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Fury

Film 2014 | Azione, +16 134 min.

Regia di David Ayer. Un film Da vedere 2014 con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman, Michael Peña, Jon Bernthal. Cast completo Titolo originale: Fury. Genere Azione, - USA, 2014, durata 134 minuti. Uscita cinema martedì 2 giugno 2015 distribuito da Lucky Red. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 - MYmonetro 3,09 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento mercoledì 2 settembre 2015

Costato 80 milioni di dollari, il film è uscito in America posizionandosi in testa al box office USA e incassando nel mondo oltre 240 milioni di dollari. Il film ha ottenuto 2 candidature a Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, In Italia al Box Office Fury ha incassato 4,3 milioni di euro .

Fury è disponibile a Noleggio e in Digital Download
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Consigliato sì!
3,09/5
MYMOVIES 3,00
CRITICA
PUBBLICO 3,18
CONSIGLIATO SÌ
Caratterizzato da un impianto drammaturgico singolare, il film bellico di David Ayer prosegue l'estetica del soldato Ryan e si ritaglia un posto nel genere.
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 8 maggio 2015
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 8 maggio 2015

Germania, aprile 1945. La guerra sembra non finire mai per il sergente Don Collier, sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia. Leader carismatico di un manipolo di soldati di diversa estrazione e diverso carattere, Don è inviato in missione dietro le linee nemiche e dentro un tank Sherman. Perduto in uno scontro a fuoco il loro tiratore, reclutano Norman Ellison, un giovane soldato a disagio con la guerra e la violenza. Ribattezzato dalla sua squadra Wardaddy, Don si prende cura come un padre del ragazzo, che inizia ai rudimenti della guerra con metodi poco ortodossi. Avanzare contro il nemico, abbatterlo e sopravvivergli favorisce la confidenza e il cameratismo tra gli uomini di Don, che impavidi hanno deciso di seguirlo in un'ultima impresa contro trecento soldati tedeschi. Un'ultima linea armata prima della libertà e della pace.
A partire dagli anni Ottanta, Hollywood ha smesso di rappresentare la Seconda Guerra Mondiale in maniera asettica, precipitando il conflitto nell'orrore e mettendolo in scena come uno spettacolo dell'orrore. Per prendere la misura di questa evoluzione basti confrontare Il grande uno rosso di Samuel Fuller con Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. Se Fuller temperava la violenza convinto che fosse semplicemente impossibile restituire sullo schermo la realtà del combattimento, Spielberg abbandona cadaveri sviscerati sulle spiagge della Normandia e traduce l'intensità di quella violenza. L'autore rivendica una volontà di realismo e traspone visualmente l'incubo della guerra, ricreando sulla spiaggia 'traslocata' di Omaha Beach quello che i veterani avevano visto e vissuto.
Fury, film bellico di David Ayer, prosegue l'estetica del soldato Ryan e si ritaglia un posto nel genere. Non tanto e non solo perché il suo regista, ex marine, ha esperienza diretta della materia, ma per l'impianto drammaturgico singolare, articolato in un interno (il carro) e in una relazione corpo-macchina. In Fury, come Lebanon, film israeliano di Samuel Maoz, non si scende (quasi) mai dal carro armato. Costruito sulla dialettica dentro-fuori, fuori c'è la Storia, dentro la storia, fuori l'azione, dentro la reazione, fuori il proiettile esploso, dentro il rinculo, Fury avanza interrogandosi sulla guerra e sul rapporto che il singolo soldato intrattiene con l'oscenità del conflitto. E qui si esauriscono le corrispondenze tra due film che contemplano esterni e implicazioni ideologiche radicalmente differenti. Se il fuori di Maoz era la Guerra del Libano (1982) 'costretta' in un tank-nazione e invasore, il fuori di Ayer è la Seconda Guerra Mondiale, l'ultima a dimensione mitologica, quella della lotta tra bene e male, che non smette di affascinare Hollywood.
Pur insistendo sulla necessità del vedere, Ayer non sembra ossessionato dalla materialità del combattimento, a interessarlo è l'unità protagonista. Comprendere il funzionamento di un'unità di carristi permette al regista di misurare la dimensione industriale della guerra. Nel 1945 la vita media di un uomo in un tank era di sei settimane, al termine delle quali si moriva straziati dal fuoco nemico, al termine delle quali, ancora, proprio come farà la recluta di Logan Lerman, era necessario ripulire il carro dal sangue, la carne, i brandelli e i frammenti di vita, prima di riempirlo di nuovo con altre vite. Uomini e biografie stipate e lanciate contro le linee tedesche, che resistevano ostinate e fameliche fino alla fine dei loro giorni.
Tra il superbo orizzonte del principio e il tank carico di morte, che l'ascensione della camera trasforma nell'epilogo in un occhio ciclopico ficcato in un crocevia disseminato di morti, si muove un film che conquista terreno al genere bellico e un carro che è rifugio, cuore e tomba di soldati condannati al martirio. A guidare la riflessione di Ayer sullo stato di guerra, sullo stato di tutte le guerre, c'è il sergente di Brad Pitt, massiccio, laconico e (in)gloriosamente bastardo dentro un cingolato, dietro alle cicatrici e il taglio barocco pettinato con rigore marziale e brillantina grassa.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
giovedì 4 giugno 2015
pipoto

Un Brad Pitt spento e privo di mordente è il biglietto da visita di questa slavata pellicola destinata a finire presto nel dimenticatoio. Un film orribile, con pretese di raccontare fatti realmente accaduti scimmiottando la narrativa de " Salvate il soldato Ryan ( che al confronto pare una pietra miliare del cinema ),, ma che in realtà per la quantità e qualità delle [...] Vai alla recensione »

Frasi
"Gli ideali sono pacifici, la storia è violenta"
Una frase di Wardaddy (Brad Pitt)
dal film Fury - a cura di Roberto Balin
STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Alessandra Levantesi
La Stampa

Con Fury il regista/sceneggiatore David Ayer passa dal prediletto genere poliziesco girato come un falso documentario (Harsh Times, The End Of Watch) al dramma bellico stile Anni 50 ridisegnato con un sovrappiù di violenza, ma ricorrendo a tutti gli stereotipi del caso: a partire dal personaggio di Don Collier, un sergente maggiore indurito dalla lunga esperienza di guerra, e però ancora dotato di [...] Vai alla recensione »

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