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Ultimo aggiornamento lunedì 7 marzo 2022
Una coppia di fratelli che possiede un grande ranch nel Montana si affronta quando uno di loro si sposa. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, Il film è stato premiato a Venezia, 7 candidature e vinto 3 Golden Globes, 7 candidature e vinto 2 BAFTA, 12 candidature e vinto 5 Satellite Awards, a Toronto, 9 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, 3 candidature a SAG Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, 5 candidature a NSFC Awards, In Italia al Box Office Il potere del cane ha incassato 5,6 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Montana, 1925. I fratelli Burbanks, Phil e George, sono gli eredi di un grande ranch di famiglia, che mandano avanti occupandosi quotidianamente dello spostamento mandrie, dell'essicazione delle pelli e dell'addestramento degli uomini di fatica. Mentre George è un uomo sensibile e desidera una famiglia, Phil è un bullo patentato e omofobo, ossessionato dal mito del suo mentore Bronco Henri. Quando George prende in sposa la giovane vedova Rose e la porta al ranch, Phil prende di mira la donna e suo figlio Peter e non smette di tormentarli.
Del romanzo di Thomas Savage, pubblicato la prima volta alla fine degli anni Sessanta, la Campion restituisce appieno i principali elementi naturali: l'effetto immersivo, amplificato dal mezzo cinematografico, e l'elemento dell'isolamento, che è in ogni piega del racconto e dei personaggi, e che assume visivamente una concretezza quasi palpabile.
Nella sua Nuova Zelanda la regista trova l'America rocciosa e occidentale della metà degli anni Venti, in una valle sterminata e deserta, in cui lo sguardo può spaziare a trencentosessanta gradi (eppure bisogna avere qualcosa di speciale in esso per cogliere il profilo del cane con la mascella aperta nel grande massiccio che funge da fondale al palcoscenico del ranch e da finale di percorso). Agli interpreti principali, invece, tocca il compito di tenere insieme ed esprimere, col corpo prima che con le parole, la psicologia travagliata di tre personaggi tragicamente imprigionati in un ruolo, un'epoca, un genere. E se il rumoroso, puzzolente, tossico Phil di Cumberbatch è il più centrale del gruppo e nell'inquadratura, manifesto troppo facile della regola per cui le persone che sono state danneggiate non possono che a loro volta danneggiare, è al modo in cui Kristen Dunst amplifica la piccola Rose del romanzo facendone un'icona di malinconia che guardiamo più volentieri, così come alla delicatezza del personaggio di George (Jesse Plemons), che con pudore e timore non guarda ciò che non vuol vedere. È un peccato allora che il film stenti ad arrivare al punto; che lo sguardo della Campion, che rende sensuale ogni cosa su cui si posa, resti bloccato su immagini già note, figure poco figurate (la castrazione di massa degli animali, il branco), attese che girano su loro stesse, non sufficientemente ricompensate dal colpo di coda del finale. La sua incursione sulla brokeback mountain si ferma a un passo dalla cima, lasciandoci il desiderio del panorama che avremmo potuto vedere e non abbiamo visto.
Al centro c’è la relazione tra due fratelli (“come Romolo e Remo”, stando alle parole di Phil, il maggiore) opposti nel carattere e nell’aspetto; Phil è tanto colto e crudele quanto George è superficiale e magnanimo, entrambi, però, fingono di appartenere a una terra che in realtà è ostile.
La storiografia recente è ormai propensa a interpretare la celebre leggenda dei gemelli fondatori di Roma nell'ottica del conflitto di civiltà, all'interno del quale si contrappone da un lato, un'idea di aggregazione già di tipo urbano, concepita in modo centralistico, con le sue istituzioni, i suoi matrimoni regolamentati, l'istruzione dei rampolli, il culto religioso associato alla figura dello Stato; [...] Vai alla recensione »