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La bella storia di John un uomo qualunque tra le vite degli altri

di Paolo D'Agostini La Repubblica

John May è impiegato presso una delle municipalità londinesi e il suo compito è di rintracciare familiari, parenti e amici di chi è morto solo. Quand'anche non ci riesca, e capita spesso o quasi sempre, egli esita più che può prima di darsi per vinto e comunque alla fine si prodiga per assicurare al defunto un degno ultimo saluto, scegliendo la musica dai dischi che ha trovato nelle loro case. La prende tanto a cuore forse anche perché è a sua volta una persona sola e un tipo solitario. Preciso, meticoloso, abitudinario, ritmi scanditi e sempre gli stessi abiti, ossessivo nel perseguire l'ordine tanto in ufficio che a casa (dove, quando non c'è stato proprio niente da fare, porta con sé le fotografie dei morti e le attacca su un album che custodisce gelosamente). Grigio e anonimo all'aspetto, in lui batte un gran cuore. La razionalizzazione dell'ufficio - l'azzimato e più giovane capo lo apostrofa chiamandolo senza tanti complimenti "ramo secco" - impone la sua eliminazione perché il suo modo di condurre l'incarico è troppo lento e dispendioso: fa troppe ricerche, meglio cremare e buttare via tutto velocemente in virtù del principio che "i morti ormai sono morti". Un po' come quei poliziotti cinematografici che hanno subìto qualche sanzione ma non mollano l'osso dell'indagine per una questione di onore personale (tuttavia il confronto non conduca fuori strada: qui i toni sono sussurrati, dimessi), strappando una breve proroga del licenziamento - sul quale, pur sbalordito, non ha fatto una piega - John May si dedica con duplicata energia e passione a quello che è destinato ad essere il suo "ultimo caso". Forse anche perché nella storia di Billie Stoke, che riesce a ricostruire pezzo a pezzo, egli vede la parabola di una pecorella smarrita. Alla quale qualcuno deve pur dare un epilogo di pacificazione: lui, John May. A partire dai pochi elementi di partenza raccolti nella casa di Billie Stoke, la casa di un uomo alla deriva (e che si trova proprio nello stesso condominio dove abita anche John: un segnale che non può lasciar cadere), la sua ricerca lo conduce a ritrovare le tracce di un trentennio. Un suo ex collega e amico in una fabbrica; un ex amore che si è rifatta una vita vendendo fish & chips e a insaputa di Billie ha avuto da lui una figlia ora a sua volta mamma; due barboni alcolizzati con i quali ha condiviso parte della sua discesa all'inferno; un ex commilitone con lui parà nella guerra delle Falkland/ Malvinas; infine sua figlia Kelly che dopo uno scontro quanto mai aspro di lui non ha più saputo né voluto sapere nulla. Rifiutano tutti l'esortazione di John a presenziare ai funerali. Anche se con Kelly, dopo una prima reazione respingente, nasce un filo di comunicazione e di sintonia. John è affascinato dalla figura di un uomo che, al suo esatto opposto, ha consumato avidamente la vita, facendosi molto amare e molto odiare. Il film si avvia dunque al suo finale toccante e perfetto, che smentirà sorprendentemente quel tenue filo di promessa di felicità offerto a John May dall'inaspettato incontro con Kelly. Ma nel funerale di Billie Stoke renderà merito alla sua anonima e tenace opera di benefattore. È la seconda regia di Uberto Pasolini che si affermò come ideatore e produttore del film-fenomeno Full Monty. Eddie Marsan, caratterista che abbiamo visto cento volte e sotto le più prestigiose direzioni, da Scorsese a Mike Leigh a Malick (e nell'ottimo Sherlock Holmes di Guy Ritchie), incarna in modo commovente il suo triste e appassionato personaggio.
Da La Repubblica, 12 dicembre 2013


di Paolo D'Agostini, 12 dicembre 2013

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