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Hollywood salva il mondo

L'intelligenza democratica di Argo.
di Roy Menarini

In foto Ben Affleck in una scena di Argo.
Ben Affleck (Benjamin Geza Affleck) (53 anni) 15 agosto 1972, Berkeley (California - USA) - Leone. Interpreta Tony Mendez nel film di Ben Affleck Argo.

domenica 11 novembre 2012 - Approfondimenti

Oltre alla solidità narrativa e all'innegabile bravura di tutti gli attori, diretti con sensibilità da Ben Affleck con l'occhio rivolto a certo cinema artigianale degli anni Settanta, Argo brilla di luce propria grazie ad almeno altre due intelligenti strategie.
Anzitutto si tratta di un film di onesta propaganda democratica. Quando si parla di cinema di propaganda, per solito si pensa ai prodotti degradati delle tirannie o alle pellicole realizzate per il subdolo convincimento di massa. Hollywood, invece, si è nei decenni specializzata nella cosiddetta propaganda democratica: non solo i film sono stati veicolo dei valori libertari (e talora puritani) della società statunitense, ma hanno spesso avuto il compito di offrire una veste universale e accettabile a visioni politiche poco interessanti per il grande pubblico. Argo, uscito in America poco prima della elezioni presidenziali, prodotto dal democratico George Clooney, diretto e interpretato da un altro artista impegnato a sinistra, appare il miglior esempio contemporaneo di propaganda democratica.
Schematicamente: la rappresentazione bonaria di Hollywood come industria surreale ma patriottica, la faccia buona della CIA e dei suoi funzionari in grado di trascendere gli ordini per il bene delle persone comuni, la condanna delle derive islamiste del mondo arabo ma al contempo l'autocritica sulle politiche mediorientali (l'appoggio allo Scià), l'idea di una nazione in grado di scartare l'opzione militare e usare l'ingegno... tutti pregi che Affleck, pur narrando di un fatto storico, sembra indicare come qualità imprescindibili nella nazione americana, le stesse che echeggiano nelle idee e nelle promesse di Obama.
Tuttavia, Argo - se non un grande film - è certamente un ottimo lavoro anche per come pone riflessioni sul ruolo dell'immaginario nel cinema e nella realtà. All'altezza dei primi anni Ottanta, Hollywood come enorme macchina di falsificazione dell'immaginario è una sorta di patrimonio riconosciuto e storicizzato. Fingere di girare un film di fantascienza in Iran diventa credibile persino per la Guarda Rivoluzionaria perché si riconosce all'esotismo hollywoodiano un assoluto sprezzo del ridicolo e contemporaneamente una capacità di creare storie e miti inarrivabile. Solo il fatto che il cinema americano sa notoriamente costruire mondi e universi posticci rendendoli credibili (o quanto meno narrabili) permette di usare il cinema per falsificare la realtà politica. Il corto circuito, dunque, contiene indicazioni non banali sul mondialismo hollywoodiano e intorno alle interpretazioni mitiche su cui poggia.
Bisogna chiedersi, forse, se un'impresa del genere potrebbe funzionare anche oggi. Probabilmente no. Anche il cinema americano soffre la globalizzazione tecnologica e coprire un falso - nell'epoca dei social network e di Twitter - è molto più complicato di una volta, per quanti residui di immaginario permangano nel cinema a stelle e strisce. Ecco perché il volto scuro di Affleck sembra per tutto il film tradire un pizzico di nostalgia e mestizia verso un'America umanista che nemmeno la speranza di Obama ha saputo per ora risvegliare. Lo vedremo, nei 'four more years'.

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