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Un film di Nuri Bilge Ceylan.
Con Haluk Bilginer, Melisa Sozen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan.
continua»
Titolo originale Kis uykusu.
Drammatico,
durata 196 min.
- Turchia, Francia, Germania 2014.
- Parthénos
uscita giovedì 9 ottobre 2014.
MYMONETRO
Il regno d'inverno - Winter Sleep |
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Un lungo sonno e un incerto risveglio
di ZararFeedback: 13464 | altri commenti e recensioni di Zarar |
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| venerdì 24 ottobre 2014 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Sullo sfondo di un’Anatolia gelata e letargica, in un paesaggio immobile e arcaico, il film apre su una sassata che spacca il finestrino della macchina di Aydin, proprietario benestante di un hotel per turisti. Il figlio di un affittuario moroso tartassato esprime così la sua rabbia verso il “padrone” cattivo. E’ segno simbolico di qualcosa che si rompe anche nella vita di Aydin, introducendo il tarlo del dubbio sul senso della sua esistenza. Costretto a gettare uno sguardo su un mondo altro, quello dei miserabili a cui toglie il pane delegando ad altri il lavoro sporco, Aydin respinge con fastidio questa ‘invasione’, ma entra in crisi suo malgrado, si interroga e cerca conferme da chi gli sta intorno, la sorella, la giovane moglie Nihal, un vecchio amico, un maestro progressista… E mentre sente oscillare sempre più le sue sicurezze, scopre via via con crescente sorpresa e disagio quanto poco possano dargli, quanto siano diversi da come crede, come addirittura lo giudichino senza indulgenza, come ciascuno di loro sia murato nella sua diversa infelicità, o peggio ancorato a precarie illusioni. Scopre in particolare che la giovane moglie che a suo modo ama e a cui non nega nulla, lo detesta silenziosamente da tempo perché lo sente cinico e indifferente alle sue autonome aspirazioni e ai suoi progetti di riscatto sociale. Aydin è stato in passato attore drammatico (il suo hotel si chiama Othello), ma il dramma borghese di cui è ora protagonista non ha nulla della forza tragica shakespeariana. E’ piuttosto Cechov che viene in mente per questo lento viaggio circolare di parole, di sguardi, di silenzi, in cui le passioni devono essere controllate, i chiarimenti non chiariscono mai fino in fondo, e gli scontri non portano ad una definitiva catarsi. Ciascuno degli ‘attori’ vorrebbe una vita autentica, che lo/a liberasse da un senso incombente di inutilità, insensatezza, profonda solitudine, estraneità al suo passato e al suo presente in una Turchia in bilico tra immobilismo e modernità, ma manca loro la forza intellettuale e morale per trovare vie d’uscita credibili. Aydin progetta di andarsene (a Istambul¸ la Mosca del ‘Giardino dei ciliegi’), ma rinuncia a metà strada, quasi tirato indietro dall’infelicità che si lascia alle spalle. Torna senza più certezze o speranze, pronto ad accettare tutto senza chiedere nulla, disposto a ricominciare da capo, disposto a mettersi in gioco anche lui con un suo vecchio progetto di ricerca mai realizzato: una storia del teatro turco. E’ come un risveglio dopo un lungo sonno, ma è un risveglio ‘vuoto’, aperto a prospettive incerte e vaghe. E intanto il regista ci ha già tolto ogni illusione sul volenteroso attivismo sociale di Nihal, così irriso a suo tempo da Aydin. Decisa a fare il beau geste come rivalsa estrema contro il marito (una somma spropositata da regalare al miserabile affittuario) ottiene solo un gesto di supremo disprezzo dall’unico personaggio vittoriosamente “tragico” in questa storia. Ceylan è grande nel delineare quest’intreccio di mondi incomunicabili, di dramma imploso, di faticoso affiorare della consapevolezza: in tre ore in cui l’ azione è limitatissima, la tensione non cala quasi mai, i tempi sono calibratissimi, i piani e inquadrature parlano insieme ai personaggi, la fotografia è bellissima e mai accademica. E in un luogo in mezzo al nulla e con pochissimi personaggi riesce a raccontare un intero paese (e non solo).
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