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clara stroppiana
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mercoledì 15 ottobre 2025
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io non lo conoscevo bene
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IO NON LO CONOSCEVO BENE
Complici forse i ricordi scolastici, non possiamo negare che il pubblico si sia avvicinato con una certa diffidenza a quello che immaginava essere un biopic poco avvincente, storia di un poeta relegato da tempo in una soffitta polverosa dalla quale Giuseppe Piccioni lo tirava fuori per il dovuto, rituale omaggio in occasione dell’anniversario della nascita (1855). Se l’inizio, con quel corteo funebre sul treno che porta le spoglie del Pascoli a Borgo, non allontana i dubbi iniziali, presto i flashback illuminano un personaggio inaspettato che sorprende lo spettatore. Un giovane bello, inquieto, tormentato, dal fascino contemporaneo, così distante da quel signore corpulento di mezza età, con un paio di baffi importanti sul viso paffuto, che ci tramanda il web.
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IO NON LO CONOSCEVO BENE
Complici forse i ricordi scolastici, non possiamo negare che il pubblico si sia avvicinato con una certa diffidenza a quello che immaginava essere un biopic poco avvincente, storia di un poeta relegato da tempo in una soffitta polverosa dalla quale Giuseppe Piccioni lo tirava fuori per il dovuto, rituale omaggio in occasione dell’anniversario della nascita (1855). Se l’inizio, con quel corteo funebre sul treno che porta le spoglie del Pascoli a Borgo, non allontana i dubbi iniziali, presto i flashback illuminano un personaggio inaspettato che sorprende lo spettatore. Un giovane bello, inquieto, tormentato, dal fascino contemporaneo, così distante da quel signore corpulento di mezza età, con un paio di baffi importanti sul viso paffuto, che ci tramanda il web. Un ruolo non facile affrontato con coraggio ed entusiasmo da Federico Cesari che ha colto l’opportunità di misurarsi con una parte diversa, quasi una sfida con sé stesso e il suo lavoro di attore. Grazie ad uno studio profondo dell’opera del poeta e alla guida di una regia sicura, ha superato la prova realizzando il ritratto sfaccettato di un uomo nella sua complessità. Un Pascoli segnato per tutta la vita dalla ferita provocata dall’omicidio impunito del padre, mai rimarginatasi, un’assenza pesante, ”Quel tarlo che gli ha mangiato l’anima” afferma una delle sorelle. L’avvicinamento ad Andrea Costa e al socialismo rivoluzionario che gli costarono alcuni mesi di carcere. Il sogno giovanile di poter costruire un mondo più giusto per i miseri dei quali sente di far parte. Il poeta, l’accademico e il rapporto con i giganti a lui contemporanei: Carducci, D’annunzio. Il riconoscimento, la fama, i numerosi premi, il raggiungimento di un benessere economico dopo anni di vita agra. I legami familiari sempre al primo posto, soprattutto quello strettissimo, simbiotico, con le sorelle Ida e Mariù. Legami che con il tempo sconfinano in una forma malata di possesso soffocante. Giuste le interpreti, rispettivamente Liliana Bottone e Benedetta Porcaroli, che la sceneggiatura di Sandro Petraglia delinea nei molteplici aspetti della loro complicata relazione con il fratello, accennando appena alle derive più scabrose. Una scelta che attraversa tutto il film.
Fallito il desiderio di ricostruire una famiglia, gli studi e i numerosi scritti divennero forse l’unico rifugio di una vita personale incompiuta. Ma sopra ogni altra cosa è la poesia che riempie di echi tutta la sua produzione letteraria e questo romanzo famigliare. Non solo i versi proposti dalla voce di Federico Cesari, che arrivano nuovi, di una moderna musicalità non ancora del tutto esplorata. Anche i paesaggi campestri tanto amati, nella fotografia di Michele D’attanasio connotano spazi lontani da ogni intento descrittivo. Opera più evocativa che narrativa. Piccioni si muove tra gli stati d’animo, come ha sempre fatto con il suo cinema, e adombra spiriti. Quello del poeta che aleggia sul treno nel lutto di chi lo ha amato e apprezzato, e quelli che hanno accompagnato il Pascoli stesso mentre il tempo scorreva nella sua vita malinconica bloccata dai ricordi di un passato struggente e doloroso. Un film che traduce in immagini il verso pascoliano Il sogno è l’infinita ombra del vero.
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stefano maldini
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domenica 11 gennaio 2026
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il giorno dei morti: tra sguardo e visione
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“Io vedo (come è questo giorno, oscuro!) / Vedo nel cuore, vedo un camposanto / Con un fosco cipresso alto sul muro”: il nuovo film di Giuseppe Piccioni sembra nascere proprio dalle parole de Il giorno dei morti con cui si apre la raccolta Myricae, per sviluppare attraverso un altro linguaggio espressivo, quello cinematografico, la stessa logica visionaria e profondamente lirica di questi versi pascoliani.
La trama sarebbe apparentemente semplice, un viaggio nella memoria che si attiva a partire dalla scomparsa a Bologna del grande poeta e che si snoda lungo i binari percorsi dal treno con a bordo la salma accompagnata da familiari, amici e autorità fino a Barga, luogo d’elezione in cui Pascoli ha ricostruito, insieme alla sorella Mariù, il nido perduto della sua tragica infanzia.
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“Io vedo (come è questo giorno, oscuro!) / Vedo nel cuore, vedo un camposanto / Con un fosco cipresso alto sul muro”: il nuovo film di Giuseppe Piccioni sembra nascere proprio dalle parole de Il giorno dei morti con cui si apre la raccolta Myricae, per sviluppare attraverso un altro linguaggio espressivo, quello cinematografico, la stessa logica visionaria e profondamente lirica di questi versi pascoliani.
La trama sarebbe apparentemente semplice, un viaggio nella memoria che si attiva a partire dalla scomparsa a Bologna del grande poeta e che si snoda lungo i binari percorsi dal treno con a bordo la salma accompagnata da familiari, amici e autorità fino a Barga, luogo d’elezione in cui Pascoli ha ricostruito, insieme alla sorella Mariù, il nido perduto della sua tragica infanzia. Se non fosse che la memoria stessa è a sua volta un viaggio, pieno di imprevisti, di scoperte e di nuove prospettive, come sia il testo Il giorno dei morti sia il film continuano a dirci: perché i morti non riposano affatto, tra di loro faticano a capirsi e a ritrovarsi, come d’altronde i vivi, e da quella bara (in realtà vuota e leggera, tra l’altro, come ha confermato il regista, durante le riprese) Pascoli continua a parlare, spostando continuamente i punti di vista e tenendo insieme tutte le voci (ma non è forse questo il compito del poeta, quello di custodire e ridire con semplice bellezza l’inestricabile complessità del mondo?). Insomma, Pascoli continua a fare quello che ha sempre fatto, la sentinella che custodisce i confini tra i mondi, lascia vivere insieme e dialogare liberamente il qui e l’altrove, come in fondo era abituato a fare tutti i giorni anche linguisticamente, maneggiando indifferentemente una lingua viva, l’italiano, insieme a una morta in cui eccelleva, il latino. Riuscendo persino, attraverso la morte, a far rifiorire in due giovani suoi allievi protagonisti del film la vitalità dell’amore.
C’è poi un secondo versante per cui bisogna ringraziare Piccioni: che la sua opera accoglie il personaggio spesso “polveroso” di Pascoli e ce lo restituisce persona, focalizzandosi soprattutto sugli anni giovanili, quando la sua figura è più vivace, irrisolta e poco nota al grande pubblico. Un regalo, insomma, che aiuta a ritrovare uno dei maestri della nostra tradizione letteraria imbalsamati dalla scuola – come non pensare anche a Manzoni o Leopardi? – e che invece, tra addetti ai lavori e poeti continua a essere percepito come riferimento chiave per la sua capacità di innovazione tematica e stilistica. Per aprire una breve parentesi anche solo su alcune grandi voci della Romagna contemporanea, non si può non pensare a Stefano Simoncelli, Francesco Gabellini o Tolmino Baldassari, che ne custodisce chiaramente l’eredità per esempio nel bellissimo In chêv de’cantir (In fondo al campo), qui riportato in traduzione: “sono tutti in fondo al campo / che mi guardano ma non parlano / e niente non si muovono / solo due alzano un braccio / li ho subito riconosciuti / è la mamma col babbo / ho avuto compassione / anche perché non potevo far niente // dopo ho pensato che un giorno / qualcuno forse mi vedrà / in fondo al campo / che gli faccio dei segni / e anche lui non potrà far niente”. Sembra una scena girata da Piccioni che, appunto, è riuscito in questo film proprio a farci respirare l’anima pascoliana, che ha, del fanciullino, non certo l’ingenuità, quanto uno sguardo innocente e libero (talvolta anche diretto in macchina, come a interrogare noi spettatori), capace ancora di stupirsi pur in presenza di grande padronanza dei linguaggi e di una consapevolezza adulta. Ma, come insegna Nietzsche, solo rigore e meraviglia fusi insieme creano la grande arte.
Dicevamo quindi di un film che aiuta a rompere i pregiudizi su Pascoli poeta funereo, ripiegato su di sé, che dialoga più con i morti che con i vivi, quando in realtà è essenzialmente un poeta degli affetti e la sua traiettoria è assolutamente naturale in chi è stato così tanto costellato di lutti: la poesia ha a che fare con i legami profondi, con l’intimità vera e Pascoli non ha fatto altro che rispondere, pienamente e senza sottrarsi, al suo destino, abitando la complessità e anche la contraddittorietà della vita, come il rapporto perturbante e vertiginoso con la sorella Ida, quella che poi decide di sposarsi. C’è una scena, in particolare, di un loro abbraccio, in cui si avverte questo brivido della complessità tra i due – padre e figlia, madre e figlio, fratello e sorella, amanti tutto insieme – e in cui la dimensione biografica viene trasformata dal regista in un’occasione di riflessione senza giudizio, dimostrando una grande fiducia nel potere non tanto descrittivo quanto conoscitivo del gesto artistico. Ma anche il finale del film, che resta aperto e enigmatico per quanto riguarda il rapporto tra Ida e Mariù, restituisce la stessa immersione nel mistero insondabile e non risolvibile dell’umano.
Insomma, Piccioni continua per fortuna a usare l’arte per indagare su di noi, naturalmente attraverso il suo strumento privilegiato, l’occhio che guarda: “Io vedo, vedo, vedo”, ripete Il giorno dei morti, ribadendo l’importanza di una vista che quando si fa visione per paradosso riesce, attraverso la finzione, ad avvicinarci a una possibile verità. I grandi della letteratura, Dante e Leopardi in primis, stanno sempre lì a ricordarcelo: l’immaginazione o l’invenzione non sono mai una fuga, ma la via privilegiata per una esplorazione e, forse, persino un ritrovamento.
Stefano Maldini
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vittorio stano
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martedì 7 ottobre 2025
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zwani'' da voler bene
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Zwanì di Piccioni va molto aldilà degli stereotipi imparati a scuola sul poeta. Ci restituisce un Pascoli vero,puro, umano, attento alle piccole cose, alla natura umile e familiare. Eleva a dignità poetica gli aspetti più semplici e genuini dell'esistenza. Canta le esperienze familiari, la campagna, gli affetti più intimi e le piccole realtà della vita quotidiana. Zwanì era in profondo dialogo con la natura. La modesta famiglia Pascoli di San Mauro di Romagna subisce nel giro di 10 anni una sciagura dopo l'altra. Nel 1867 il padre di Giovannino viene assassinato da parte di loschi figuri, ignoti eppure notissimi. L'omicidio rimane impunito.
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Zwanì di Piccioni va molto aldilà degli stereotipi imparati a scuola sul poeta. Ci restituisce un Pascoli vero,puro, umano, attento alle piccole cose, alla natura umile e familiare. Eleva a dignità poetica gli aspetti più semplici e genuini dell'esistenza. Canta le esperienze familiari, la campagna, gli affetti più intimi e le piccole realtà della vita quotidiana. Zwanì era in profondo dialogo con la natura. La modesta famiglia Pascoli di San Mauro di Romagna subisce nel giro di 10 anni una sciagura dopo l'altra. Nel 1867 il padre di Giovannino viene assassinato da parte di loschi figuri, ignoti eppure notissimi. L'omicidio rimane impunito. Iniziano le difficoltà economiche per la famiglia. La vedova resta con 7 figli ancora bambini. Un anno dopo muoiono la sorella maggiore e la madre. Giovannino continua gli studi in un collegio di Urbino.Finiti gli studi liceali Giovannino si iscrive , nel 1873, alla facoltà di lettere dell'Università di Bologna. dopo aver vinto una borsa di studio bandita dal comune di Bologna. Lo esamina Giosuè Carducci. Nel 1876 ancora lutti familiari: muore il fratello Giacomo <<il piccolo padre>> che lascia la moglie e due figli. A queste tristi esperienze , che provocano nel suo animo un senso di rivolta, è in parte dovuto l'accostamento alle idee anarchico-socialiste dell'intellettuale imolese Andrea Costa: diventa militante, partecipa all'attività politica, trascura gli studi. Arrestato, nel 1879, per aver partecipato a una dimostrazione anarchica, trascorre 3 mesi in carcere. Al processo Carducci è tra i testimoni a suo favore, viene dichiarato innocente. Ma l'esperienza del carcere ha inciso profondamente sulla sua formazione e lo ha orientato verso una dolorosa eassegnazione. Zwanì si laurea nel 1882 e inizia la carriera di docente di latino e greco nei licei della penisola, E' comandato a Matera, liceo Egidio Duni. Nel 1891 pubblica la raccolta di poesie Myricae. Inizia la sua attività di poeta in latino nella quale presto si segnalerà in campo internazionale. A Messina nel 1897 ottiene la cattedra di letteratura latina. Pubblica i Primi Poemetti. Passa all'Università di Pisa (1903). Pubblica i Canti di Castelvecchio. Continuano i suoi successi di poeta latino. Nel 1907 succede al Carducci all'Università di Bologna. Continua la produzione poetica. Muore a Bologna nel 1912. L'amata sorella Mariù esegue con cura l'ultima volontà del fratello: essere sepolto nel cimitero di Castelvecchio di Barga, nel lucchese il suo amato paesino di residenza, senza retorica religiosa. Il bravo regista Piccioni, dalla bara del poeta su un treno, ci fa ripercorrere "à rebours" l'esistenza, il dolore e i versi di Zwanì. Sul treno si trovano parenti, studenti e autorità. Attraverso il ricordo di Mariù gli spettatori ripercorrono la vita del poeta a partire dall'uccisione del padre: <<Zwanì non si è mai ripreso... il solo ricordo gli mangiava il cuore>>. Piccioni indaga nelle pieghe dell'animo umano. Mescola ricordi di famiglia , affetti e traumi. Le sequenze di vita scorrono come fotografie di tempi passati. La solitudine, la malattia, il vino, l'Emilia Romagna e infine la casa di Barga in Toscana. La fotografia del film, la tecnica e lo stile con cui è stata creata l'immagine visiva, l'uso dei colori hanno creato l'atmosfera giusta con cui comunicare la storia e le emozioni. La stupenda campagna emiliano-romagnola e toscana venivano mostrate, esaltate nella loro naturale bellezza. Il realismo evocativo del regista e dello sceneggiatore Sandro Petrglia hanno reso Pascoli contemporaneamente malinconico, solo, triste e capace di guizzi d'umorismo e slanci di umanità. Ci hanno fatto notare l'eccezionalità, il non essere integrato a nessun sistema , a differenza del maestro Carducci e del ridondante estimatore, lo spaccone e arrivista D'Annunzio: <<...Sei il Poeta... dopo Petrarca vieni tu!>> E Zwanì: << Io sono un contadino più che un letterato>>. Questa affermazione denota il poeta profondo estimatore della campagna emiliano-romagnola e toscana, lo scenario su cui proiettare inquietudini, smarrimenti, un senso del vivere fatto di ansiose perplessità. E allora quei dati realistici - i paesaggi, l'aratro dimenticato in mezzo al campo, il secco ramo del biancospino - si caricano di significato e di simboli. E' un Pascoli ecologista. Nell'umbratile esperienza di vita del poeta, sempre più chiusa e arroccata è possibile ravvisare sempre più chiaramente, l'esistenza di certi temi - il dolore, il mistero, gli marrimenti - che diventano ora manierata amplificazione, ora atteggiamento vittimistico, ora assai discutibile pargoleggiare. Piccioni ci offre l'essere umano Zwanì nella sua essenza liberata dall'immagine di lui che gli altri si sono formata senza conoscerlo veramente in profondità. Zwanì è un gioiellino di emozioni, poesia e umanesimo, ci ha restituito un Giovanni Pascoli da voler bene. VITTORIO STANO
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