| Anno | 2025 |
| Genere | Azione, Biografico, Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 123 minuti |
| Regia di | Benny Safdie |
| Attori | Emily Blunt, Dwayne Johnson, Oleksandr Usyk, Bas Rutten, Paul Lazenby Whitney Moore, Andre Tricoteux, Jason Tremblay, Paul Chih-Ping Cheng, Yoko Hamamura, Lyndsey Gavin, Jasper Salon. |
| Uscita | mercoledì 19 novembre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 3,25 su 28 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 20 novembre 2025
Biopic sportivo sulla vita di Mark Kerr, sollevatore di pesi, campione di MMA e wrestler. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, 2 candidature a Golden Globes, 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office The Smashing Machine ha incassato 354 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Tre anni nella vita e nella carriera di Mark Kerr, che è stato un pioniere nella disciplina delle arti marziali miste a cavallo tra gli Anni Novanta e i duemila. I combattimenti brutali si fanno sentire sul corpo dell'atleta, che sviluppa una dipendenza dagli oppiacei per placare i dolori durante i lunghi tornei in posti come il Brasile o il Giappone. A casa, in Arizona, lo attende la compagna Dawn, con la quale c'è un amore sincero minacciato però da due temperamenti focosi e dalla necessità da parte di Mark di chiudersi in sé stesso per fare al meglio il proprio lavoro. Un sostegno importante gli viene dall'amico e rivale Mark Coleman, tramite il quale Kerr si avvicina all'allora nascente mondo dell'UFC che promette guadagni ancora maggiori. I due si ritroveranno in Giappone a competere insieme per il torneo Pride.
Primo film in solitaria per il regista Benny Safdie, dopo aver costruito assieme al fratello Josh una partnership di successo che li ha portati dal cinema indipendente americano al mainstream di ottimi titoli come Good Time e Diamanti grezzi.
Avendo esplorato anche il mestiere di attore (lo si ricorda proprio in Good Time, oltre che in Licorice Pizza e Oppenheimer), Benny torna alla regia con un biopic-omaggio alla figura di un lottatore americano verso il quale lui e la star Dwayne Johnson, da cui nasce il progetto, provano un affetto evidentemente palpabile: The Smashing Machine è infatti un film sportivo dalla struttura atipica e dal carattere sorprendentemente morbido.
Non proprio scevra dei conflitti tipici del genere - di Kerr vengono mostrati gli alti e bassi con la partner e l'uso di droghe - l'opera ripercorre però un periodo limitato della carriera dell'atleta, pochi anni e qualche torneo, senza enormi variazioni nella sua traiettoria professionale e personale. Al posto dei grandi traguardi e dei sensazionalismi c'è invece un character study animato dalla curiosità. Il Kerr del fu "The Rock" è un contrasto misterioso che la macchina da presa di Safdie non riesce a smettere di decifrare, un ordigno instabile che si teme possa esplodere da un momento all'altro.
L'implicita minacciosità di questa montagna di muscoli viene messa in parallelo con i suoi modi gentili e rispettosi, l'alta intensità testosteronica ed elementare delle interviste pre-torneo disinnescata da una razionalità pacata e autoconsapevole nelle risposte. Del cinema dei Safdie ora "dimezzato" resta la straordinaria capacità di generare un mood, di vivere in quella buffa intersezione tra la narrativa più convenzionale e l'uso di attori e figure inaspettate che aprono le frontiere tra il reale e il grottesco, uno spazio che conduce dritto dalle parti di Harmony Korine.
In questo caso ci sono tanti veri lottatori a provvedere ai ruoli di contorno, e anche uno che si erge a co-protagonista: Ryan Bader nella parte di Mark Coleman, sovversiva e originale rivisitazione di un personaggio già visto, e simbolo dell'approccio empatico che il film adotta sulle cose della vita - la vittoria, la sconfitta, lo stare fianco a fianco con qualcuno.
Sul ring, quell'empatia si trasforma in uno stile di regia misurato, che non cerca di entrare dentro lo scambio violento ma si fa più descrittivo. È negli spogliatoi che ci si può avvicinare maggiormente, ma ancora una volta il punto d'interesse degli autori è concettuale e non animale, intellettuale e non primordiale. In questo è anche un'opera sul linguaggio e sulla mediazione dell'istinto, sugli spazi intimi e il rispetto della professionalità. Vale per la parte sportiva ma anche per quella personale, con il salotto di Mark e Dawn che si fa teatro di ulteriore dibattito.
Kerr è presumibilmente un nome poco familiare al grande pubblico se non ai più fedeli appassionati degli sport da combattimento, ma il regista si rifiuta di accettarlo, cercando invece l'eccezionalità in un personaggio che cerca disperatamente di conformarsi. E se l'impresa eccezionale è essere normale, sotto la superficie di The Smashing Machine si può trovare l'analisi di una mascolinità alla disperata ricerca di una sintesi: iper-consapevole (a volte anche buffamente contemporanea nell'uso del therapy-speak come rifugio emotivo) ma ancora schiava dell'ebbrezza che si prova nel performare la sottomissione dell'altro.
Safdie nasconde tutto ciò in un involucro dall'aspetto conosciuto, quasi scontato, puntando il dito e sfidando lo spettatore a vederci la stessa unicità che sta indicando lui da lontano, come nell'epilogo sornione che chiude il film e che ci ricorda quanto è importante tenere la giusta distanza.
Chi segue Dwayne Johnson è abituato e ben altro taglio di film come Jumanji, Red Notice, Black Adam i cui lui esprime non solo la propria potenza muscolare ma la propia carica di ironia. Qui non c'è niente di tutto questo, è un film piatto e noioso incentrato sul wrestling che è di nessun interesse per il pubblico italiano.
La caduta degli dei. Così viene mostrato Mark Kerr, una leggenda delle arti marziali miste (MMA) da Benny Safdie, al suo primo lungometraggio per il cinema senza il fratello Josh. Il ring è solo una parte della sfida, quello che lo mette a nudo, che rivela le sue debolezze. The Smashing Machine, ambientato tra il 1997 e il 2000, simula un approccio documentarista per mostrare la vita del lottatore tra immagine pubblica e dimensione privata. Dwayne Johnson, in un grande ruolo drammatico che richiama anche la grande prova di Adam Sandler in Diamanti grezzi, diretto proprio dai fratelli Safdie, si immedesima completamente nel personaggio con una performance mimetica in linea con il secco realismo dei migliori film sportivi; per interpretare la figura di Mark Kerr, l’attore ha dovuto svolgere perdere circa 30 Kg. In più, prima delle riprese, ogni giorno ci sono volute circa tre/quattro ore per truccarlo, Infine il suo volto è stato ricoperto da 21 protesi grazie al lavoro del truccatore prostetico Kazu Hiro, premio Oscar per L’ora più buia (guarda la video recensione) di Joe Wright e Bombshell. La voce dello scandalo (guarda la video recensione) di Jay Roach.
Questa trasformazione fisica è simile a quella a cui si è sottoposto anche Christian Bale per interpretare l’ex-pugile Dicky Eklund diventato poi tossicodipendente in The Fighter. Robert De Niro, al contrario, per entrare nei panni di Jake LaMotta in Toro scatenato, è invece ingrassato 30 Kg. A sua volta Russell Crowe, per il ruolo del campione dei pesi massimi James Braddock in Cinderella Man, Una ragione per lottare, si è sottoposto per mesi ai durissimi allenamenti di Angelo Dundee, l’ex coach di Muhammad Alì e ne ha riprodotto in modo perfetto la tecnica, con i colpi da corta distanza, lo spirito di sacrificio e la capacità di resistenza nel match.
Safdie conosce benissimo le regole del biopic sportivo. Come in Martin Scorsese e Ron Howard, la parabola sportiva scorre parallelamente a quella umana. Sotto questo aspetto, a questi titoli ci si può aggiungere anche la saga di Rocky proprio per come mostra la dimensione umana del personaggio e non solo quella agonistica. Con una sola differenza: Kerr, La Motta e Braddock sono figure realmente esistite, mentre Rocky Balboa è un personaggio immaginario anche se l’immedesimazione e l’intensità con cui lo ha portato sullo schermo Sylvester Stallone ce lo ha fatto percepire come se fosse esistito realmente.
In The Smashing Machine, un regista furbo come Benny Safdie gioca fin dalla prima scena con le aspettative dello spettatore. L’universo è quello del film sportivo, e in particolare lo sport è il combattimento, nella sua incarnazione pionieristica di una mixed martial arts che negli anni Novanta in cui è ambientata la storia non era ancora il brand miliardario e planetario di oggi. Sullo schermo c’è Dwayne Johnson, il quale – a proposito di brand – porta con la sua presenza un complesso set di promesse e familiarità per il pubblico del cinema da popcorn che l’ex star della WWE naviga con successo da un paio di decenni.
Muscoloso, oliato e sofferente, il corpo del “fu The Rock” è una molla perennemente in tensione, anche se un po’ ammaccata. Safdie ne altera i lineamenti con il trucco per farlo sembrare un po’ più simile a Mark Kerr, wrestler protagonista del film e figura reale del circuito MMA dell’epoca. Ma la somiglianza è soprattutto metatestuale, sovrapponendo la memoria del corpo dell’attore a quella del suo personaggio. La rappresentazione della mascolinità sullo schermo sembra prenderci per mano e condurci verso uno studio che scava le pieghe oscure dell’atleta, del guerriero, e di come costui debba poi mediare l’istinto del superuomo una volta fuori dal ring.
Tuttavia Safdie (che insieme al fratello Josh è responsabile per l’angoscia viscerale di titoli come Good time e Uncut Gems) ha in mente qualcosa di diverso dagli archetipi classici del genere, dell’eroe residuale alla Rocky o del martire consumato di The wrestler. Nelle sue mani Kerr è una figura di mezzo che tende all’equilibrio in una tradizione cinematografica che lo vorrebbe veder sbandare a ogni curva. Si potrebbe pensare che una trovata del genere non sia proprio la base di una storia appassionante, ma scena dopo scena si crea un’intrigante dissonanza cognitiva tra la brutalità della lotta e la pacatezza performativa dell’uomo. Non a caso Safdie alterna ritmicamente le sequenze di combattimento con momenti di forzata introspezione, spesso dialettici: vediamo scambi con una signora e un bambino nella sala d’attesa del medico, in cui Kerr spiega loro che no, non odia i suoi avversari; oppure la domanda di un giornalista su cosa si proverebbe a perdere un incontro – un esercizio di immaginazione inconcepibile che produce per tutta risposta uno sguardo vuoto e perplesso.
Ascesa e caduta di Mark Kerr, star anni Novanta delle arti marziali miste, lo sport che ci si mena e vale tutto o quasi, le ginocchiate in testa quando la testa guarda il tappeto no, ma dal film sembra l'unica mossa illegale, e poi l'arbitro, anche in quel caso, mica interviene. Con uno straordinario Dwayne Johnson, The Rock, per l'occasione fornito di esilarante «sorcio nero in testa», copyright Marco [...] Vai alla recensione »