore di rimpianto alla sublime interprete di tante eroine sventurate. Canto divinamente Vissi d'Arte, avrebbe voluto sussurrare vissi d'amore.
P.S. Con l'aria sciagurata che tira nessuno ha voglia di dir malizie sulle donne, sia pur condivisibili e banalucce. Se ne sono accorti tutti ma tocca allo sprovveduto farne cenno. Larraìn completa un trittico, stavo per dire una trimurti. Dedicate giudiziosamente a facoltosi, quelle tre femmine di lusso "non portarono bene". La litote mi eviti di passare per superstizioso che, come dice De Filippo, è un ignorante e porta pure male. Fatti i debiti scongiuri invito ad unirvi nell'afflato struggente di va pensiero, non c'entrava granchè, ma non si sa mai, può giovare.
P.P.S. Dopo la caduta di stile, un rifugio nella cultura. Callas, Coppi e Maradona sono divinità anche per chi non sa di lirica, di ciclismo e di calcio (Nicola Piovani, La Musica è pericolosa). Grato per le preziose considerazioni, vorrei tenermi strette, tuttavia, talune competenze. Sul calcio, voglio dire perchè sulla lirica il discorso si complica. Intanto osservo che quasi tutti i motivi orecchiati nel film vengono usati da pubblicitari. Questi conoscono il proprio mestiere come il Cileno conosce il suo. Sanno chi sono i destinatari e come funziona. Certa musica di ogni tipo si ascolta e si riascolta volentieri perchè procura piacere, non importa a quale livello, quanto meno predispone favorevolmente. Può regalare languori e spasimi, moti di entusiasmo, incitazioni ad ardimenti. Anche frenesie di violenza, spesso veicola imbonimenti, diffonde idolatrie. Non è la Musica pericolosa in sè, ma pernicioso può essere non solo chi la fa, ma peggio chi se ne serve anche senza saperla fare. Le melodie del Catanese deliziarono Chopin ma la Norma fu proibita in anni ruggenti. Solo per un'espressione scorretta sempre al I Atto, qualcosa coma morte a Roma o roba del genere. Si può, ancora oggi? Tollerabile appena nella melopea brutalista di Venditti: roma capoccia der mondo infame...
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ralphscott
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venerdì 24 gennaio 2025
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ma sara'' vero ?
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Sarà vero che è morta per tornare a cantare ? Certo, i farmaci assunti erano molti. Trovo la diva vista dai (e con) i domestici la parte più interessante del film che, in certi frangenti, mi ha annoiato. Dramma eseguito con professionalità, poteva tuttavia esser più coinvolgente concedendo più spazio al melò.
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vale72
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mercoledì 22 gennaio 2025
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bel film
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un gran bel film, curato e coinvoogente. Peccato per i ruoli degli aatori italiani abbastanza insignificanti
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antonio garganese
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martedì 21 gennaio 2025
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una callas di troppo
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Un altro film musicale (“Maria”, ossia la Divina).
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Un altro film musicale (“Maria”, ossia la Divina). Ma è poi una pellicola musicale? Ci spiega l’arte dei suoni, i misteri, le ascese al Cielo, le distorsioni della Musa sia pure attraverso una vita? Macché. E’ l’ennesimo prodotto in celluloide dei tempi nostri che ti imbarazza nel parlarne, perché non puoi dire che sia brutto, ma nemmeno profondamente bello, malgrado l’enfatizzazione del grande schermo, la patinata ed apparentemente autentica (ma molto falsa) interpretazione dell’attrice protagonista.
Angelina Jolie: sì sì, bella-anche più dell’originale-e brava, disegna-per le cure dello sceneggiatore e del regista d’una produzione che mira essenzialmente alle vendite e promozioni in sede di concorsi più che ad un minimo di credibilità nel filmico-disegna dunque una Callas sopra le righe, sofisticatissima dieci volte oltre quella reale. Basta confrontarla visivamente con gli estremi spezzoni in coda, da lacerti di documentari televisivi e 8 mm.
Tripudio estetizzante spesso, talvolta prolisso (ma meno del “Bernstein”, anche se abbastanza inutile come quello), chiede allo spettatore di conoscere bene la vera storia della cantante-donna-artista, per non restare fregati come un critico sagace quale Alberto Crespi ha scritto lapidariamente. Ma chi conosce davvero la reale vicenda terrena, quotidiana ed intima del grande soprano? Basta setacciare Youtube e sentire (risentire!) le accorate memorie di questo o quello (Zeffirelli, la Simionato…) per sapere infine meno di prima, per aggiungere confusione su incertezze e nel film di Larraín di congèrie ne abbondano.
Resta ovviamente tutto il resto. Ossia la necessità, l’opportunità di un film del genere, e delle vacuità callassiane 2023 (Augias in testa in TV, convegni poi e ancora e ancora) nell'anno della memoria.
Ad un certo punto del film vien fatto dire ad Angelina-Callas all’incirca (cito a memoria): “Non ascolto i (miei) dischi. I (miei) dischi sono perfetti. Ma sono sempre uguali. Invece è in teatro il momento giusto, preciso perché sempre diverso”.
Ma per aver ascoltato e visto (!) la Callas nel momento del suo fulgore bisogna essere nati non oltre il 1935, avendo dunque vent’anni (età giusta per essere un melomane di loggione) nel 1955 quando-per dire-lei era Violetta , Norma o Lucia. Chi è nato quell’anno però oggi potrebbe non esserci più, anzi ha raggiunto da un pezzo la Divina nell’alto dei Cieli. Tutti gli altri debbono fare riferimento ai dischi deprecati (giustamente) da Maria. Puoi parlare e giudicare di Napoleone o Hitler sulla base dei documenti e testimonianze; puoi parlare e giudicare di Verdi o Puccini perché la musica la trovi sulle partiture e dal 1900 su un surrogato quale è il fonografo. Ma la Callas (e altri ovviamente) devi averla vissuta nei teatri in contemporanea. La musicista Callas, non altro, ché tutta l’aneddotica (l’armatore greco, i cagnolini, le omelette…) sono fuffa. Ovviamente poi nel film di musica ne senti poca, male e alterata.
E paccottiglia sono o rischiano di essere tante cose di questo abbastanza scipito, triste, persino seccante film. I falsi ma “veri” brani di filmati della Divina rifatti ad arte che martellano i 124 minuti di durata complessiva, le scene nei teatri autentici come la Scala, con ombre vere ma false, i sette mesi impiegati da Jolie ad imparare il canto per doppiare i brani della Callas (tutti i brani sono cantati anche da lei, a volte coperti dalla voce della Callas, altre solo intervallati: vedi le prove col pianista, cfr. Maurizio Porro), gli anda e rianda del sedulo Ferruccio-Favinio che sposta il coda nell’appartamento parigino, la grulla governante e critica forzata Bruna-Rohrwacher, il finto documentarista-terapeuta che ha lo stesso nome del farmaco letale, l’humor inglese disseminato dal dialoghista Steven Knight, il più che deformato Onassis, il film nel film, i flashback in bianco e nero, la Callas tratteggiata ahimé un po’ matta di suo e un po’ per posa e si potrebbe continuare a lungo.
“Maria” alla fine è un film non musicale, non biografico e quasi non drammatico, piuttosto un’operetta. E francamente l’operetta non calza a Maria.
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antonio garganese
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martedì 21 gennaio 2025
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una callas di troppo
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Un altro film musicale (“Maria”, ossia la Divina). Ma è poi una pellicola musicale? Ci spiega l’arte dei suoni, i misteri, le ascese al Cielo, le distorsioni della Musa sia pure attraverso una vita? Macché.
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Un altro film musicale (“Maria”, ossia la Divina). Ma è poi una pellicola musicale? Ci spiega l’arte dei suoni, i misteri, le ascese al Cielo, le distorsioni della Musa sia pure attraverso una vita? Macché. E’ l’ennesimo prodotto in celluloide dei tempi nostri che ti imbarazza nel parlarne, perché non puoi dire che sia brutto, ma nemmeno profondamente bello, malgrado l’enfatizzazione del grande schermo, la patinata ed apparentemente autentica (ma molto falsa) interpretazione dell’attrice protagonista.
Angelina Jolie: sì sì, bella-anche più dell’originale-e brava, disegna-per le cure dello sceneggiatore e del regista d’una produzione che mira essenzialmente alle vendite e promozioni in sede di concorsi più che ad un minimo di credibilità nel filmico-disegna dunque una Callas sopra le righe, sofisticatissima dieci volte oltre quella reale. Basta confrontarla visivamente con gli estremi spezzoni in coda, da lacerti di documentari televisivi e 8 mm.
Tripudio estetizzante spesso, talvolta prolisso (ma meno del “Bernstein”, anche se abbastanza inutile come quello), chiede allo spettatore di conoscere bene la vera storia della cantante-donna-artista, per non restare fregati come un critico sagace quale Alberto Crespi ha scritto lapidariamente. Ma chi conosce davvero la reale vicenda terrena, quotidiana ed intima del grande soprano? Basta setacciare Youtube e sentire (risentire!) le accorate memorie di questo o quello (Zeffirelli, la Simionato…) per sapere infine meno di prima, per aggiungere confusione su incertezze e nel film di Larraín di congèrie ne abbondano.
Resta ovviamente tutto il resto. Ossia la necessità, l’opportunità di un film del genere, e delle vacuità callassiane 2023 (Augias in testa in TV, convegni poi e ancora e ancora) nell'anno della memoria.
Ad un certo punto del film vien fatto dire ad Angelina-Callas all’incirca (cito a memoria): “Non ascolto i (miei) dischi. I (miei) dischi sono perfetti. Ma sono sempre uguali. Invece è in teatro il momento giusto, preciso perché sempre diverso”.
Ma per aver ascoltato e visto (!) la Callas nel momento del suo fulgore bisogna essere nati non oltre il 1935, avendo dunque vent’anni (età giusta per essere un melomane di loggione) nel 1955 quando-per dire-lei era Violetta , Norma o Lucia. Chi è nato quell’anno però oggi potrebbe non esserci più, anzi ha raggiunto da un pezzo la Divina nell’alto dei Cieli. Tutti gli altri debbono fare riferimento ai dischi deprecati (giustamente) da Maria. Puoi parlare e giudicare di Napoleone o Hitler sulla base dei documenti e testimonianze; puoi parlare e giudicare di Verdi o Puccini perché la musica la trovi sulle partiture e dal 1900 su un surrogato quale è il fonografo. Ma la Callas (e altri ovviamente) devi averla vissuta nei teatri in contemporanea. La musicista Callas, non altro, ché tutta l’aneddotica (l’armatore greco, i cagnolini, le omelette…) sono fuffa. Ovviamente poi nel film di musica ne senti poca, male e alterata.
E paccottiglia sono o rischiano di essere tante cose di questo abbastanza scipito, triste, persino seccante film. I falsi ma “veri” brani di filmati della Divina rifatti ad arte che martellano i 124 minuti di durata complessiva, le scene nei teatri autentici come la Scala, con ombre vere ma false, i sette mesi impiegati da Jolie ad imparare il canto per doppiare i brani della Callas (tutti i brani sono cantati anche da lei, a volte coperti dalla voce della Callas, altre solo intervallati: vedi le prove col pianista, cfr. Maurizio Porro), gli anda e rianda del sedulo Ferruccio-Favinio che sposta il coda nell’appartamento parigino, la grulla governante e critica forzata Bruna-Rohrwacher, il finto documentarista-terapeuta che ha lo stesso nome del farmaco letale, l’humor inglese disseminato dal dialoghista Steven Knight, il più che deformato Onassis, il film nel film, i flashback in bianco e nero, la Callas tratteggiata ahimé un po’ matta di suo e un po’ per posa e si potrebbe continuare a lungo.
“Maria” alla fine è un film non musicale, non biografico e quasi non drammatico, piuttosto un’operetta. E francamente l’operetta non calza a Maria.
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(di antonio garganese)
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gianni quilici
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giovedì 16 gennaio 2025
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maria callas: un ritratto acuto e affascinante
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Un film emozionante e realizzato con grande maestria. Per due ragioni. La prima: Pablo Larrain ha intelligentemente intrecciato il presente disperato della Callas con ci? che lei ha vissuto e che ora immagina, ricorda, sogna, compresa un?intervista mai avvenuta, che ha tuttavia il merito di ampliare la sua personalit? complessa e contraddittoria. E questo Pablo Larrain lo realizza con un montaggio dove il presente e l?immaginazione si alternano e si fondono felicemente, senza banali racconti flashback. La seconda ragione: Angelina Jolie ha saputo incarnare con grande efficacia due aspetti contrapposti della personalit? di Maria Callas: l?angoscia per aver perso la forza della sua voce, per essere percepita come voce, ma non come corpo, per il rapporto strumentale subito
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Un film emozionante e realizzato con grande maestria. Per due ragioni. La prima: Pablo Larrain ha intelligentemente intrecciato il presente disperato della Callas con ci? che lei ha vissuto e che ora immagina, ricorda, sogna, compresa un?intervista mai avvenuta, che ha tuttavia il merito di ampliare la sua personalit? complessa e contraddittoria. E questo Pablo Larrain lo realizza con un montaggio dove il presente e l?immaginazione si alternano e si fondono felicemente, senza banali racconti flashback. La seconda ragione: Angelina Jolie ha saputo incarnare con grande efficacia due aspetti contrapposti della personalit? di Maria Callas: l?angoscia per aver perso la forza della sua voce, per essere percepita come voce, ma non come corpo, per il rapporto strumentale subito da parte di Onassis, ma anche l?aura della diva solitaria, tagliente e ironica animata da una quasi indicibile drammaticit? di grande fascino
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