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Un film di Jafar Panahi.
Con Jafar Panahi
Titolo originale Taksojuht.
Drammatico,
Ratings: Kids+13,
durata 82 min.
- Iran 2015.
- Cinema
uscita giovedì 27 agosto 2015.
MYMONETRO
Taxi Teheran
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Lo sguardo di un regista clandestino
di ZararFeedback: 13464 | altri commenti e recensioni di Zarar |
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| domenica 27 settembre 2015 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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E’ un film che ha tutti i caratteri di altre opere di Jafar Panahi: su di uno sfondo che si indovina drammatico, la vita (e il film stesso) scorre minimalista, gentile, divagante, casuale, un po’ folle, un po’comico persino, in un tempo dai ritmi lunghi anche dove c’è concitazione. Il fondo oscuro emerge a tratti , con lampi improvvisi, segnali di allarme che increspano la superficie: il regista sorpreso per strada da una voce che gli ricorda la voce di chi l’ha interrogato in carcere, lo sguardo smarrito dell’amico aggredito, il testamento dettato dalla voce strozzata di un ferito, l’interrogativo senza risposta della nipotina che non capisce perché ti chiedano di raccontare la realtà e nello stesso tempo ti impediscano di raccontare la realtà. Ma la realtà è più forte delle censure e si impone da sé all’ occhio imperturbabile e sereno, quasi nonchalant del regista-protagonista: durezza dell’oppressiva dittatura islamica, da una parte, dall’altra vitalità ‘leggera’, ma anche tenace e intelligente, moderna e antichissima (i pesciolini rossi simbolo ancestrale della vita e della fine dell’anno astrale) non piegata dalle circostanze. Una protesta non urlata, lasciata tra le righe, ma forse proprio per questo più intensa. Chi ha avuto occasione di andare in Iran e di sentire la gente, e direi soprattutto le straordinarie donne iraniane, sa quanto questo paradosso sia vero e avvertibile ovunque. Girato in condizioni difficili (dal 2010 Panahi – come oppositore del regime - è stato condannato nel suo paese a non produrre e/o dirigere film, a non viaggiare e rilasciare interviste per 20 anni) questo lavoro clandestino ha dunque un suo perché, anche se a mio parere gli manca la scioltezza e la struttura solida di un’opera pienamente realizzata. Ciò che rimane dentro alla fine del film, più dei singoli episodi che si snodano lungo la corsa del taxi per le strade di Teheran, è lo stesso protagonista, attore per caso: in quel suo volto tranquillo ed empatico, in quel parlare pacato appena appena ironico, in quel venire incontro senza enfasi a chiunque abbia una difficoltà è il suo cinema: impegno civile, sguardo libero e fermo, alieno da drammatizzazioni e tempeste emotive, ma totalmente empatico con il suo contesto.
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