|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento giovedì 1 ottobre 2020
Nella sonnolenta Staten Island, un ragazzo pigro e problematico dovrà imparare a crescere. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Il re di Staten Island ha incassato nelle prime 6 settimane di programmazione 8,8 mila euro e 3 mila euro nel primo weekend.
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Scott Carlin ha pulsioni suicide, fa largo uso di marijuana, non ha un lavoro e frequenta amici altrettanto poco integrati. Ha una relazione per lo più sessuale con l'amica Kelsey ma preferisce rimanga segreta. Soprattutto vive ancora in casa con la madre nonostante sia un giovane americano bianco di ventiquattro anni. Quando sua sorella parte per il college, la madre inizia a guardare al di fuori del nucleo famigliare e trova presto una relazione che mette in crisi Scott, costringendolo a prendersi finalmente qualche responsabilità.
Opera semi-autobiografica dell'attore e cosceneggiatore Pete Davidson, Il re di Staten Island è un ondivago racconto di formazione, più interessante nei dettagli che nel prevedibile arco narrativo generale.
Molto è giocato nel film sul rapporto tra il personaggio Scott Carlin e il suo interprete Pete Davidson, celebrità della scena stand up comedy americana reso famoso dal mitico Saturday Night Live. Non solo il personaggio ha in comune con l'attore la malattia di Crohn, una personalità borderline e pure la morte del padre pompiere in tenera età (anche se quello del personaggio non è caduto durante l'undici settembre), ma pure la scena iniziale in cui Scott chiude gli occhi alla guida, in uno slancio suicida, ricorderà ai suoi fan una sua confessione di pensieri suicidi su Instagram, che portò la polizia ad andarlo a cercare per accertarsi che stesse bene. In realtà questo inizio scioccante rimane un corpo estraneo al resto del film, dove Scott sembra prendere molto più alla leggera le varie sventure della propria vita. L'incipit quindi vuole subito chiarire che questa di Judd Apatow è meno che mai una semplice commedia e che tra Scott e Pete c'è un rapporto molto forte.
Il sarcasmo di Scott è feroce verso gli altri ma lentamente il personaggio prende coscienza dell'autocompatimento con cui perdona a se stesso una quasi totale pigrizia. Scott deve crescere, sublimare finalmente il lutto del padre e staccarsi dalla madre troppo permissiva, e tutto questo finisce per avvenire quasi nel più prevedibile dei modi (ci viene risparmiato solo il riscatto artistico). Per fortuna però i singoli episodi della sua vita sono spesso divertenti o a loro modo toccanti, come il suo rapporto sorprendentemente tenero con i figli dell'uomo che corteggia sua madre, a riprova della sua empatia per chi ha bisogno di una figura paterna.
Aiuta che i ruoli di contorno siano interpretati da attori del calibro di Steve Buscemi e Pamela Adlon, con in più Marisa Tomei nei panni della madre e un altro comedian come Bill Burr in quelli dello spasimante di lei. La durata però rema contro e le oltre due ore tutte concentrate su Scott portano a desiderare un film più corale, che dia maggior spazio agli altri attori e meno a un protagonista la cui vicenda si fa sempre più ovvia e già vista.
Non è un problema nuovo con Judd Apatow ma per fortuna l'aderenza di Pete a Scott aiuta a trasmettere un senso di genuinità alla storia, così come i molti esterni danno alla vicenda un taglio più arioso rispetto ad altri film del regista. Un personaggio così controverso avrebbe però meritato un arco narrativo altrettanto originale, invece dopo tanto chiacchiericcio si arriva alla fine del film realizzando che in fondo la durata non ha corrisposto all'ambizione del progetto.
Spiace anche per certi personaggi sacrificati nonostante i molti minuti, come gli amici di Pete che a un certo punto escono di scena. In particolare non funziona il finale dedicato a Kelsey, interpretata dall'inglese Bel Powley: Apatow chiude con il suo arrivo in città, citando per esempio Una donna in carriera di Mike Nichols, ma è una scena che il film non ha preparato a sufficienza, relegando Kelsey a un ruolo sempre secondario e spesso assente. Sarebbe bastato solo un po' più di controllo al montaggio e in fase di scrittura per farne una commedia più incisiva, invece di una piacevole ma anche autoindulgente e in fondo dimenticabile.
Il re di Staten Island è un one man show, una stand-up comedy. Ma in questa rappresentazione allo specchio che Pete Davidson – interprete principale, co-sceneggiatore e cuore pulsante del film, basato in maniera neanche troppo libera sugli avvenimenti della sua vita – costruisce c’è una sincerità e una qualità introspettiva difficilmente reperibile nelle [...] Vai alla recensione »
Potrebbe apparire strano che un film di Judd Apatow compaia nelle classifiche di fine anno più cinefile, in mezzo ad autori come Christian Petzold, Charlie Kaufman e Philippe Garrel. Ma il produttore e regista americano, considerato il "Re Mida" della commedia hollywoodiana degli ultimi vent'anni, aveva già stravolto le forme e le dinamiche del tipico film demenziale più di dieci anni fa in titoli [...] Vai alla recensione »