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clara stroppiana
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sabato 16 dicembre 2023
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la fabbrica torna al cinema
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Da troppi anni il cinema italiano non entrava in una fabbrica per raccontarla. Con Palazzina LAF torna il cinema di impegno civile di Petri, di Rosi. E Riondino alla sua prima regia, sceglie il cinema di denuncia inserendosi in un ristretto numero di contemporanei a fianco del Vicari di Diaz e del Segre de L’ordine delle cose.
Siamo all’ILVA di Taranto, ora ex ILVA, che per anni ha riempito tristemente le cronache per le violazioni ambientali causa di migliaia di morti di cui si è resa responsabile, i casi giudiziari che l’hanno coinvolta, il ruolo dello Stato nella sua (s)vendita. E su tutto, il conflitto che ha diviso la popolazione tra tutela del lavoro e tutela della salute.
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Da troppi anni il cinema italiano non entrava in una fabbrica per raccontarla. Con Palazzina LAF torna il cinema di impegno civile di Petri, di Rosi. E Riondino alla sua prima regia, sceglie il cinema di denuncia inserendosi in un ristretto numero di contemporanei a fianco del Vicari di Diaz e del Segre de L’ordine delle cose.
Siamo all’ILVA di Taranto, ora ex ILVA, che per anni ha riempito tristemente le cronache per le violazioni ambientali causa di migliaia di morti di cui si è resa responsabile, i casi giudiziari che l’hanno coinvolta, il ruolo dello Stato nella sua (s)vendita. E su tutto, il conflitto che ha diviso la popolazione tra tutela del lavoro e tutela della salute. Ma noi, il pubblico, anche il più attento, poco sapevamo o forse nulla, della Palazzina LAF, ennesimo strumento dei padroni per mantenere il lavoratore in uno stato ansiogeno di soggezione e precarietà. Il film, ambientato nel 1997, è di un’attualità drammatica se ancora in questi giorni (dicembre 2023) gli operai dello stabilimento, ora nelle mani di una multinazionale indiana, sono costretti a manifestare contro una gestione disastrosa che mette a rischio il loro lavoro e la loro vita.
Michele Riondino riesce bene a ritrarre l’inferno dell’acciaieria più importante d’Europa grazie ad una buona padronanza del linguaggio cinematografico nel suo complesso. Dalla fotografia alla sceneggiatura, all’efficacissimo montaggio. Le musiche originali di Theo Teardo giocano un ruolo importante nel creare un universo sonoro assordante e distopico, ma già realtà nelle giornate alienanti degli operai confinati alla LAF dove anche la salute mentale è a rischio. Sfruttamento, controllo, atteggiamenti persecutori nei confronti del lavoratore scomodo, sono da sempre strumenti del “padrone” che delega il lavoro sporco al dirigente, qui ben interpretato da Elio Germano, che fa del cinismo la sua legge morale. Ottimo anche Riondino nei panni di un operaio qualunquista senza una coscienza di classe, che volentieri accetta di spiare e riferire ai capi i comportamenti dei compagni, in cambio di qualche miglioramento economico.
Tutti i personaggi sono tratteggiati con cura, ben caratterizzati, con qualche venatura grottesca, e nessuno ci appare secondario perché nella coralità dell’insieme rappresentano, cioè mettono in scena, una tragedia operaia che è la tragedia di una città e di una terra diventata “un campo minato” come canta Diodato nel brano La mia terra, parte della colonna sonora del film. Ancora in tema di suoni, apprezzabile la scelta di lasciare i dialoghi in dialetto tarantino con sottotitoli.
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[+] tre david di donatello ivan il matto
(di ivan il matto)
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jonnylogan
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martedì 5 dicembre 2023
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vogliamo lavorare
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Esordio dietro la macchina da presa estremamente impegnativo per il Giovane Montalbano Michele Riondino che decide di narrare la vita, o sarebbe meglio dire la morte civica, e cinica, della palazzina Laminatoio a Freddo salita ai disonori della cronaca per aver rappresentato il primo caso di Mobbing certificato in Italia e confino ove all’ILVA era consuetudine relegare i dipendenti più scomodi nel quadro di un'ipotetica ristrutturazione aziendale, ai quali fare pagare l’ostinazione nel non voler rinunciare a uno spostamento di reparto e a un demansionamento.
Riondino riserva per sé il ruolo, immaginario a Taranto ma reale in altri punti aziendali presenti nella penisola, del braccio armato della dirigenza aziendale.
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Esordio dietro la macchina da presa estremamente impegnativo per il Giovane Montalbano Michele Riondino che decide di narrare la vita, o sarebbe meglio dire la morte civica, e cinica, della palazzina Laminatoio a Freddo salita ai disonori della cronaca per aver rappresentato il primo caso di Mobbing certificato in Italia e confino ove all’ILVA era consuetudine relegare i dipendenti più scomodi nel quadro di un'ipotetica ristrutturazione aziendale, ai quali fare pagare l’ostinazione nel non voler rinunciare a uno spostamento di reparto e a un demansionamento.
Riondino riserva per sé il ruolo, immaginario a Taranto ma reale in altri punti aziendali presenti nella penisola, del braccio armato della dirigenza aziendale. Pronto a riferire chi siano i colleghi, in particolar modo sindacalisti, più combattivi e quindi più indicati per essere deportati alla palazzina del titolo. La descrizione di Caterino che ci sfila davanti allo sguardo, è quella di un uomo semplice ma deciso, che vive la vita di fabbrica come un mezzo economico con il quale affermarsi socialmente e che nelle relazioni sindacali non intravede nulla di buono se non un mare di parole inutili. A fargli da contraltare, ma sarebbe meglio dire da spalla e manovratore, l'untuoso Elio Germano calatosi come sempre alla perfezione nella parte di Giancarlo Basile, dirigente capace di avvicinare Caterino carpendone la buona fede con fare mefistofelico in cambio di auto aziendale e conseguente promozione immeritata. Il contorno è quello di una fabbrica che nel corso degli anni ha avvelenato non solo la città di Taranto ma ha rovinato la vita a numerose persone; vittime dei soprusi come quelli perpetrati sul finire degli anni '90.
Pellicola come dicevamo civica che il regista, Tarantino DOC, con un fratello ammalatosi per aver lavorato proprio all’ILVA, ha voluto girare sulla scia del cinema d’impegno sociale che fece la fortuna di Elio Petri e Gian Maria Volonté, difficile in Caterino non intravedere l'ombra di Ludovico "Lulù" Massa protagonista di La classe Operaia va in Paradiso (id.; 1971) ma senza quella presa di coscienza che, nella pellicola di Petri, ne contraddistinguevano la catarsi. Pellicola il cui contenuto funziona, per merito di tutto il cast, come un orologio di fattura pregiata e che non sembra assolutamente creato da un regista esordiente.
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no_data
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venerdì 8 dicembre 2023
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finalmente un film sul lavoro
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Riondino debutta assai bene con un film sul grande assente del cinema italiano, il lavoro in fabbrica, tema che è praticamente scomparso dal cinemino italico post '80, ben attento a raccogliere la vulgata della scomparsa dell'operaio. Lo fa con un film con il tono caustico e sulfureo della migliore commedia anni '70, quella che mozzica, con echi evidenti di Elio Petri, utilizzando per la maschera attoriale del suo personaggio, il protagonista, un beffardo mix di richiami ai grandi mattatori dell'epoca, soprattutto al Giannini Werthmulleriano. Da vedere.
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ivan il matto
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lunedì 13 maggio 2024
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la fabbrica protagonista ****
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La classe operaia va in paradiso o alla "Palazzina Laf"? Scimodando il famoso titolo di Elio Petri (1971), Michele Riondino esordisce alla regia mettendo in scena il celebre caso di mobbing collettivo degli anni 90 all'LVA di Taranto. Confinati in un'ala in disuso dell'enorme complesso siderurgico, la palazzina laf (acronimo di Laminatoio a freddo), ha accolto dalla seconda metà dei 90 al 2005, fino a 70 fra tecnici, impiegati e operai "scomodi" o troppo sindacalizzati. Costretti in quei luoghi fatiscenti, le maestranze in questione venivano ridotte all'inattivita' forzata fra umiliazioni e proposte indecenti di demansionamento professionale.
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La classe operaia va in paradiso o alla "Palazzina Laf"? Scimodando il famoso titolo di Elio Petri (1971), Michele Riondino esordisce alla regia mettendo in scena il celebre caso di mobbing collettivo degli anni 90 all'LVA di Taranto. Confinati in un'ala in disuso dell'enorme complesso siderurgico, la palazzina laf (acronimo di Laminatoio a freddo), ha accolto dalla seconda metà dei 90 al 2005, fino a 70 fra tecnici, impiegati e operai "scomodi" o troppo sindacalizzati. Costretti in quei luoghi fatiscenti, le maestranze in questione venivano ridotte all'inattivita' forzata fra umiliazioni e proposte indecenti di demansionamento professionale. Nei panni del viscido delatore Caterino Lamanna, Riondino riporta al cinema, dopo chissà quanto, la fabbrica, gli ambienti di lavoro reali, l'abbandono e la desolazione di chi difende con le unghie e con i denti la propria dignità umana, prima che di lavoratore. "Il ns acciaio serve ad arricchire qualcun altro...a noi resta solo la monnezza", sentenzia uno dei confinati scrutando dall'alto l'azienda. Fra l'atto d'accusa e i toni della commedia grottesca, il film trascina alla gogna i piani alti dell'impresa nella persona di Giancarlo Basile, dirigente lugubre e marcio, cui Elio Germano conferisce lo spessore formidabile del borgataro romano già interpretato meravigliosamente nelle pellicole dei fratelli D'Alessandro. Dal canto suo Vanessa Scalera, pugliese di Mesagne, anch'essa fra i confinati, offre il suo contributo, benché relativo, convinta di spendersi per una chiamata alle armi. Pur in una periferia umana e sociale degradata, che fotografa la famigerata palazzina nei modi di un campo di concentramento, il finale di Riondino regala "due soldi di speranza" con la sentenza del 2006 che inchioda l'azienda alle sue responsabilità. Insieme alla canzone del pugliese Diodato "la mia terra", significativamente interpretata sui titoli di coda.
Che dire poi dell'abbrraccio fra Elio, Michele e lo stesso cantautore alla notte dei David di Donatello, poiché tutti e tre premiati!?...un'Italia migliore è sempre possibile!!
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jean
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martedì 28 maggio 2024
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un film coinvolgente sulla vita dell’operaio.
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LA STORIA VERA TRA ABUSI È SOPRUSI TRA VITTIMA O CARNEFICE.
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LA STORIA VERA TRA ABUSI È SOPRUSI TRA VITTIMA O CARNEFICE.
La pellicola è tratto da una storia vera dove racconta gli abusi è il mobbing fatti dai titolari hai suoi dipendenti della ditta Ilva di Taranto dove anche i piú qualificati operai vengono trasferiti nell’ prefabbricato decadente è marcio noto come “Palazzina Laf” ( acronimo di laminatoio a freddo.)
Il dirigente senza scrupoli Giancarlo Basile (Elio Germano) con questa sorta di elaborato marchingegno vuole sì chè i suoi operai firmano un nuovo contratto a tutto vantaggio della azienda.
Peró alla Palazzina Laf ì dipendenti non lavorano! Ma giocano a carte, dormono, pregano, giocano a Ping Pong, insomma si direbbe un paradiso, ma che alla fine un paradiso non è perché i dirigenti sanno bene che trascorrere del tempo anche senza lavorare è davvero difficile è logorante con la sensazione di essere rinchiusi in una prigione ( che poi di fatto lo è ) è dove devi tenere la mente occupata è difficile per far scivolare le noiose ore lavorative sapendo chè non puoi lasciare la palazzina, perché sorvegliati sempre a vista dalla sicurezza è l’unico modo possibile per allontanarsi è con un permesso del capo Basile.
Un giorno mettono nella palazzina Caterino Lamanna (Michele Rondino), un operaio addetto hai forni è appena fresco di promozione a capo squadra, ma essendo molto ambizioso, strafottente è sicuro di se, mandato lì dallo stesso Basile con il compito di riferire tutto quello che succede nella palazzina.
Così preso dalla sua nuova mansione di spia chè di propria iniziativa pedina i propri colleghi anche al di fuori dalle ore lavorative, oltrepassando tutti i limiti della moralità.
Michele Rondino al suo debutto come regista sembra che volesse raccontare con le scene la vita degli operai con i propri occhi… un lavoro duro,sporco, di sudore è assai monotono della vita di fabbrica, esempio è ad inizio film quando la scena degli operai vanno a beggiare ad inizio è a fine turno, alla entrata è alla uscita della ditta, qui il regista con il montatore sembra che volessimo creare una unica sequenza a "Loop" quasi con le immagini a raccontare il lavoro che i dipendenti da li a poco dovranno svolgere.
La trama è fluida grazie anche alla ottima interpretazione di Elio Germano è Michele Rondino ( che si districa bene tra attore è regia) fa sì che lo spettatore si gode appieno il film anche se in alcune scene c’è proprio del grottesco.
La pellicola fa anche riflettere come i sindacati prima è le istituzioni poi, al tempo non potessero fare niente contro un “potere forte!”
Molto bella la canzone nei titoli di coda di Dionato che chiude la pellicola con un velo di malinconia.
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matteo
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giovedì 22 febbraio 2024
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il non lavoro come lavoro
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Il confino aziendale come pratica segregatrice e punitiva dei lavoratori non allineati o improduttivi mi era del tutto sconosciuta. Questo film ne traccia una storia dettagliata all'interno del grande polo industriale dell'Ilva di Taranto e per quanto mi riguarda i meriti di questo film finiscono qua. Riondino tocca molti temi del lavoro di fabbrica all'interno dell'Ilva (ma generalizzabili al lavoro industriale) senza approfondirne in modo significativo nemmeno uno. Ma il limite maggiore sono i personaggi che mi sembrano troppo scontati e poco autentici ridotti a macchiette caratteriali, in particolar modo Basile (Elio Germano) che risulta nella mimica e nei comportamenti un burattino grottesco.
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Il confino aziendale come pratica segregatrice e punitiva dei lavoratori non allineati o improduttivi mi era del tutto sconosciuta. Questo film ne traccia una storia dettagliata all'interno del grande polo industriale dell'Ilva di Taranto e per quanto mi riguarda i meriti di questo film finiscono qua. Riondino tocca molti temi del lavoro di fabbrica all'interno dell'Ilva (ma generalizzabili al lavoro industriale) senza approfondirne in modo significativo nemmeno uno. Ma il limite maggiore sono i personaggi che mi sembrano troppo scontati e poco autentici ridotti a macchiette caratteriali, in particolar modo Basile (Elio Germano) che risulta nella mimica e nei comportamenti un burattino grottesco. Lo stesso protagonista riversa l'odio di classe sulla sua classe di appartenenza senza nessun scupolo di coscineza. Sul lavoro c'è bisogno di narrazioni lucide e sagaci e questa non credo che lo sia. Insomma Ken Loach è un'altra cosa.
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