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rosmersholm
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giovedì 26 novembre 2020
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necessario
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Film che riconcilia con il cinema di impegno civile. Trova il suo limite in una linearità che rischia di diventare schematismo e nell'aver solo sfiorato il tema religioso sempre preponderante nelle comunità musulmane. Per nulla estremo, come qualcuno dice, basti pensare alle storie ben più drammatiche accadute anche in Italia (Hina Saleeem ed altre). Finalmente qualcuno che affronta di petto certe tematiche senza farne un pastrocchio moraleggiante. Apprezzabile il finale, dove anche il padre della protagonista si rivela vittima di una cultura che gli impone il sacrificio della figlia amata. E mentre lei scappa per riappropriarsi della sua vita, egli rimane come nella prigione della sua vigliaccheria.
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Film che riconcilia con il cinema di impegno civile. Trova il suo limite in una linearità che rischia di diventare schematismo e nell'aver solo sfiorato il tema religioso sempre preponderante nelle comunità musulmane. Per nulla estremo, come qualcuno dice, basti pensare alle storie ben più drammatiche accadute anche in Italia (Hina Saleeem ed altre). Finalmente qualcuno che affronta di petto certe tematiche senza farne un pastrocchio moraleggiante. Apprezzabile il finale, dove anche il padre della protagonista si rivela vittima di una cultura che gli impone il sacrificio della figlia amata. E mentre lei scappa per riappropriarsi della sua vita, egli rimane come nella prigione della sua vigliaccheria. Una prece al cinemino italiano che su questi argomenti riesce a produrre un polpettone indigeribile come Bangla...
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astromelia
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domenica 4 novembre 2018
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ottimo ma il finale...
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buon film di denuncia peccato il finale alquanto improbabile....e che stona nel contesto!!!!
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gbavila
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giovedì 27 settembre 2018
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e' solo vendetta, come all'inquisizione.
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La banalizzazione è eccesiva e mostra contraddizioni forzate e poco credibili per un contesto familiare che si è consolidato: il lavoro, la scuola, le aspettative miranti, guarda guarda, alla medicina, al successo a tutti i costi. Come possano coesistere con tanta chiusura mentale claustrofobica? Si attinge a fenomeni culturali veri solo in casi di recete inserimento in culture che non si conoscono o non si vuole conoscere, e non è il caso dell'autobiografico racconto che mira esclusivamente allo stomaco dello spettatore per stimolare una condanna totale. Inverosimile l'istigazione al suicidio (poteva passare una furia omicida) e altrettanto incredbile l'insipienza delle assistenti sociali che si accontentano di banali dichiarazioni.
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La banalizzazione è eccesiva e mostra contraddizioni forzate e poco credibili per un contesto familiare che si è consolidato: il lavoro, la scuola, le aspettative miranti, guarda guarda, alla medicina, al successo a tutti i costi. Come possano coesistere con tanta chiusura mentale claustrofobica? Si attinge a fenomeni culturali veri solo in casi di recete inserimento in culture che non si conoscono o non si vuole conoscere, e non è il caso dell'autobiografico racconto che mira esclusivamente allo stomaco dello spettatore per stimolare una condanna totale. Inverosimile l'istigazione al suicidio (poteva passare una furia omicida) e altrettanto incredbile l'insipienza delle assistenti sociali che si accontentano di banali dichiarazioni. Tutti i personaggi sono identici, senza colori, troppa vernice nera e oscurantista. Chi oserebbe incontrare una famigla pachistana?
Giuliano Bavila
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barbarap70
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mercoledì 5 settembre 2018
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da vedere assolutamente
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Vi consiglio vivamente di andare a vedere questo film per capire il dramma delle seconde generazioni di immigrati in Europa. È un film molto forte, sostanzialmente è la storia vissuta in prima persona dalla regista, mandata dai genitori dalla Norvegia al Pakistan per farla redimere. Un film fatto molto bene, gli occhi dei protagonisti dicono più di 1000 parole.
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flyanto
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giovedì 10 maggio 2018
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l?importanza dell'opinione altrui
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"Cosa Dirà la Gente" è il titolo emblematico di questo film che affronta il delicato ed importante tema dell'insediamento culturale da parte di comunità straniere in terre differenti e lontane da quelle di origine. Qui viene presentata la comunità pakistana emigrata in Norvegia, e precisamente ad Oslo, dove le nuove generazioni, come quella della giovane protagonista di nome Nisha, si sono perfettamente integrate nella comunità a differenza di quelle più anziane, di cui fanno parte i suoi genitori, che invece continuano ad essere legate alle proprie tradizioni reputando persino disdicevole il comportamento di armonica adesione agli usi e costumi occidentali che adottano invece i loro figli.
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"Cosa Dirà la Gente" è il titolo emblematico di questo film che affronta il delicato ed importante tema dell'insediamento culturale da parte di comunità straniere in terre differenti e lontane da quelle di origine. Qui viene presentata la comunità pakistana emigrata in Norvegia, e precisamente ad Oslo, dove le nuove generazioni, come quella della giovane protagonista di nome Nisha, si sono perfettamente integrate nella comunità a differenza di quelle più anziane, di cui fanno parte i suoi genitori, che invece continuano ad essere legate alle proprie tradizioni reputando persino disdicevole il comportamento di armonica adesione agli usi e costumi occidentali che adottano invece i loro figli. Poichè una notte Nisha viene sorpresa nella propria camera dal padre con un ragazzo, e per di più norvegese, ella viene immediatamente considerata come una vergogna per la propria famiglia e, nei confronti di quest'ultima, per le altre appartenenti alla stessa comunità, e così la ragazza viene mandata ad Islamabad, la città pakistana di origine, presso degli zii affinchè impari e si uniformi alle tradizioni pakistane. In questo nuovo ambiente così rigido e distante dalla propria mentalità e formazione culturale Nisha non si trova affatto bene e, poichè una sera viene 'scoperta' dalla Polizia locale per amoreggiare insieme ad un suo cugino per le strade della città, ella viene nuovamente ritenuta una ragazza senza morale e la famiglia degli zii la vuole allontanata immediatamente dalla propria casa. E' così che Nisha ritorna dalla propria famiglia ad Oslo dove nel frattempo l'hanno già promessa in sposa ad un connazionale residente in Canada. Nisha continuerà a ribellarsi....
Temi del genere sono già stati affrontati in innumerevoli pellicole precedenti a questa, ma la regista Iram Haq, con un'esperienza personale passata molto simile a quella di Nisha, riesce in ogni casoa rendere in maniera efficace, nuova ed interessante la seria problematica legata all'integrazione da parte di comunità straniere emigrate in paesi occidentlai. I casi di cronaca, purtroppo, continuano a confermare che per molte famiglie è un disonore ed una grande vergogna, da punire e riscattare addirittura con la morte di colui/colei che l'ha provocata, il comportamento dei figli che si uniformano agli usi e costumi dell'Occidente. In "Cosa Dirà la Gente" è palese che è più importante il giudizio altrui che la personalità e la felicità dei propri figli ben integrati e la Haq rappresenta bene tale mentalità denunciandola apertamente cosicchè da porre fine alle continue barbarie a cui sono costretti a sottoporsi od a soccombere le nuove generazioni.
Ben girato, ben interpretato dalla giovane Maria Mozhdah nella parte di Nisha e soprattutto da Adil Hussain in quella del padre fortemente legato alle proprie tradizioni, intenso e crudo, nonchè interessante da indurre a riflettere.
Sicuramente consigliabile.
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angeloumana
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mercoledì 9 maggio 2018
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"il comune senso del pudore"
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Un tema facile da capire e chiaramente esposto dalla regista-sceneggiatrice pachistana Iram Haq, che vive all'estero e che ha vissuto direttamente la brutta esperienza della protagonista Nisha (Maria Mozdah) quella di essere riportata in Pakistan dall'”amorevole” padre Mirza (Adil Hussain), dalla Norvegia dove la famiglia vive, ed essere affidata alla nonna e alla zia perché la proteggano e la allevino in modo pachistano. Nello Stato europeo la ragazza si stava prendendo certe libertà, quelle che sono “innocenti evasioni” di ogni ragazzo occidentale. Nella realtà, e proprio nell'italianissima Brescia, è accaduto che per il “voler vivere all'occidentale” e scegliersi il fidanzato che voleva, una ragazza sia stata uccisa dal padre e dal fratello.
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Un tema facile da capire e chiaramente esposto dalla regista-sceneggiatrice pachistana Iram Haq, che vive all'estero e che ha vissuto direttamente la brutta esperienza della protagonista Nisha (Maria Mozdah) quella di essere riportata in Pakistan dall'”amorevole” padre Mirza (Adil Hussain), dalla Norvegia dove la famiglia vive, ed essere affidata alla nonna e alla zia perché la proteggano e la allevino in modo pachistano. Nello Stato europeo la ragazza si stava prendendo certe libertà, quelle che sono “innocenti evasioni” di ogni ragazzo occidentale. Nella realtà, e proprio nell'italianissima Brescia, è accaduto che per il “voler vivere all'occidentale” e scegliersi il fidanzato che voleva, una ragazza sia stata uccisa dal padre e dal fratello. Così non succederà nel film, il papà dopo tanto si accorge di essere vittima delle sue credenze, e qui avviene una delle scene meglio interpretate: il papà che porta la figlia a suicidarsi (x far sparire la pietra dello scandalo) ed ha come un risveglio, un soprassalto di coscienza mentre la ragazza è incredula che il padre giunga a farle del male: portare alla morte la figlia preferita per le credenze o convinzioni ataviche che professa la comunità immigrata nella quale la famiglia dopo anni continua a vivere, gli stessi modi di ritrovarsi, gli stessi discorsi tra tradizione e progresso che si dicono nei ritrovi monoetnici (che chi ha vissuto l'emigrazione conosce bene).
Frasi o affermazioni raccolte dal film dicono, e da esse deriva la chiara esposizione del tema: certe cose non si fanno davanti agli altri, per una ragazza è volgare ballare, tu (la figlia) mi devi aiutare in cucina, una ragazza che si sposa avrà tanto da fare con la casa e con i figli (piuttosto che studiare), le decisioni importanti le prendiamo tutti insieme (ma si tratta di decisioni che i genitori o i maschi in genere prendono sulla vita delle figlie femmine, la donna come preda o creatura in libertà vigilata), non possiamo più farci vedere da nessuno, nessuno ci invita più, ti sei permessa di vivere come questi idioti occidentali, “atti gravissimi” che hanno conseguenze sulla famiglia, la perdita di dignità, l'influenza (deleteria) su altri ragazzi della comunità pachistana, dopo tutto quello che ho fatto per te, voglio quello che è meglio per te (solitamente detto dal genitore), la buona (e presunta) reputazione l'onorabilità.
E' facile immaginare – e nel film succede – come da questi divieti e condizionamenti nascano poi i sotterfugi e le bugie non rari nelle società ancora “oscurantiste”, spesso le più corrotte. Il film mi ha fatto pensare per associazione di idee al recenteIl prigioniero coreano: in esso sono mostrati, in modo esplicito ed esagerato, le ferree norme statali in Corea del Nord e il tornaconto mediatico della antagonista Corea del Sud, in questo invece i modi di fare del privato, derivanti da un pensare comune. Ma tutto viene da tradizioni, da regole imposte da Stati o da religioni (organizzate a uso e consumo dei potenti). Con tutti i mezzi tecnologici di cui le società oggi dispongono è facile vedere quanto è labile il confine tra un vivere nell'oscurantismo oppure in società liberali, dove si tengono in prim'ordine i diritti della persona, quanto è sottile quel confine imposto tra le culture.
Lo stato spesso decrepito di un piccolo centro pachistano (nel film la ragazza che vi è stata riportata si trova a 300 km da un aeroporto, a una scoraggiante distanza dal mondo norvegese dov'era cresciuta), lo scarso sviluppo di tanti luoghi del mondo, non si possono non mettere in relazione a quei modi di pensare, alle ottuse regole imposte da qualcuno che per sé stesso le rende elastiche (per osservazioni sperimentate penserei all'Iran, un paese a caso).
Quel viaggio a ritroso nel mondo e “nel tempo” (o nello sviluppo) per Nisha ormai norvegese è stato come sprofondare in un medioevo inquietante, inquietante come è già la colonna sonora iniziale che sicuramente annuncia tempi bui per lei, mentre corre a casa entro l'ora prescrittale per farsi trovare a letto dal papà che tutto sorveglia. Tenero questo padre che alla fine la lascia fuggire dalla casa di famiglia in Norvegia, dov'è stata riportata, e dove assistenti sociali si prenderanno cura di lei. Benvenuti nelle società più libere!
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cardclau
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mercoledì 9 maggio 2018
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non un ritorno a sane tradizioni bucoliche
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Secondo film di Iram Haq sull'argomento. Il primo "I am yours", in svedese-norvegese, con sottotitoli in inglese, non è maI arrivato in Italia, me lo son fatto spedire da Amazon.uk. Il ritorno alle tradizioni pachistane è un viaggio liberticida, angoscioso, infernale, in una cultutra dove la donna è fondamentalemente schiava, sempre colpevole di quello che succede (anche nel caso che venga stuprata), inerentemente prostituta. la cosa impressionante è che le donne mature risultano le più accanite nel difendere lo status quo della tradizione femminicida, hanno totalmente rimosso la loro sofferenza adolescenziale/giovanile, hanno definivamente chinato la testa e si vendicano sulla gioventù con indecente sadismo.
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Secondo film di Iram Haq sull'argomento. Il primo "I am yours", in svedese-norvegese, con sottotitoli in inglese, non è maI arrivato in Italia, me lo son fatto spedire da Amazon.uk. Il ritorno alle tradizioni pachistane è un viaggio liberticida, angoscioso, infernale, in una cultutra dove la donna è fondamentalemente schiava, sempre colpevole di quello che succede (anche nel caso che venga stuprata), inerentemente prostituta. la cosa impressionante è che le donne mature risultano le più accanite nel difendere lo status quo della tradizione femminicida, hanno totalmente rimosso la loro sofferenza adolescenziale/giovanile, hanno definivamente chinato la testa e si vendicano sulla gioventù con indecente sadismo. Pensiamo alla questione delle mutilazioni dei genitali femminili. Neanche il maschio in quella cultura ne viene fuori in modo dIgnitoso. Burattini in mano alla legge irrevocabile che l'omeostasi non può cambiare, i padri e i figli ottemperano ciecamente ad un imperativo fuori di loro, i padri non pensano minimamente che la tradizione possa essere migliorata, i figli non pensano minimamente che i padri possano essere costruttivamente messi in discussione. Nel dolore e nel malessere generale, i maschi e le femmine non hanno la possibilità di godere della cosa più bella che Dio ci ha donato, la possibilità di un rapporto d'amore tra due diversi sì ma complementari, diversi ma di uguale digninità, dove la costrizione e l'obbligo è sconosciuta. Lo spettatore per tutta la durata del film rimane inchiodato alla sedia, nel terrore che la protagonista, come unica via di scampo alla pazzia, si dia alla morte. E in qualche momento ci rimaniamo molto vicini. Ma alla fine la scelta è per la vita, ad un prezzo pesantissimo, la perdita inerorabile e non rimediabile del padre, della madre, del fratello. Il padre, la madre, il fratello, la zia, lo zio sono degli attori bravissimi, perché lo spettatore li ritrova completamente odios e insopportabilii, nella più completa immedesimazione.
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emanuele1968
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lunedì 7 maggio 2018
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probabile
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Penso che sia tratto da una storia vera, forse troppe pressioni dal regista, comunque film molto molto bello, voto 4,5
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maurizio.meres
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domenica 6 maggio 2018
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voleva solo vivere la sua vita
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Ottima ricostruzione di un dramma realmente accaduto direttamente dalla stessa regista,il cinema tecnicamente parlando lascia la parola ad una difficoltà socioculturale d'integrazione di tutte quelle persone,integralisti Mussulmani con un ottica di assoluta fede Coranica,che pur vivendo in un occidente libero culturalmente ma soprattutto aperto,vive quotidianamente tutte le difficoltà ,rifiutando tutto ciò che può offendere la loro dignità.
La tematica del film rispecchia apertamente ciò che in alcuni paesi Mussulmani realmente accade,premetto il mio pieno rispetto alla loro fede,in alcuni passi coranici le similitudini con la religione cristiana interpretandole nella loro essenza diventano simili,le differenze sostanziali così come vengono rimarcate nel film sono soprattutto di rispetto sociale in una vergogna di non aver rispettato le sacre scritture,sappiamo tutti il valore esistenziale che un Mussulmano dà alla sua fede,che in alcuni casi diventa quasi un fanatismo,ma la crudeltà vista nel film verso una ragazza che voleva solo vivere la sua vita,perché cresciuta in paese libero soprattutto nel pensiero,diventa un offesa alla vita e alla stessa religione perché chi crede qualunque fede sia non può pensare di far soffrire il prossimo e soprattutto una figlia,ritengo che in alcune scene ci sia stata una fortissima rabbia da parte dello spettatore di non poter far nulla.
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Ottima ricostruzione di un dramma realmente accaduto direttamente dalla stessa regista,il cinema tecnicamente parlando lascia la parola ad una difficoltà socioculturale d'integrazione di tutte quelle persone,integralisti Mussulmani con un ottica di assoluta fede Coranica,che pur vivendo in un occidente libero culturalmente ma soprattutto aperto,vive quotidianamente tutte le difficoltà ,rifiutando tutto ciò che può offendere la loro dignità.
La tematica del film rispecchia apertamente ciò che in alcuni paesi Mussulmani realmente accade,premetto il mio pieno rispetto alla loro fede,in alcuni passi coranici le similitudini con la religione cristiana interpretandole nella loro essenza diventano simili,le differenze sostanziali così come vengono rimarcate nel film sono soprattutto di rispetto sociale in una vergogna di non aver rispettato le sacre scritture,sappiamo tutti il valore esistenziale che un Mussulmano dà alla sua fede,che in alcuni casi diventa quasi un fanatismo,ma la crudeltà vista nel film verso una ragazza che voleva solo vivere la sua vita,perché cresciuta in paese libero soprattutto nel pensiero,diventa un offesa alla vita e alla stessa religione perché chi crede qualunque fede sia non può pensare di far soffrire il prossimo e soprattutto una figlia,ritengo che in alcune scene ci sia stata una fortissima rabbia da parte dello spettatore di non poter far nulla.
I personaggi che girano intorno alla figura di Nisha,sono una madre padrona,autoritaria che pensa soltanto al giudizio degli altri,una famiglia di zii che vive in un Pakistan corrotto,succube di un integralismo Islamico in un ambiente squallido e con un futuro grigio,per ultimo lascio il padre che dice di amare sua figlia,crudele e schiavo della volontà della moglie,senza una personalità e soprattuto incapace di reagire ,nella bellissima scena finale nel suo sguardo verso la figlia che scappa c'è tutto il suo fallimento esistenziale.
Bellissimo film da valutare in ottica libera ma rispettosa,è saper apprezzare i cambiamenti attuali che ci sono in vari paesi nei confronti delle donne,sempre più al centro del progetto di crescita sia culturale che sociale,qualunque sia la fede il credo non è sottomissione e violenza,il verbo di Dio inteso nelle varie religioni è sinonimo di pace.
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francesca meneghetti
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giovedì 3 maggio 2018
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non portate il mitra al cinema!
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Chi va a vedere, minimamente informato, “Cosa dirà la gente” si aspetta un film problematico, anche drammatico, e attuale. Voglio dire che non ci va per ridere. Se poi legge che “il difficile tema del conflitto interculturale è affrontato evitando la tentazione manichea”, spera che un briciolo di luce illumini le disgrazie umane. Ma il film è come un coltello affondato nella piaga: cupo, angoscioso, inquietante e nichilista. In chi assiste al calvario della povera Nisha, cresciuta ad Oslo, con la prospettiva di diventare un medico, dati gli ottimi voti, ma poi stritolata in un meccanismo sadico, perverso e “fascista” (per usare un rmine obsoleto rispetto all’accezione che esso aveva negli anni ’70), in cui le donne sono ancora più perverse degli uomini nel perpetuare la schiavitù alla dittatura della famiglia e del controllo sociale della comunità pakistana, sorge solo la voglia di prendere un mitra e sterminare tutti coloro che, magari per sola vigliaccheria, fanno soffrire Nisha, ragazza innocente ma affatto stupida.
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Chi va a vedere, minimamente informato, “Cosa dirà la gente” si aspetta un film problematico, anche drammatico, e attuale. Voglio dire che non ci va per ridere. Se poi legge che “il difficile tema del conflitto interculturale è affrontato evitando la tentazione manichea”, spera che un briciolo di luce illumini le disgrazie umane. Ma il film è come un coltello affondato nella piaga: cupo, angoscioso, inquietante e nichilista. In chi assiste al calvario della povera Nisha, cresciuta ad Oslo, con la prospettiva di diventare un medico, dati gli ottimi voti, ma poi stritolata in un meccanismo sadico, perverso e “fascista” (per usare un rmine obsoleto rispetto all’accezione che esso aveva negli anni ’70), in cui le donne sono ancora più perverse degli uomini nel perpetuare la schiavitù alla dittatura della famiglia e del controllo sociale della comunità pakistana, sorge solo la voglia di prendere un mitra e sterminare tutti coloro che, magari per sola vigliaccheria, fanno soffrire Nisha, ragazza innocente ma affatto stupida. Ma è questo il messaggio del film? Alimentare l’odio etnico e religioso? Se si scopre che la regista è pakistana, e che ha vissuto esperienze simili a quelle di Nisha, personaggio interpretato da Maria Mozhdah, una splendida Irene Papas da giovane, si può pensare anche no, e trovare una chiave di lettura che renda sostenibile il film alle anime sensibili: è uno sfogo, espressionistico, dunque violento, di esperienze personali forse inenarrabili. C’è chi sceglie di tacere, e chi di buttar fuori con rabbia e senza limiti. In quest’ottica la visione può essere tollerata anche dalle persone miti. Certo, se si fa il confronto con un film analogo per tematiche, “East is East” del 1999, è il secondo che ne esce vincente per superamento del manicheismo e della capacità di bilanciare tragedia e commedia, drammaticità e ironia, qui assente. Ma il regista, Damien O’Donnel era irlandese, e i tempi diversi. La speranza di un’armonica ricomposizione dei contrasti interculturali era ancora presente. Il nichilista “Cosa dirà la gente” è perciò, oggi, specchiodei tempi in cui viviamo. Ahimè. Andate a guardarlo corrazzati, ma senza mitra.
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[+] c'è femminicidio e femminicidio
(di cardclau)
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