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lulu66
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sabato 22 febbraio 2020
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un film che in italia avremmo fatto comico...
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La vocalità interpretative e di registro "made in Corea" qui si assapora poco: ci sono state fortunatamente risparmiate dal nostro italico doppiaggio eccellente.
La storia è stupida,cioè quando stupido sta per ovvietà, perché la stupidità va vaiceolata e va, comunque, per la maggiore e molte persone "molte cose non se le chiedono,e/o non le vedono nemmeno più", e si scuotono dal loro torpore emotivo solo in visione di questi film...che dire? Questo messaggio, in Italia, sarebbe stato veicolato con un film molto comico.Per il popolo coreano, che vive del superficiale e della in affettività dei rapporti tra genti e differenze (ricordiamoci dell'alto numero di suicidi tra i giovani di questa nazione), va benissimo.
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La vocalità interpretative e di registro "made in Corea" qui si assapora poco: ci sono state fortunatamente risparmiate dal nostro italico doppiaggio eccellente.
La storia è stupida,cioè quando stupido sta per ovvietà, perché la stupidità va vaiceolata e va, comunque, per la maggiore e molte persone "molte cose non se le chiedono,e/o non le vedono nemmeno più", e si scuotono dal loro torpore emotivo solo in visione di questi film...che dire? Questo messaggio, in Italia, sarebbe stato veicolato con un film molto comico.Per il popolo coreano, che vive del superficiale e della in affettività dei rapporti tra genti e differenze (ricordiamoci dell'alto numero di suicidi tra i giovani di questa nazione), va benissimo. Noi siamo a un altro livello, fortunatamente ( o forse no?). Ai posteri la sentenza.
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francesca meneghetti
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giovedì 20 febbraio 2020
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la lotta per la sopravvivenza dei pesci piccoli
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Dopo quattro premi Oscar, che hanno dato un nuovo impulso alla visione del film presso il grande pubblico, è difficile scrivere qualcosa che non sia già stato detto. Il regista sudcoreano Bong Joon-ho utilizza in quest’opera potente tutti i codici del linguaggio cinematografico, tanto che ciascuno di loro meriterebbe un’analisi approfondita (montaggio, inquadrature, movimenti di macchina, fotografia e luci, sonoro, sceneggiatura): ma qui si entrerebbe nello specialistico. Meglio concentrarsi sul messaggio del regista.
Allora si può affrontare “Parasite” partendo dal contesto sociale di riferimento: la Corea del Sud oggi. Negli anni ’90 era una delle cosiddette Tigri asiatiche per la curva esponenziale dello sviluppo, momentaneamente interrotto dalla crisi del 1997-1998, da cui seppe riprendersi.
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Dopo quattro premi Oscar, che hanno dato un nuovo impulso alla visione del film presso il grande pubblico, è difficile scrivere qualcosa che non sia già stato detto. Il regista sudcoreano Bong Joon-ho utilizza in quest’opera potente tutti i codici del linguaggio cinematografico, tanto che ciascuno di loro meriterebbe un’analisi approfondita (montaggio, inquadrature, movimenti di macchina, fotografia e luci, sonoro, sceneggiatura): ma qui si entrerebbe nello specialistico. Meglio concentrarsi sul messaggio del regista.
Allora si può affrontare “Parasite” partendo dal contesto sociale di riferimento: la Corea del Sud oggi. Negli anni ’90 era una delle cosiddette Tigri asiatiche per la curva esponenziale dello sviluppo, momentaneamente interrotto dalla crisi del 1997-1998, da cui seppe riprendersi. Ricordiamo le Olimpiadi del 1988, che permisero alla Corea di affacciarsi alla scena internazionale. Ma crescita del PIL non vuol dire benessere generalizzato e lavoro per tutti: anzi, il consolidarsi del capitalismo e delle sue leggi, accentua il gap tra ricchi e poveri.
Già nel 2012 uscì “Pietà”, un film capolavoro dallo stesso Paese (regista Kim Ki-Duk), ambientato nei laboratori artigiani di un sobborgo popolare di Seul degradato, sporco, grigio, sommerso da rifiuti e stridori agghiaccianti, oltre ad essere soggetto a controlli mafiosi). “Pietà” ci mostra disoccupati che si indebitano, non potendo onorare gli interessi pazzeschi del 1000 per cento degli usurai , e finiscono così preda di vendette crudeli e inenarrabili da parte del racket.
“Parasite” ritorna al tema della disoccupazione, che per altro è cavalcato da registi di aree diverse dalla Corea del Sud: si pensi all’Inghilterra (da Peter Cattaneo con il geniale e fortunatissimo “Full Monty” del 1997 all’ultimo di Ken Loach), ma anche all’are balcanica (“Dio è donna e si chiama Petrunya”). Il capitalismo è globale, e così la disoccupazione che la terza rivoluzione industriale, quella dei servizi, dell’automazione e dell’informatica, porta con sé come elemento essenziale, non accidentale (molti ne hanno scritto, ma può bastare l’economista Jeremy Rifkin). Ma cosa significa questo nella vita reale delle persone? Come possono reagire a questa situazione?
Bong Joon-ho mostra una famiglia che, con grande intesa, persegue la strada dell’ascesa furba (tanto furba da sembrare “napoletana”, nel senso buono del termine), ma anche priva di scrupoli. Gli obiettivi dei “piani” della famiglia Kim, che vive in un seminterrato puzzolente, non conoscono deroghe di carattere morale e vanno così a scontarsi con altri “piani” di altri disoccupati. Ne deriva una feroce lotta per la sopravvivenza tra poveri, senza esclusione di colpi, talmente cieca da aver dimenticato, almeno in apparenza, la famiglia ricca Park, che abita in una casa firmata da un architetto famoso, circondata da un parco favoloso.
Nella prima parte del film l’intelligenza e l’astuzia dei giovani (e bellissimi) fratelli Kim sembra avere buon frutto: approfittando dell’assenza della famiglia Park, si illudono di essere padroni di tutto quel ben di dio. Poi il destino ci mette la sua, e tutto rovina, tutto precipita verso il basso, come la pioggia torrenziale che scendendo dai quartieri alti (con una simbologia dello spazio che sembra dantesca) arriva a invadere il seminterrato dei Kim.
Bong Joon-ho dunque sembra concentrarsi sulla violenza che si instaura tra pesci piccoli, nel tentativo di restare a galla. Tuttavia il capofamiglia Kim finirà per prendere di mira anche il signor Park, dirigente industriale, che lo stimava (pur manifestando disagio per l’odore di muffa, o altro, che emanava dai suoi vestiti custoditi sotto il livello del suolo). Perché questo? Forse perché il signor Park teorizza che non bisogna oltrepassare i limiti. Cosa che la famiglia Park ha fatto, con conseguente nemesis (vendetta) per il peccato di ibris (tracotanza). Il film si conclude in modo nichilistico, come l’ultimo di Ken Loach
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marcobrenni
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lunedì 17 febbraio 2020
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brillante tragicommedia sulla ingiustizia sociale
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Finalmente con Bon Joong ho, si ritorna a fare del vero cinema senza l'ausilio di inuitili-disturbanti effetti speciali, ma con l'ingegno, la fantasia, la vera creativtà, la grande recitazione, il paradosso, il giostrare tra realtà e il surreale-onirico. Solo eccelsi registi sono capaci di sfruttare le incredibili possibilità che offre il mezzo cinematografico che va ben oltre le limitate possibilità del teatro. Grandi esempi del passato sono ad es. Fellini, Bergman, Bunuel, Altman, Allen, ecc. e nei tempi più recenti ad es. un Inarritu. Purtroppo oggi si pensa che bastino gli effetti speciali computerizzati per "andare oltre": eh no, facile, troppo facile! Bisogna saper far far vivere metafore, giochi spazio-temporali, paradossi, realtà/surrealtà senza ricorrere all'ausilio di supoporti informatici che spesso risultano ridondanti, ripetitivi e persino irritanti (salvo forse per i teenager).
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Finalmente con Bon Joong ho, si ritorna a fare del vero cinema senza l'ausilio di inuitili-disturbanti effetti speciali, ma con l'ingegno, la fantasia, la vera creativtà, la grande recitazione, il paradosso, il giostrare tra realtà e il surreale-onirico. Solo eccelsi registi sono capaci di sfruttare le incredibili possibilità che offre il mezzo cinematografico che va ben oltre le limitate possibilità del teatro. Grandi esempi del passato sono ad es. Fellini, Bergman, Bunuel, Altman, Allen, ecc. e nei tempi più recenti ad es. un Inarritu. Purtroppo oggi si pensa che bastino gli effetti speciali computerizzati per "andare oltre": eh no, facile, troppo facile! Bisogna saper far far vivere metafore, giochi spazio-temporali, paradossi, realtà/surrealtà senza ricorrere all'ausilio di supoporti informatici che spesso risultano ridondanti, ripetitivi e persino irritanti (salvo forse per i teenager). Qui l'eterno conflitto sociale, o vera lotta di classe (!) assume aspetti tragicomici che passano dall'iniziale a commedia ilare, alla tragedia finale, che solo a prima vista può sembrare eccessiva ma che - ricordiamolo - sempre più spesso accade nella nostra contraddittoria reatà postmoderna. Vedasi ad es. il femminicidio dilagante, le sparatorie all'impazzata soprattutto negli States, ma anche altrove, persino in Asia. Dopo sempre ci si chiede stupiti: "Ma come è potuto accadere? Devono essere dei pazzi furibondi". Eh no, non sempre si può prendere a scusante la follìa: l'esasperazione, il senso di frustrazione-umiliazione da continue ingiustizie subite possono portare al "folle gesto". Poi, il tutto nei processi vien liquidato con qualche grado di "scemata responsabilità" secondo il parere dei guru della psichiatria. Non è sempre così semplice: questo film mostra come membri di una famiglia, sia pur poverissima, ma all'inizio moralmente sana, a seguito di ingiustizie vere o presunte tali, di confronti sociali insostenibili, di frustrazioni represse per anni, possano trasformasri in veri mostri. In buona sostanza, è una lotta di classe portata agli estremi dall'esasperazione (!) ove dapprima ci si limita a giocare d'astuzia ("la necessità aguzza l'ingegno"), ma poi lo scontro fra certo infantilismo esibizionista da "nouveaux riches" e la povertà umiliata, finisce per esplodere in un bagno di sangue che fa sobbalzare-rabbrividire. Notevole pure l'idea del mondo sotterraneo fatto di profondissime oscure cantine ricavate da ex bunker della guerra di Corea, che rievocano l'inferno, mentre sopra vi è il mondo solare e paradisiaco della luminosissima villa milionaria, dal prestigioso design architettonico.
Grande merito pure agli ottimi attori, all'incredibile ritmo di narrazione, al sapiente utilizzo di forti contrasti, al saper giostare fra il reale e il surreale, a volte pure carico di simbolismi: tutto quanto riconducibile alla regia da vero maestro del cinema. Il voto 5 stelle potrebbe apparire un po' eccessivo, ma vista la rarità di opere di simile contenuto, impegno e calibro, rievocanti pure il grande cinema metaforico del passato, mi sono sentito in dovere di attribuire in tutta serenità.
Oscar e premi meritatissimi!
Marco Brenni
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lbavassano
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domenica 16 febbraio 2020
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qualità altissima, ma qualche dubbio
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Perfettamente costruito, sia nei tempi comici che in quelli drammatici, tra Feydeau e "Pulp Fiction", consapevolmente utilizza il virtuosismo per intessere un poco ortodosso racconto morale. Sicuramente un prodotto di altissima qualità, se poi si tratti di quel capolavoro che i tanti riconoscimenti hanno decretato... Qualche dubbio mi è rimasto. Indispensabile una seconda visione.
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mauridal
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domenica 16 febbraio 2020
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cattivi, pidocchiosi e idioti feroci
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Quando una cinematografia importante come la sud coreana e in genere quella asiatica estende oltre confini il proprio mondo , le tradizioni la cultura anche la storia recente , allora bisogna inforcare una lente speciale , per leggere e decifrare e fruire delle opere realizzate, da registi relativamente giovani come Bong Joon-ho che si è formato con il cinema americano e a suo dire con i maestri Scorsese e Tarantino. Una lente occidentale che prevede necessariamente una cultura dl cinema anche europea e italiana .
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Quando una cinematografia importante come la sud coreana e in genere quella asiatica estende oltre confini il proprio mondo , le tradizioni la cultura anche la storia recente , allora bisogna inforcare una lente speciale , per leggere e decifrare e fruire delle opere realizzate, da registi relativamente giovani come Bong Joon-ho che si è formato con il cinema americano e a suo dire con i maestri Scorsese e Tarantino. Una lente occidentale che prevede necessariamente una cultura dl cinema anche europea e italiana . Certamente il bravo regista Bong non ha potuto conoscere Ettore Scola che con il suo Brutti sporchi e cattivi ha largamente anticipato il tema di Parasite. Ovviamente con tempi e luoghi opposti , ma in fondo la povertà , che passando per la miseria umana e il degrado fisico e morale produce violenza , non tratta di una novità nella vita del genere umano . Intanto bisogna dare atto al regista di aver realizzato un film nel contesto sud coreano , con abilità e trattando bene il linguaggio cinema, appunto saltando i generi thriller, dramma, horror, sfiorando la commedia , l’umorismo noir, in definitiva sfuggendo alla classificazione ,mettendo i crisi lo spettatore e il recensore. Tuttavia possiamo fissare alcuni punti , i personaggi sono interpretati da attori e attrici giovani che a volte stupiscono per bravura e bellezza e invece la recitazione dei personaggi anziani il padre , la madre e gli altri stentano per credibilità specie nella seconda parte decisiva del film dove la violenza Pulp e la ferocia criminale non rendono i livelli del maestro Tarantino , anzi sembra una gratuita e idiota svolta di scena per eliminare personaggi non più utili alla storia. Dunque sorgono dubbi , sulla reale portata dei premi prestigiosi ottenuti dal film, in tante occasioni .Forse una attestazione di importanza al nuovo cinema sud coreano che intercetta il pubblico internazionale anche europeo, ma forse di più, un riconoscimento al regista Bong nel voler giocare con i generi e lavorare con competenza tecnica al film, dalla ripresa al montaggio alla scenografia. Sebbene la sceneggiatura si avviluppi nel finale , lo spettatore , riesce a seguire fino in fondo tutta la storia di questa famigliola di poveracci che tentano la scalata alla ricchezza con inaudita e stupida ferocia. (mauridal) .
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gustibus
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sabato 15 febbraio 2020
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commedia dissacrante allo spasmo con annesso noir
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Premetto che finalmente ho visto il film dei record..considerando i 4 Oscar(non 3!)tra cui il miglior film straniero oltre al "miglior film"..mai successo.
Ilregista Bong joon -ho famoso per un buon film di fantascienza.Con questa commedia dissacrante tra ricchezza e poverta' ha impostato con estrema abilita'e furbizia un racconto raccontato sia da noi con i Vanzina oqualche riuscito noir americano.Sicuramente fatto in Corea ha raggiunto l'apice della sorpresa massima.Il finale non mi e' piaciuto e in alcuni tratti siamo proprio all'eccesso visivo.La scena migliore e'quella di un leggero sesso mentre sotto il letto ci sono i "parassiti".
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Premetto che finalmente ho visto il film dei record..considerando i 4 Oscar(non 3!)tra cui il miglior film straniero oltre al "miglior film"..mai successo.
Ilregista Bong joon -ho famoso per un buon film di fantascienza.Con questa commedia dissacrante tra ricchezza e poverta' ha impostato con estrema abilita'e furbizia un racconto raccontato sia da noi con i Vanzina oqualche riuscito noir americano.Sicuramente fatto in Corea ha raggiunto l'apice della sorpresa massima.Il finale non mi e' piaciuto e in alcuni tratti siamo proprio all'eccesso visivo.La scena migliore e'quella di un leggero sesso mentre sotto il letto ci sono i "parassiti"..sono loro si.Quando una famiglia e'ricca,quando una famiglia e'povera certo esiste differenza.(io provengo da famiglia povera!)Non ho capitol'entusiasmo di tanta sorpresa.Ovvio che non condivido per nulla i premi.Un film cosi'avrebbe oscurato con i 2premi del miglior film Ben hur,Titanic,il ritorno del re?ma va la'ce'da sorridere.Un noir girato benissimo con umorismo tetro,eppure Hollywood si e'inchinata.Sapete che sto tifando le nostre commedie italiane.Da vedere.
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the moon
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sabato 15 febbraio 2020
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finalmente un capolavoro
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Sono i dettagli a rendere un film un capolavoro,la cura delle espressioni,gl'oggetti e le parole,e sicuramente le emozioni,sentirsi rapire,entrare in quel dato momento e in quel luogo,sentirsi piu vicini ad un personaggio come se si volesse entrare nella scena per fare qualcosa.Parasite è tutto questo, ma è anche uno sguardo dentro due mondi che si appartengono e che sono l'uno parte dell'altro;qui non si vuol denunciare la ricchezza o la povertà ma l'uso improprio che se ne fa di entrambe,è un gioco di potere dove in qualche modo ognuno cerca di approfittare dell'altro traendone un guadagno.E va tutto a gambe per aria,lentamente minuto dopo minuto ci si ritrova dentro un marasma di situazioni fibrillanti che in alcuni momenti ti fanno trattenere il respiro.
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Sono i dettagli a rendere un film un capolavoro,la cura delle espressioni,gl'oggetti e le parole,e sicuramente le emozioni,sentirsi rapire,entrare in quel dato momento e in quel luogo,sentirsi piu vicini ad un personaggio come se si volesse entrare nella scena per fare qualcosa.Parasite è tutto questo, ma è anche uno sguardo dentro due mondi che si appartengono e che sono l'uno parte dell'altro;qui non si vuol denunciare la ricchezza o la povertà ma l'uso improprio che se ne fa di entrambe,è un gioco di potere dove in qualche modo ognuno cerca di approfittare dell'altro traendone un guadagno.E va tutto a gambe per aria,lentamente minuto dopo minuto ci si ritrova dentro un marasma di situazioni fibrillanti che in alcuni momenti ti fanno trattenere il respiro.La vicinanza con Tarantino non è azzardata, ma solo sfiorata.Un grande film da non perdere.
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frankc
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sabato 15 febbraio 2020
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solo un particolare
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abbastanza improbabile che dei veri ricchi assumano flotte di personale senza avere delle referenze molto attendibili per non trovarsi come minimo derubati o ricattati
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inesperto
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venerdì 14 febbraio 2020
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lavoro ambizioso e ben riuscito
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Probabilmente questo film ha vinto l'Oscar per la sua capacità (effettivamente davvero notevole) di saper tangere tutti i generi nell'arco di 132 minuti; infatti nasce come commedia, passa per il drammatico, infine devìa verso il thriller per andare a toccare l'horror. Tutte queste variazioni sono effettuate in maniera del tutto naturale e non forzata, come se la trama fluisse regolarmente percorrendo direzioni del tutto ordinarie. Ecco quale dev'essere la motivazione del successo di questa pellicola... unitamente alla volontà dei giudicanti di lasciare il segno premiando un film coreano con la statuetta più importante. Tuttavia, ferma restando la grandissima abilità appena accennata, per essere obiettivi, quel che quest'opera offre dal pulpito del grande schermo non trasmette grandi entusiasmi, se paragonata ai rivali: Joker, C'era una volta.
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Probabilmente questo film ha vinto l'Oscar per la sua capacità (effettivamente davvero notevole) di saper tangere tutti i generi nell'arco di 132 minuti; infatti nasce come commedia, passa per il drammatico, infine devìa verso il thriller per andare a toccare l'horror. Tutte queste variazioni sono effettuate in maniera del tutto naturale e non forzata, come se la trama fluisse regolarmente percorrendo direzioni del tutto ordinarie. Ecco quale dev'essere la motivazione del successo di questa pellicola... unitamente alla volontà dei giudicanti di lasciare il segno premiando un film coreano con la statuetta più importante. Tuttavia, ferma restando la grandissima abilità appena accennata, per essere obiettivi, quel che quest'opera offre dal pulpito del grande schermo non trasmette grandi entusiasmi, se paragonata ai rivali: Joker, C'era una volta... a Hollywood, 1917 e Jojo rabbit (ciascuno a modo proprio) hanno inciso molto di più a livello di emozioni e di intensità, per quanto non si siano cimentati nell'impervia sfida dell'eclettismo artistico, come invece ha fatto magistralmente il regista di Parasite. Insomma, razionalmente non c'era film superiore a questo, mentre emotivamente ci si poteva tranquillamente rivolgere altrove... Quest'anno la mente ha avuto la meglio sul cuore. Siffatta scelta non costituisce certo un male, è solo un modo come un altro di vedere le cose. I complimenti sono d'obbligo.
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andrea1974
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venerdì 14 febbraio 2020
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una fiaba tragica in odore di vitalità
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La dimensione olfattiva del cinema è data da questo film, geniale nel riuscire a far percepire gli odori, gli umori e i sudori dei protagonisti. Un film privo dell'etica delle fiabe, senza lieto fine, senza etica umana del bene e del male, senza l'etica del povero "poverino" buono e del ricco antipatico cattivo, senza l'etica dell'impegno ricompensato e del riscatto, senza l'etica della felicità. All'etica si contrappone l'estetica di una casa di design da copertina e l'antiestetica di un sotterraneo con il cesso rialzato: due finestre che fanno vedere il mondo quello che è, un giardino e un orinatoio, entrambi veri. All'etica dei sentimenti si contrappone il parassita che è l'uomo, la violenza banale, l'istinto animale alla sopravvivenza.
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La dimensione olfattiva del cinema è data da questo film, geniale nel riuscire a far percepire gli odori, gli umori e i sudori dei protagonisti. Un film privo dell'etica delle fiabe, senza lieto fine, senza etica umana del bene e del male, senza l'etica del povero "poverino" buono e del ricco antipatico cattivo, senza l'etica dell'impegno ricompensato e del riscatto, senza l'etica della felicità. All'etica si contrappone l'estetica di una casa di design da copertina e l'antiestetica di un sotterraneo con il cesso rialzato: due finestre che fanno vedere il mondo quello che è, un giardino e un orinatoio, entrambi veri. All'etica dei sentimenti si contrappone il parassita che è l'uomo, la violenza banale, l'istinto animale alla sopravvivenza. Un film non sul divario tra ricco e povero, tra giusto e ingiusto, tra sogno e realtà, ma sull'escalation, sulla corsa al divario, sull'esasperazione, sul limite travalicato. Qui sta la genialità, qui la novità: non il dualismo occidentale tra Bene e Male, e neanche il Bene nel Male secondo la lezione giapponese di Myazaki, ma la rincorsa esasperante tra Bene e Male, tra umanità e animalità. Un film neorealista, come le fiabe sanno essere. Tutto questo in una Corea del Sud palcoscenico globalizzato del mondo, in cui sia il newyorkese sia il ghanese si possono ritrovare, odorarsi, rileggere nella riflessione sull'uomo parassita, nelle classi sociali esasperanti, nel dover annaspare per respirare, negli sgambetti dati per la sopravvivenza, nei bunker di difesa contro un pianeta e una società che è oltre il limite. Bel film, destrutturante.
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