Papa in fuga dall'utopia
di Roberto Escobar L'Espresso
Spaesato è lo sguardo di Melville (Michel Piccoli), eletto papa in un conclave che “cita” quello del 2005. È di Karol Wojtyla la bara su cui inizia “Habemus papam” (Italia e Francia, 2011, 104’). Ed è il lutto della folla in quell’aprile a segnarne il racconto. Ma conviene non ridurre il film a un fatto storico, o a un confronto tra scienza e fede. Gli si farebbe torto, e si perderebbe il tragico su cui si chiude.
“Habemus papam” non è un film politico, dice Nanni Moretti. E non è neppure un film polemico. I suoi cardinali vengono dalla terra di Utopia. Nessuno di loro aspira a essere scelto. Ognuno ha una fede cristallina. Troppo bello per essere vero. Ma forse all’autore Moretti proprio questo interessa: raccontare un gruppo ideale di potenti che, una volta tanto, non conoscano cinismo e privilegio, ma sincerità e responsabilità. E così, come responsabili, li vede la folla in piazza San Pietro: uomini in cui confidare, e cui affidarsi. Non a caso. quella folla è la protagonista implicita del film, onnipresente e muta. È lei che attende l’eletto, il primo fra i responsabili. È a lei che quello si deve (o si dovrebbe) rivolgere, ed è da lei che invece fugge, impaurito. È lei, infine, che la macchina burocratica del Vaticano vuol proteggere con il silenzio su quella fuga, così come protegge gli inconsapevoli cardinali.
Da che cosa fugge il nuovo papa? Da qualcosa che nessuno psicoanalista può scovare e curare, nemmeno uno (finalmente) autoironico come quello interpretato da Moretti. L’ormai vecchio Melville ritrova se stesso, il rimpianto per il passato perduto, il gusto della propria singolarità. Come i potenti per lo più dimenticano, è nella singolarità - nei rapporti di cui essa si intreccia - che un uomo vive. Quanto a lui, invece, quella singolarità la rivuole, e torna a pretenderla. Dunque, deve fuggire dal ruolo di capo, di guida.
Forse, se fosse un buon attore - come in gioventù avrebbe voluto, e come non è stato - potrebbe esser papa e insieme se stesso. Ma non ha sufficiente “arte” per fingere, per “mettersi in scena” come l’eletto in cui la folla può confidare, e cui può affidarsi. Tutto questo dice alla finestra di piazza San Pietro, e si ritira, La folla ammutolisce, spaventata più di lui. Ha perso ogni riferimento, ogni futuro. Vorrebbe seguire, ma la guida s’è dissolta. Non le resta che sgomento. Su questo si chiude il film: su questa immane tragedia d’abbandono, e sul sospetto che gli uomini vogliano obbedire, anche a costo di illudersi.
Da L'Espresso, 28 aprile 2011
di Roberto Escobar, 28 aprile 2011