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Parto da una premessa che può suonare come una critica parziale: c’è qualcosa che manca in questo bel film di Garrone, qualcosa che non fa pensare che sia un capolavoro: forse è un po’ troppo lento, quasi didascalico nella descrizione dei vari passaggi del racconto collodiano. Lo dico perché apprezzando molto Garrone mi sarei aspettato francamente di più; fatta questa premessa, lo valuto tuttavia un lavoro notevole, come se ne vedono pochi.
I punti di forza del film, dal punto di vista estetico, sono diversi. Senz’altro la fotografia, in particolare le riprese notturne, una più fiabesca dell’altra, piene di fascino e di mistero. Poi gli esterni in cui le varie scene sono state girate: riconosco le colline tipiche toscane delle crete, qualche fugace carrellata (credo) su Civita di Bagnoregio nel viterbese; di altre location, per esempio quelle collocate a ridosso di località marittime, non saprei che dire di preciso, ma è evidente la loro ubicazione in qualche regione del Meridione: forse in Sicilia o in Puglia: tutte scelte con cura, tutte ammalianti. In questo modo Garrone ha “strappato” la fiaba di Pinocchio alla sua origine strettamente toscana, contribuendo a conferirle un respiro nazionale, che poi è il respiro minimo che il capolavoro di Collodi si merita. Riguardo alla colonna sonora direi che ci sono degli alti e dei bassi, non l’apprezzo quando si fa troppo melensa e convenzionale, l’apprezzo molto quando adotta registri cupi e misteriosi da fiaba cattiva.
Una menzione particolare va senz’altro tributata ai trucchi, che trasformano in maniera stupefacente i volti degli attori nei musi animaleschi dei personaggi: divertentissimi in particolare quelli del gatto e della volpe, del giudice-scimmia e del grillo parlante! Per non parlare del volto di Pinocchio, che sotto uno strato di legno (non so come realizzato) mantiene integre tutte le espressioni più dolci e profonde di un bambino.
Riguardo alla recitazione, direi bravo Benigni, specialmente nelle scene iniziali, dove meglio viene in evidenza la sua bravura originaria, dimenticata man mano che diventava una star e un giullare di regime, sempre stucchevolmente ridanciano. Molto bravi Papaleo e Ceccherini, credibili, anche loro come Benigni (e come tutti direi) mai sopra le righe. Ma soprattutto bravissimo il bambino che interpreta Pinocchio, Federico Ielapi, tenero e innocente sempre, nonostante le sue furberie infantili. Ci regala spesso uno sguardo pulito, commovente.
E lodevole la sceneggiatura, che ci restituisce lo spaccato di un mondo infantile necessariamente e giustamente irrequieto e ribelle alle astruserie dei grandi, alle loro coercizioni, ai loro inganni, alle loro violenze più efferate. Mentre Pinocchio impara a sue spese a diventare bambino, ognuno di noi impara (o dovrebbe imparare) a ridiventarlo, perché il segreto della vita vera sta lì più che altrove.
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