| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Gran Bretagna, Belgio, Germania |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Carlo Shalom Hintermann, Carlo Hintermann |
| Attori | Charles Dance, Lotte Verbeek, Sverrir Gudnason, Isolda Dychauk, Filippo Nigro Vera Graziadei, Marco Quaglia, Douglas Dean, Justin Korovkin, Rocco Gottlieb, Giselda Volodi. |
| Uscita | giovedì 8 luglio 2021 |
| Distribuzione | RS Productions |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,89 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 30 giugno 2021
Un viaggio per risolvere un'importante dilemma e prendere la decisione più importante della vita. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri d'Argento, 1 candidatura a David di Donatello, In Italia al Box Office The Book of Vision ha incassato 102 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Colpita da una grave malattia, la giovane dottoressa Eva abbandona la carriera per dedicarsi alla ricerca e alla storia della medicina. Con l'aiuto del tutor universitario Henry, del quale s'innamora ricambiata, entra in possesso del Book of Vision, un'opera scritta nel XVIII secolo dal medico prussiano Johan Anmuth. Nel manoscritto Eva trova i sentimenti, le paure e i sogni di migliaia di pazienti ed entra poco alla volta in relazione con la storia di Anmuth, convinto assertore di un metodo a metà tra razionalismo e animismo e per questo fatto internare dal principe per cui lavorava. L'unione di passato e presente aiuta Eva a comprendere la natura del suo male e a sfidare i limiti della medicina moderna per guarire il suo corpo.
Viaggio visionario fra i secoli, saggio sui limiti della coscienza, riflessione filosofica sulla capacità del cinema di rappresentare gli stati fisici e mentali, The Book of Vision è un'opera ambiziosa profondamente influenzata da Terence Malick, qui produttore esecutivo.
The Book Vision nasce da un'illusione, forse una speranza, che da La sottile linea rossa in poi, e più ancora da The Tree of Life, caratterizza il cinema di Malick: l'illusione, cioè, di scalfire con il cinema la superficie delle cose; di penetrare la realtà degli oggetti, degli elementi e dei corpi per raggiungerne il lato metafisico, la dimensione che supera la divisione fra passato e presente, vita e morte, carne e spirito. Carlo Hintermann, che nel 2002 con Luciano Barcaroli e Gerardo Panichi a Malick ha dedicato un film, Rosy-Fingered Dawn: a Film on Terrence Malick, e di Malick è stato assistente sul set di The Tree of Life, nel suo primo lavoro di finzione, presentato lo scorso anno in apertura della Settimana internazionale della Critica di Venezia, non nasconde il suo modello e riprende una pratica di cinema consolidata. La locandina di Badlands campeggia evidente in una scena del film e il lavoro fatto con l'operatore Jörg Widmer, altro stretto collaboratore di Malick, e il montatore Piero Lassandro riprende la medesima fluidità di movimenti di macchina e il medesimo impasto visivo e sonoro degli ultimi film del regista americano, sempre più lontani da una forma di racconto tradizionale e romanzesca. Visionario e spiritualista, contraddittorio nella sua anima kolossal e intimista, The Book of Vision ha proprio nella parte descrittiva ambientata ai giorni nostri il punto debole: un romanzo new age dallo stile derivativo (non solo Malick, ma anche Kubrick, Sokurov, di cui eredita da Faust l'interprete Isolda Dychauk, e Aronofsky) e dalla dimensione midcult, con alcune sequenze fuori tono (ad esempio, una canzone dei Velvet Underground eseguita in una luce artificiale e fasulla), una coproduzione internazionale poco agile, un cast di celebrità di secondo piano (Lotte Verbeek, Charles Dance, Sverrir Gudnason), simbolismi in eccesso (il nome della protagonista, l'amore che vince attraverso i secoli...) e una serie di riflessioni sentenziose sul legame fra medicina moderna e medicina passata, tecnologia ed empirismo, con i corpi visti come tramite per il mistero della mente...
Coraggiosamente, però, è proprio quando mette in scena la realtà spirituale che The Book of Vision trova una voce intensa e indipendente. Il desiderio di Eva di superare i limiti del corpo, di aprire con la sua malattia nuovi orizzonti di cura e narrazione, offre a Hintermann lo spunto per sovrapporre presente e passato e creare un terzo livello di rappresentazione in cui la magia e lo spiritualismo vincono sul male e sulla medicina. Se scientificamente la sintesi lascia perplessi (Hintermann sembra dimenticare che a inizio '900 è arrivata la psicoanalisi, cosa che il Soderbergh di The Knick teneva bene a mente...), visivamente il film si libera dei propri maestri. I momenti migliori del film sono perciò quelli più rischiosi, in cui l'uso della CGI, nel momento in cui rimanda al Racconto dei racconti (barocchismi, creature misteriose, movimenti coreografati nella natura, flussi vitali da un corpo all'altro), svela in realtà il talento di un futuro autore, qui ancora soffocato dalle idee ma capace di dare sfogo all'ambizione e creare immagini in grado di restare impresse.
Un dottoressa, gravemente malata, lascia il camice e si dedica alla ricerca sulla storia della medicina. S'immerge così nei racconti di Johan Anmuth, collega settecentesco, che aveva registrato sogni, sentimenti e paure dei pazienti. Il risultato è un film visionario che si ispira a Terrence Malik, di cui il regista è stato assistente in The tree of life.