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Ultimo aggiornamento martedì 8 gennaio 2019
Una donna dedica anima e corpo al suo lavoro di giudice ma trascura il marito. Il caso di un ragazzo in ospedale cambierà la sua vita. In Italia al Box Office The Children Act - Il Verdetto ha incassato 2,1 milioni di euro .
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Giudice dell'Alta Corte britannica, Fiona Maye è specializzata in diritto di famiglia. Diligente e persuasa di fare sempre la cosa giusta, in tribunale come nella vita, deve decidere del destino di Adam Henry, un diciassettenne testimone di Geova che rifiuta la trasfusione. Affetto da leucemia, Adam ha deciso in accordo con i genitori e la sua religione di osservare la volontà di Dio ma Fiona non ci sta. Indecisa tra il rispetto delle sue convinzioni religiose e l'obbligo di accettare il trattamento medico che potrebbe salvargli la vita, decide di incontrarlo in ospedale. Il loro incontro capovolgerà il corso delle cose e condurrà Fiona dove nemmeno lei si aspettava.
Per quanto si provi a dire a parole il film di Richard Eyre, mancherà sempre all'appello l'essenziale. E l'essenziale in The Children Act - Il Verdetto è l'indicibile, quello smarrimento violento e improvviso che coglie qualche volta l'individuo fino a rovesciarne lo spirito e spostare per sempre il suo cuore più in là.
Di questo spiazzamento esistenziale fa esperienza Fiona Maye, giudice nata dalla penna di Ian McEwan ("La ballata di Adam Henry") e confrontata con una richiesta urgente in risonanza con la sua vita privata. Una vita trascorsa a esaminare situazioni altamente conflittuali, a valutare punti di vista che si oppongono, a divorare il tempo che avrebbe dovuto condividere col marito, a risolvere e risolversi con misura e distacco. Ma la fragilità del suo matrimonio e lo stato di salute di un adolescente rompono il suo delicato e costante esercizio, costringendola a confrontarsi bruscamente con se stessa per donare un nuovo senso alla parola responsabilità.
Cercando "l'interesse del bambino", principio in apparenza semplice ma di applicazione sovente dolorosa, la protagonista si perde e perde il filo. L'elemento perturbatore ha il corpo tormentato e il volto seducente di Adam (Fionn Whitehead, il giovane soldato di Dunkirk), indeciso tra principi religiosi e vitale pulsione adolescenziale. L'ambivalenza dell'animo umano è soggetto e materia di un film che illustra senza fioriture il ritratto di una donna travolta da quello che è chiamata a giudicare.
Alla maniera di McEwan, che ha adattato il suo romanzo per lo schermo, Richard Eyre segue la sua protagonista nella prestazione pubblica (la corte, l'ufficio) e nella vita intima (la sua relazione col marito). Il pubblico, che occupa uno spazio maggiore nel film e nel quotidiano di un giudice sicura della propria superiorità intellettuale e sociale, deraglia in un territorio sconosciuto e negli occhi chiari del 'figlio' che Fiona avrebbe forse potuto avere se non avesse sacrificato tutto al suo mestiere.
Emma Thompson è l'interprete ideale di un personaggio che nega le sue emozioni ma non riesce a impedire che affiorino, una donna che non ha visto il tempo passare e si sente improvvisamente invecchiare. Pivot di un dramma umano in cui tutti gli elementi convergono per valorizzarla, l'attrice inglese offre una performance tra le più ricche e sottili della sua carriera, traducendo a meraviglia la sofisticazione e la vulnerabilità del suo personaggio.
La perfezione tecnica e il controllo della partitura gestuale non frenano mai l'emozione ma la sublimano in un racconto di austera bellezza e straordinaria gravità. E come in ogni racconto di Ian McEwan è soltanto alla fine, a tragedia avvenuta, che i suoi personaggi realizzano di non aver compreso nulla di quello che hanno vissuto e di aver fatto probabilmente la scelta sbagliata. Una scelta dagli esiti catastrofici che travolgerà Adam, solo davanti a una fame di vita del tutto sconosciuta, e misurerà Fiona con l'irrimediabilità del suo abbaglio.
Tra sentimento e deontologia, emozioni e determinismo biologico, The Children Act - Il Verdetto confronta due solitudini, interrogando il ruolo della giustizia nelle nostre vite, esplorando la delicata linea di confine tra il secolare e il religioso, dando prova di una complessità tematica impressionante. Un film nutrito dall'immaginario giudiziario e una 'produzione anomala di globuli bianchi' che impatta, con le coscienze, i destini individuali.
"Mi invitò a prendere la vita così come veniva, come l'erba cresce sugli argini". È un verso del poeta irlandese William Butler Yeats che la protagonista si trova a cantare insieme a un paziente terminale del cui caso giuridico si sta occupando in prima persona. Lei è un giudice inossidabile dell'Alta Corte britannica, lui un testimone di Geova con la passione per la chitarra deciso a rifiutare la trasfusione che potrebbe salvargli la vita. È un incontro di quelli cruciali: cambierà la vita e la prospettiva di entrambi, in modi diversi ma ugualmente definitivi.
Tratto dal romanzo di Ian McEwan ("La ballata di Adam Henry", edito Einaudi), Il verdetto vanta come titolo originale proprio quel The Children Act che recita: "Quando una corte di giustizia delibera in merito all'educazione di un bambino, il benessere del bambino stesso deve essere considerato come prevalente e prioritario".
Così da una parte troviamo Emma Thompson, più intensa che mai, nel ruolo del giudice workaholic che trascura il privato in favore del lavoro in cui crede fortemente e si impegna con tutta se stessa. Dall'altra Fionn Whitehead nei panni di un sognatore incallito, che con le sue sorprese riesce a incidere giorno dopo giorno una crepa sulle mura che da anni la protagonista si è innalzata attorno. Nel mezzo c'è un matrimonio trascurato e frustrato: Stanley Tucci questa volta interpreta un marito che stenta a rassegnarsi alla trascuratezza del quotidiano. Le prova tutte, amante compresa, per risollevare le sorti di un legame intiepidito dal tempo e dagli impegni.
Dilemmi esistenziali, tormenti dietro ogni singola scelta, responsabilità di decidere delle vite degli altri. E nel frattempo la voglia di sentirsi vivi, di cantare, di suonare, di (tornare a) sognare. C'è tutto questo nella narrazione di Ian Mc Ewan, ancora una volta nelle vesti di autore e sceneggiatore. Dietro la macchina da presa troviamo il regista britannico settantacinquenne Richard Eyre, lo stesso che è stato applaudito per Diario di uno scandalo e che in questa sua nuova creatura cinematografica osa una mossa simile a un salto mortale.
Un film fatto di silenzi, pause, con la giusta carica drammatica e un complesso dibattito etico tra giustizia e religione, pretesto per un’analisi raffinata di due solitudini a confronto. Uscito come La ballata di Adam Henry qualche anno fa scritto dal versatile “sir” Ian Mc Ewan che ne firma anche la sceneggiatura dal 18 ottobre nelle sale The children act -in Italia Il verdetto-, [...] Vai alla recensione »
Uno dei motivi per cui Ian McEwan è così meritatamente popolare si deve a come egli sa costruire dilemmi etici (personali e sociali) con estrema naturalezza, senza rinunciare a una scrittura densa e profonda. Assolutamente disinteressato alla vena sarcastica di Martin Amis o altri scrittori-rivali britannici, McEwan ha la capacità straordinaria di mettere i suoi personaggi di fronte a scelte, bivi, soluzioni indecidibili che coinvolgono sempre il singolo e la comunità. Lo sfondo cambia, ma coinvolge in ogni caso il tessuto civile in cui i personaggi si muovono - e in cui il lettore sa perfettamente riconoscersi.
"La ballata di Adam Henry" è stato forse sottovalutato, rispetto a opere maggiori e più storicizzate, ma offre al non coraggiosissimo Richard Eyre (regista probabilmente abituato a gestire storie meno laceranti) un testo di alto spessore morale, dove una donna - un giudice, non a caso - si trova a prendere prima una decisione processuale e poi una decisione personale dalle conseguenze imprevedibili per la sua vita.
Il tema della libertà di scelta per motivi religiosi si scontra con le idee di un ragazzo non ancora maggiorenne, e per ciò stesso pronto a convinzioni estreme nell'uno e nell'altro senso. L'abilità di McEwan è proprio quella di non concentrare - come sarebbe stato facile - la questione sulla sola dialettica tra dilemma giurisprudenziale e sofferenza umana, ma di spingere la storia ben oltre, una volta presa la decisione della corte. È qui che si misurano infatti gli effetti pratici delle disposizioni del giudice, e che se ne saggiano i confini reali.
A 21 anni è già una star: scelto da Christopher Nolan come protagonista di Dunkirk, Fionn Whitehead recita ora da comprimario accanto a Emma Thompson in The Children Act - Il verdetto di Richard Eyre, che inizia come un courtroom drama ma prosegue come una storia d'amore sui generis fra Fiona Maye, un giudice dell'Alta Corte britannica, e Adam Henry, un ragazzo affetto da una grave malattia interpretato appunto da Whitehead, che ci racconta il suo ruolo.
"Adam Henry è un diciassettenne cresciuto nel credo religioso dei Testimoni di Geova, e che nonostante la malattia e l'educazione repressiva che ha ricevuto è rimasto aperto a tutte le esperienze ed entusiasta della vita. Adam Henry riesce a mantenere uno sguardo luminoso anche in circostanze oscure".
Secondo lei che cosa vede in Adam Henry il giudice Fiona Maye?
Quella brama di vivere che lei ha smarrito lungo la strada, quell'energia fresca e prorompente della quale era affamata senza nemmeno rendersene conto, e che è scomparsa anche dal suo matrimonio.
Si può dire che tra i due ci sia un rapporto madre-figlio?
Sarebbe riduttivo. Anche se certamente ci sono delle sfumature madre-figlio, la loro relazione è molto più complessa. Fiona apre gli occhi ad Adam Henry e gli mostra quell'universo di possibilità, di arte, musica e amore, dal quale i suoi genitori hanno sempre cercato di schermarlo, pur volendogli bene.
Nato nel 1948, Ian McEwan è senza dubbio lo scrittore inglese più importante di oggi. Il più mediatico in ogni caso, David Cameron si fece addirittura fotografare in metro con in mano uno dei suoi romanzi. Dopo essere stato selezionato sei volte, riceve il Booker Prize nel 1998 per "Amsterdam" e comincia un nuovo romanzo ("Espiazione"), dimostrando daccapo la sua curiosità insaziabile e il suo desiderio di non ripetersi. Cercando dietro a ogni libro di fare luce su un problema della nostra epoca, l'autore ha sperimentato un grande numero di registri letterari. E a ogni nuovo titolo sembra confermare di potere e sapere fare tutto: dall'affresco storico ("Espiazione") al polar psichiatrico ("L'amore fatale"), passando per la commedia ("Solar") e il romanzo di spionaggio ("Miele").
Con "La ballata di Adam Henry", adattato al cinema da Richard Eyre (The Children Act - Il verdetto), Ian McEwan affronta un nuovo territorio, il diritto. Giustizia, libero arbitrio e religione, l'autore abbraccia col suo romanzo questioni fondamentali in risonanza con l'attualità e confronta ancora una volta un personaggio con le sue scelte e la propria cecità davanti a quello che vive.
Nel suo tredicesimo romanzo è la volta di Fiona Maye, giudice degli affari familiari, abituata a gestire questioni delicate e altamente conflittuali, decidendo per l'una o l'altra delle parti nel rispetto della legge. Poi un giorno è chiamata a pronunciarsi su un caso urgente e complesso: lo stato di salute di Adam Henry, diciassette anni e nove mesi, che necessita di una trasfusione di cui i genitori, testimoni di Geova, rifiutano il principio. Dove si trova l'interesse del ragazzo (al centro del Children Act del titolo originale)? Nel rispetto delle convinzioni religiose dei suoi genitori, che Adam stesso condivide, o nell'obbligo di accettare il trattamento medico che desidera prodigare il corpo medico? Il confronto, ricorrente nelle pagine, tra la saggia istituzione giudiziaria e le credenze che la fede detta, non è che un contesto che lo scrittore espone nei dettagli, con finezza.
È ai pensieri della sua eroina, alle sue più intime emozioni, ai suoi dubbi e alle esitazioni che Ian McEwan si aggrappa stretto, svolgendo il racconto del suo incontro con il giovane e ardente Adam Henry e le sue sconvolgenti conseguenze. Perché è nei momenti umani che l'autore cerca possibilità narrative. Se la fiction è da sempre interessata a trattare la legge occupandosi di omicidi e di violenze o affidandosi ai detective e ai criminali, McEwan prende in esame la questione dei giudici e tutto quello che conduce un giudice a decretare il suo giudizio. Per questa ragione il libro comincia dalla vita privata di Fiona. La legge è certamente oggettiva ma il suo esercizio rientra nel campo della soggettività. Se Fiona non fosse stata abbandonata dal marito, se avesse avuto dei figli, se non fosse andata in ospedale a incontrare Adam, il legame tra loro non si sarebbe mai annodato, meglio, non si sarebbe mai intrecciato nella maniera in cui si intreccia.
Dov'era finita Emma Thompson? Dove era finita questa incredibile attrice britannica che negli anni Novanta faceva vibrare lo spettatore in Casa Howard, Gli amici di Peter, Quel che resta del giorno, L'ospite d'inverno col suo controllo asciutto delle emozioni e un'economia di mezzi espressivi che lasciava affiorare la verità del personaggio da pochi elementi essenziali? Un talento e uno 'stile nazionale' di recitazione che un'intera generazione non ha potuto successivamente apprezzare al meglio della sua espressione, stimarne il giusto valore nell'epoca in cui il fervore del cinema britannico declinava smorzato in coproduzioni ibride destinate ai multiplex.
Sorprendente Emma Thompson, pensavamo di averla persa in produzioni insipide e secondi ruoli del divertissement e invece la ritroviamo abbagliante in un dramma morale che le va a pennello. In The Children Act - Il Verdetto l'avvocato che difendeva ieri Daniel Day-Lewis (Nel nome del padre) è diventata giudice e ha conservato la sua etica irreprensibile.
Gratificata recentemente dalla sua regina e da Richard Eyre, Emma Thompson incarna nel suo nuovo film un giudice che deve risolvere in emergenza un affare di vita o di morte, mentre il suo matrimonio naufraga e il suo consorte si concede un'ultima passione. In pericolo e in equilibrio precario, il suo personaggio si protegge. E delle donne che si proteggono, l'attrice ha fatto la sua specialità, la sua arte. Complesse, sofisticate, sottili, nel corso della sua lunga carriera, le protagoniste di Emma Thompson hanno dissimulato le emozioni dietro un velo di pudore e di riservatezza tutta britannica. Un fremito, un sospiro soffocato, l'alterazione di uno sguardo rivelano tutto quello che non si può dire. Lo sgomento, il disagio, il dolore, l'amore, la collera.
Impossibile dimenticare la scena di Ragione e sentimento, quando la saggia Elinor Dashwood, nobile in ambasce nell'Inghilterra georgiana, si autorizza a crollare tra i singhiozzi. O ancora quel momento sospeso in Quel che resta del giorno, dove due domestici compassati, la governante e il maggiordomo, esprimono quasi la reciproca attrazione. Tutto è in quel quasi ed Emma Thompson lo abita meravigliosamente. Abita quell'istante fragile, modesto e di poco sotto al sentimento preso in considerazione, lo porta in scena come un corsetto, un comandamento sacro che permette di mantenere l'ordine immutabile delle cose. Almeno fino a quando un oggetto spostato o un sentimento improvviso non lo minacciano.
Sono molti i romanzi di Ian McEwan ad essere stati trasposti sul grande schermo, a partire da II giardino di cemento, che può essere senz'altro considerato tra i suoi capolavori letterari. In alcuni film della nutrita lista, lo scrittore inglese ha messo lo zampino anche come sceneggiatore a fianco di diversi registi: è accaduto con The innocent di John Schlesinger, con Chesil Beach di Dominic Cooke [...] Vai alla recensione »