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francesca meneghetti
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giovedì 12 marzo 2026
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la macelleria della bellezza
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Paul è un quarantenne realizzato, con due figli e un lavoro redditizio di fotografo. Ma a un certo punto sente una crepa dentro di sé: si sente chiamato a scrivere più che a fotografare. Ha giudizi lusinghieri dalla critica, ma non vende. Perciò, volendo fare lo scrittore, deve affrontare dei drastici cambiamenti: vendere le Nikon, la moto, lasciare l’appartamento di famiglia (mentre moglie e figli si trasferiscono in Canada), imparare a diventare povero: perché anche la povertà è un mestiere che si acquisisce con l’apprendistato. O meglio: ci si può arrivare scivolando con estrema facilità lungo il pendio che dal benessere borghese porta agli inferi.
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Paul è un quarantenne realizzato, con due figli e un lavoro redditizio di fotografo. Ma a un certo punto sente una crepa dentro di sé: si sente chiamato a scrivere più che a fotografare. Ha giudizi lusinghieri dalla critica, ma non vende. Perciò, volendo fare lo scrittore, deve affrontare dei drastici cambiamenti: vendere le Nikon, la moto, lasciare l’appartamento di famiglia (mentre moglie e figli si trasferiscono in Canada), imparare a diventare povero: perché anche la povertà è un mestiere che si acquisisce con l’apprendistato. O meglio: ci si può arrivare scivolando con estrema facilità lungo il pendio che dal benessere borghese porta agli inferi. Ma per non soccombere e vivere da vero povero servono altri requisiti: flessibilità, disponibilità, ingegnosità, capacità di adattamento. Paul li possiede, e non disdegna i lavori manuali e precari, come appare nella scena iniziale, quando sfonda una parete piastrellata con una mazza. Anche quando un altro si sarebbe suicidato per disperazione, si sottomette con tenacia alle regole di un mercato impietoso, dove i salari si giocano al ribasso. Paul non si lamenta, fa di tutto, dal giardinaggio all’idraulica, dal tassista all’uomo tutto fare, con gentilezza e senza recriminazioni, resistendo a coloro, il padre in primo luogo, che vorrebbe per lui una sistemazione più dignitosa. Paul non si lamenta e anzi trae ispirazione da questa esperienza per raccontare come funzioni il sistema capitalistico ai margini: come macelleria della bellezza, la quale spesso rappresenta l’elemento improduttivo o inutile. È questa la metafora che Paul ricava dall’investimento involontario di un cervo.
Paul non si lamenta perché la precarietà gli permette di raccontare storie, ma anche di gestire alcuni spazi di libertà imprescindibili: “la mattina scrivo”, è forse l’ultima battuta del film.
Il primo punto di forza del film, dunque, è la storia, che è poi quella autobiografica dello scrittore francese Franck Courtès, scrittore e fotografo, narrata nel romanzo “À pied d'oeuvre” (Sul lavoro), titolo originale anche del film. Sta di fatto che a Venezia la regista Valérie Donzetti si è aggiudicata il premio per la miglior sceneggiatura.
Il secondo è dato dall’interpretazione di Bastien Bouillon, mite, sensibile, malinconico, ma dalla scorza dura. Si commuove solo nel momento del trionfo: quando il suo romanzo À pied d'oeuvre, diventato best seller, viene letto con apprezzamento e commozione dal figlio Antoine.
Il montaggio è dinamico e frammentario: si procede per flash, quelli stessi che poi torneranno nella mente del protagonista. Alle riprese “naturali”, si alternano sequenze che sembrano tratte da un video sgranato realizzato da un soggetto in movimento. Nel complesso, un bel film.
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nino pellino
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venerdì 20 marzo 2026
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quando la vocazione prevale su tutto il resto
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Film dallo stile tipicamente francese che nell'insieme ho trovato qualitativamente discreto. La trama ci racconta di Paul, un quarantaduenne di successo grazie al suo mestiere di fotografo e con una bella famiglia composta da una moglie e da due figli, il quale decide improvvisamente di dare un taglio a tutto questo per effetto di una nuova e forte vocazione subentrata in lui riguardo l'arte della scrittura. Lascerà le sue sicurezze fin qui ottenute per intraprendere un nuovo percorso dagli esiti incerti e dove dovrà fare i conti anche con la povertà. Paul si accontenta di svolgere i lavori più umili e sotto pagati e di vivere in un sottoscala pur di non rinunciare al suo progetto personale di scrivere romanzi, molti dei quali non saranno mai accettati e pubblicati dalla casa editrice presso qui egli si rivolge.
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Film dallo stile tipicamente francese che nell'insieme ho trovato qualitativamente discreto. La trama ci racconta di Paul, un quarantaduenne di successo grazie al suo mestiere di fotografo e con una bella famiglia composta da una moglie e da due figli, il quale decide improvvisamente di dare un taglio a tutto questo per effetto di una nuova e forte vocazione subentrata in lui riguardo l'arte della scrittura. Lascerà le sue sicurezze fin qui ottenute per intraprendere un nuovo percorso dagli esiti incerti e dove dovrà fare i conti anche con la povertà. Paul si accontenta di svolgere i lavori più umili e sotto pagati e di vivere in un sottoscala pur di non rinunciare al suo progetto personale di scrivere romanzi, molti dei quali non saranno mai accettati e pubblicati dalla casa editrice presso qui egli si rivolge. Una passione smisurata che va oltre ogni logica della razionale programmazione di costruire un futuro tranquillo e sicuro sotto tutti i punti di vista. Alla fine però il suo obiettivo sarà raggiunto e il protagonista finalmente abbraccerà il successo tanto sperato vedendosi finalmente pubblicare il suo ultimo romanzo, recuperando inoltre anche la stima e il rispetto di suo figlio che ne apprezzerà l'ispirazione e l'importanza da parte di suo padre che l'ha scritto.
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cardclau
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sabato 14 marzo 2026
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caporalato digitale, una ia brutale
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Il film A pied d’oeuvre di Valérie Donzellli racconta la storia della precarietà non solo giovanile ma anche chi giovane non lo è più: una moltitudine di persone povere che devono arrabattarsi duramente, non per vivere ma per sopravvivere, in una società opulenta per pochi ingordi, capaci, per difendere i loro privilegi, solo di considerare coloro che dipendono da loro alla stregua di schiavi da sfruttare. In questo aiutati da quello schifo dell’intelligenza artificiale (caporalato digitale!) che si sostituisce al crumiraggio, in una lotta tra poveri che, per accaparrarsi un qualsiasi lavoretto, competono fra loro per compensi al di sotto della soglia della povertà.
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Il film A pied d’oeuvre di Valérie Donzellli racconta la storia della precarietà non solo giovanile ma anche chi giovane non lo è più: una moltitudine di persone povere che devono arrabattarsi duramente, non per vivere ma per sopravvivere, in una società opulenta per pochi ingordi, capaci, per difendere i loro privilegi, solo di considerare coloro che dipendono da loro alla stregua di schiavi da sfruttare. In questo aiutati da quello schifo dell’intelligenza artificiale (caporalato digitale!) che si sostituisce al crumiraggio, in una lotta tra poveri che, per accaparrarsi un qualsiasi lavoretto, competono fra loro per compensi al di sotto della soglia della povertà. Una intelligenza artificiale programmata da informatici che condividono con i padroni, l’asetticità, l’amoralità, la brutalità, l’indifferenza, lo schiavismo. Le recenti indagini della Procura di Milano hanno portato al commissariamento di alcune filiali italiane di grandi aziende di delivery (Uber Eats, Glovo, Deliveroo) per caporalato digitale e sfruttamento. Il film racconta la storia di Paul Marquet (Bastien Bouillon, bravo, dolce, non incattivito), fotografo di successo, che per seguire la sua vocazione di scrittore, abbandona una ben remunerata attività, e facendolo viene privato della famiglia, di quel mondo che era tutto per lui, piombando nella solitudine e nella povertà. A tal punto da far temere il peggio (gettado la spugna) ma che guadagna nel finale con un segnale di speranza, accompagnato dal recupero del ruolo paterno da parte di suo figlio (fiero del padre).
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