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Penso che soprattutto in questo momento storico anche una piattaforma che si occupa di cinema non debba esimersi da una riflessione più generale sulla funzione del cinema stesso. Film come quello di zalone allora ci offrono il pretesto per alcune considerazioni che esulano persino dalla forma “cinema” in sé e per sé per estendersi invece a valutazioni di carattere più complessivo sulla società attuale e quella italiana per quello che ci riguarda più direttamente. Sebbene io non sia così sicuro che questo scritto sia pubblicabile in questo contesto, ma tant’è. Valuti la redazione e comprenderò in caso di rifiuto. Ma mi scappa di dire qualcosa sul merito.
Faccio intanto una premessa che riguarda la mia idea di cinema. Penso che una delle funzioni (ma non necessariamente la più importante) della “finzione” o meglio dell’«artificio cinematografico», sia quella di aiutarci a comprendere la “realtà”. E chi dice che anche divertendosi non si possa comprendere la realtà? Dipende forse dal concetto di “divertimento” che ciascuno di noi sostiene, forse.
Il problema che invece volevo qui mettere in risalto è che a volte il cinema non ha lo scopo di avvicinarci alla realtà, ma semmai ne attesta la nostra volontà, non sempre inconsapevole, di allontanarci da essa, ma ammantando il tutto con la promessa di strapparci una risata. Si coltiva in tal modo una certa tendenza all’autoinganno, e si finisce per promuovere, in un modo che risulta violento, persino, a volte, l’ottusità, l’annebbiamento della ragione.
Il divertimento, il passatempo, la distrazione sono davvero e sempre così “innocenti?” Si può giustificare tutto in nome del puro svago? L’evasione estemporanea dalla realtà è sempre sinonimo di “leggerezza” o può sconfinare pericolosamente nella “superficialità” che trascende nell’inciviltà? Domande abbastanza retoriche che non possono tacere con tutta evidenza la sacrosanta necessità di tutti di alleviare la pesantezza della vita con un po’ di “leggerezza” e l’altrettanta evidenza che il confine tra “leggerezza” e “superficialità” è tante volte molto sfumato e non soltanto per via della massima inflazionata “De gustibus non est disputandum”, utilizzata tante volte con una certa “superficialità” per l’appunto. Al contrario, ritengo che non tutti i “gusti”, intesi qui come “tendenze estetiche”, possono essere esenti da critiche.
Prendo a pretesto l’ultimo film di Zalone che giudico uno dei suoi peggiori per la verità, come emblema di una comicità oserei dire “tossica”. Dire che quelle sulla Shoah o su Gaza sarebbero "battute volte a provocare la riflessione attraverso il politically incorrect”, come si sente da più parti, rivela troppa indulgenza, secondo me, nei confronti di certi “gusti”. A me sembra che certe battute finiscono per mettere in ridicolo le tragedie della storia e del nostro presente più incombente. Qui non c’è "leggerezza", ma soltanto la superficialità con cui certi artisti "popolari" pretendono di trattare la realtà. E se il colto pubblico in sala ha accolto davvero queste battute con un "boato", ebbene questo la direbbe lunga non sull'antisemitismo (non soltanto, almeno) più o meno strisciante e inconfessato di taluni, ma soprattutto sul loro reale sentimento democratico, forse, e sulla loro visione del mondo di oggi! In tal senso, è emblematico il commento di un utente (che non nomino perché non vorrei renderlo troppo popolare) stigmatizzato giustamente, a mio parere, da un altro commentatore indignato.
Con questo non voglio dire che i fans di zalone sono tutti zotici retrogradi, analfabeti, nostalgici del fascismo, tuttavia non si deve risparmiare comunque qualche critica perché lo stereotipo una certa dose di “verità” pur sempre la contiene, disgraziatamente. Ma la questione è molto più complessa e sfaccettata. Anzi, per rassicurare certa platea dirò che gli appassionati di Zalone inteso qui come prototipo di certa comicità becera o di certa “satira sadica” non possono essere inquadrati in un'unica ideologia. Non c’è, verosimilmente una corrispondenza puntuale tra l’opera e un ideale etico condiviso. Perché presi nel loro complesso questi spettatori che “godono” di certa “satira” non hanno nemmeno un’ideologia che li guida nella fruizione, cioè nel “godimento” dell’opera cinematografica, in questo caso. Voglio dire che, a parte i fasti e i nefasti mussoliniani che a volte ispirano alcuni, certo pubblico non possiede una dottrina sistematica che in qualche modo ne giustifichi i pensieri, la visione del mondo o il gusto estetico, giustappunto. Secondo me non hanno nemmeno un partito preciso cui fare riferimento. Allora, lo scopo di certa satira diventa unicamente quello di alimentare “l’autocompiacimento frondista e puerile di sentirsi pochi ma giusti, sconfitti ma indomiti, soli spiriti liberi in un desolante scenario di piaggeria e conformismo”. Quindi, zalone assurge a prototipo dell’italiano medio che si ribella al conformismo del “politicamente corretto?”. Ok, ammettiamolo pure.
Ma qui l’oggetto del contendere non è di per sé la vocazione progressista o reazionaria di certo pubblico. È vero invece che il confine tra satira e offesa è estremamente sottile e soggettivo, tuttavia, ritengo che qui il rischio di banalizzazione del male è altissimo. Certa comicità non ha nulla a che fare con la "sferzante ironia" (l’ironia “sferzante” è un ossimoro. L’ironia non può essere sferzante, ma per definizione dovrebbe essere leggera, benevola, rispettosa, diciamo pure)
Credo che l'uso di un certo tipo di comicità abbia come unico o prevalente effetto quello di ridicolizzare la tragedia in sé, e non “l'inadeguatezza e la superficialità del protagonista di fronte alla storia” (meglio sarebbe dire l'inadeguatezza e la superficialità di certa platea di fronte alla storia). Sulle intenzioni non discuto, ma sugli effetti di certa "satira" non ho dubbi: tutto si risolve nella "normalizzazione" della sfrontatezza, della becera arroganza e della "superficialità" con cui ci si accosta alle tragedie attuali e storiche.
Io trovo davvero inquietante il "boato" di risate che in sala pare abbia accompagnato certe battute. Qualcuno ha scomodato nientemeno che la “catarsi”, per giustificare certe sregolatezze del pubblico. Più modestamente io vedo piuttosto nel “boato” il segno di una società che ha smarrito la capacità di distinguere tra il diritto alla satira e l'insensibilità morale. Ci sarà o no un limite alla "spettacolarizzazione del dolore" della satira e di quella contemporanea in particolare? Visti anche i rigurgiti revanscisti cui stiamo assistendo in Italia e in Europa e negli Usa? Insomma, che direzione sta prendendo l'intrattenimento di massa, mi chiedo, nelle società cosiddette “liberaldemocratiche?”
E qui si innesterebbe, volendo, il tema della responsabilità etica di chi comunica. Qui l'intento, secondo me, non è quello di ridicolizzare "l'italiano medio" ignorante, ma offrire a quell'italiano medio una legittimazione, semmai. La risata non nasce dall’indignazione per l'ignoranza del personaggio, ma dalla liberazione di poter finalmente aggirare un divieto sacro come la Shoah in questo caso o la tragedia dei palestinesi, ridendone a crepapelle e senza ricevere il biasimo di nessuno. Il cinema in tal caso sembra un contesto innocuo e idoneo per attaccare impunemente certi tabù. Se ci pensate bene questo è un dibattito che si trascina fin dai tempi della nascita della commedia all’italiana o di una sua parte, almeno. Quindi, niente di nuovo. Qui di nuovo c’è il momento storico attuale in cui si innestano certe battute dozzinali, eventualmente.
E allora, che satira è quella che smuove la risata di una platea che si sente sollevata dal peso della responsabilità storica o perché trova conferma nel suo nichilismo?
E qual è la funzione sociale del comico oggi, dunque?Ammesso che ce l’abbia. Il comico soprattutto quello che gode di ampio seguito e fa gli “incassi di natale” deve o no chiedersi se il pubblico abbia gli strumenti culturali per decifrare, per comprendere l'«ironia» soprattutto quando l'ironia è molto dubbia? (e ammesso e non concesso che Zalone stia facendo dell’«ironia» ovviamente). Il comico deve solo pensare all’incasso o deve considerare il risultato finale del suo lavoro? Il comico deve far riflettere sempre? La risposta è “no, non sempre”. Ma quando pretende di trattare argomenti molto sensibili sotto l’aspetto storico e morale ed etico e sociale secondo me deve interrogarsi profondamente al fine di evitare il rischio ancora una volta di svilire il valore di certa memoria o di certo presente.
Insomma, qui non stiamo parlando soltanto di un banale film o del suo autore che hanno smarrito il senso del limite e del rispetto, ma qui ci stiamo interrogando persino sulla tenuta democratica e civile di una società che sembra voler screditare ogni tragedia pur di estorcere un applauso.
E parafrasando zalone “aspetto con molta inquietudine di capire la risposta che il film ha trovato nel pubblico più giovane”: «La loro fruizione della comicità è immediata», dice zalone; io aggiungerei “nessun filtro critico” molti giovani (come altrettanti vecchi, ovviamente) sanno frapporre per discernere ciò che è valido da ciò che non lo è. Mi spaventa l’idea che i ragazzini al cinema possono farsi della storia. E cosa impareranno? Che solo il presente è reale e il passato è insignificante o addirittura che “non è attendibile, anzi che mai è esistito questo passato perché scritto dai vincitori", come predicato da certa nuova e vecchia cultura di destra che avanza?
Un sistema democratico che voglia definirsi tale deve avere il coraggio di dire che non tutto ha lo stesso valore, che ci sono “verità più vere di altre”, che non tutto può essere sacrificato allo scambio di merci in nome di una grossa grassa risata o per ottenere l’ennesimo bugiardo "like" sul web che tanto stuzzica il nostro fragile narcisismo.
“E ne ho lette cose che voi umani non potreste immaginarvi: Il regista del film, il tal Nunziante che, fedele al suo cognome, al largo dei bastioni di casa sua ci annuncia che “Viviamo in una società senza padri, anche perché oggi non si sa nemmeno più chi sia l’uomo”. E ho letto che, sempre a suo dire e mentre si trovava vicino alle porte di Tannhäuser, famoso locale alla moda dove si sbevazza come se non ci fosse un domani, “Per molti anni l’elemento della spiritualità è stato deriso per il presidio marxista rispetto alla dottrina sociale della Chiesa”. Insomma, il suo film sarebbe pure religioso e financo spirituale e per di più anticomunista. E tutti questi momenti di illuminazione e di pace interiore temo purtroppo che non andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia, ma che si diffonderanno invece rapidamente come il fuoco di certe navi da combattimento in fiamme (fiamme tricolori rigorosamente sovraniste, si capisce) o come i virus di una pandemia mai del tutto riconosciuta. È tempo di piangere. Anzi, meglio, - lasciatemi morire…adesso…qui…- perché ho letto abbastanza per oggi”.
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