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Ultimo aggiornamento mercoledì 3 luglio 2024
Il film racconta un arco di 15 anni sfaccettato di espansione e insediamento dell'ovest americano prima e dopo la guerra civile. In Italia al Box Office Horizon - An American Saga - Capitolo 1 ha incassato 318 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Montana, 1859. Due anni prima della guerra civile, carovane di coloni in cerca dell'eldorado si installano lungo il fiume coi loro carri, i loro ricordi lasciati oltreoceano e i loro sogni. Ma gli indiani non ci stanno, è una questione di terra, la loro terra. Gli Apache attaccano di notte e di giorno i 'bianchi' fanno la conta dei loro morti. Poi tutto ricomincia, altri convogli arrivano, altri indiani resistono, come possono, all'inevitabile. Una guarnizione dell'esercito degli Stati Uniti, insidiata a quaranta chilometri dal territorio conteso, corre in soccorso dei sopravvissuti. Intanto in Wyoming, un avventuriero solitario e laconico e una prostituta intraprendente fuggono un cavaliere vendicativo che vorrebbe mettere le mani sul bambino che conducono con loro. Separati e uniti cavalcano tutti verso lo stesso destino, verso la loro porzione del sogno chiamato America.
Primo capitolo di una saga divisa in tre, Horizon: An American Saga è costruito secondo il principio di una serie, ma all'antica. Perché il western di Kevin Costner avanza coi tempi delle sue carovane, alternando i destini dei suoi numerosi personaggi.
Come Coppola, anche Costner ipoteca le sue fortune e scommette sul suo genere di predilezione per produrre un film che nessuno voleva. Tutto è in gioco, tutto è davanti agli occhi dello spettatore che accompagna i pionieri verso la conquista di una terra chiamata "Horizon". All'incrocio di tre archi narrativi, l'attore-autore appare come una visione e incarna di nuovo l'America selvaggia, perché Horizon si colloca alle origini fangose della costruzione di un Paese e all'altro capo di Yellowstone, la serie di Taylor Sheridan che guarda oggi quello che resta di quella costruzione.
Cappello da cowboy calato sulla testa, la mano nella tasca dei jeans, la cintura e gli stivali consumati, interpreta in televisione John Dutton, patriarca tiranno con una buona dose di idealismo e di mostruosità, sia coi propri figli che con qualsiasi intruso sconfini nella sua proprietà. Cambio di cavallo ma non di orizzonte per l'unico attore americano, oggi, che vestito così non sembri travestito. Se l'idea era quella di realizzare un western totale che rivendicasse tutto, da Griffith a Tarantino, passando magari per Ford e Hawks, siamo lontani.
Più realisticamente Costner sembra ricreare l'epoca che ama di più, il tempo dei pionieri, dei fondatori, degli indiani, delle donne forti e bionde, della Guerra Civile, ancora un eco lontano in questo capitolo. Difficile giudicare un 'episodio' senza aver visto l'opera integrale ma quello che possiamo fare intanto è prenderci tutto il piacere e prendere quello che ci piace del viaggio: il romance di Sam Worthington e Sienna Miller o il racconto corale guidato da Luke Wilson, le silhouette degli indiani ritagliate in cima ai canyon o l'attacco notturno a una casa in mezzo al nulla, l'azione o i sentimenti in taglia extra large.
Montato di nuovo a cavallo, Costner rivisita ancora una volta da attore e d'autore i territori che ha esplorato nei suoi giorni di gloria, accecanti per tutti, compreso lui. Ma non c'è nostalgia nel suo approccio, soltanto l'aria consapevole di girare un western onesto, governato dalla sua imperiale presenza e diffuso di un amore sincero per il genere. Ecco perché è così bello guardare Kevin Costner cavalcare attraverso i grandi spazi e voltarsi indietro con l'aria di chi non gliene frega niente dei detrattori, a preoccuparlo è al massimo uno degli Skyes, lanciato al suo inseguimento per avergli freddato il fratello.
Costner rifiuta sfacciatamente la dittatura hollywoodiana dell'azione a tutti i costi, privilegiando come ai bei vecchi tempi lo studio dei caratteri dei personaggi, senza temere vuoti di tono o cali di vento. Guardare, per credere, la scena più bella: il protagonista di Costner affronta un farabutto in cerca di guai. La presenza inebriante di dialoghi e repliche amplifica la tensione, rafforza la suspense e ritarda il momento fatidico in cui sentiamo gli spari. Fino all'ultimo momento lo scontro sembra ineluttabile ma lui riesce comunque a rendere l'esito tanto prevedibile quanto imprevedibile, mentre i personaggi scoprono le carte e si rivelano, rimandando una scadenza che sanno essere inevitabile.
Se il regista si fa attendere e si prende il suo tempo tra una produzione e l'altra, l'attore compensa costruendo negli anni un'opera coerente e conforme alla sua carriera (Wyatt Earp...). Come in Balla coi Lupi e in Terra di confine - Open Range ribadisce che il cowboy non è l'avventuriero che i bambini, grandi e piccini, sognano. Un cowboy è solo un pistolero. Alla maniera di Simone de Beauvoir, per Kevin Costner i cowboy non nascono uomini, ma lo diventano.
Struttura narrativa classicamente efficace e romantica, Horizon, con le sue strade pieno di fango, i suoi convogli carichi di speranza e la sua terra da conquistare, prima e dopo la guerra civile, non ha il fascino ambiguo dei migliori Eastwood e nemmeno la potenza evocativa di Ford ma ha il pregio di rimettere in sella Kevin Costner. E tanto basta per fare un western come una lettera inviata per posta, come la testimonianza di un mondo in cui l'uomo possiede poche cose: un cavallo, un cane, un codice, un campo, la natura che lo circonda e farà di tutto per difenderli.
E’ Sempre “Terra di Confine” Come si costruisce una saga? Chiedetelo a Kevin Costner che dai tempi di “Silverado” (1986) sognava un progetto ciclopico come quello di “Horizon, An American Saga”. Quattro western dalla lunghezza di circa tre ore ciascuno per raccontare, a cavallo della guerra di Secessione (1861-65), l’epopea della “Nas [...] Vai alla recensione »
La questione della terra, dello spazio da rubare allo spazio, dell'orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo, è da sempre centrale nel cinema di Kevin Costner. Lo è proprio nelle dimensioni del suo immaginario, sin dalla volumetria produttiva abnorme che adotta da sempre, la sua necessità di concepire opere che superano le misure hollywoodiane proprio in quegli ambiti che ai producers appaiono invalicabi [...] Vai alla recensione »