| Anno | 2006 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Marco Bellocchio |
| Attori | Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni Bruno Cariello, Simona Nobili, Claudia Zanella, Corinne Castelli, Silvia Ajelli, Carmelo Galati, Paola Lavini. |
| Uscita | venerdì 21 aprile 2006 |
| Tag | Da vedere 2006 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| MYmonetro | 3,58 su 20 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 6 dicembre 2017
Franco, regista in crisi, fugge in Sicilia dove incontra un uomo che gira filmini di matrimoni e un altro regista, da tutti creduto morto. Ha vinto 2 Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Il regista di matrimoni ha incassato 2 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Franco Elica è un padre turbato dal matrimonio della figlia con un fervente cattolico ed è un regista in crisi che sta preparando su commissione l'ennesima riduzione dei Promessi Sposi. Uno scandalo scoppiato all'interno della produzione "manzoniana" lo costringe a una fuga a sud, dove incontrerà Enzo, umile regista di matrimoni, e Ferdinando Gravina, illustre principe decaduto di Palagonia. Il nobile siciliano propone a Franco Elica di partecipare alle nozze della figlia Bona e di "cinematografare" l'evento. Elica, invece, se ne innamora, e sostituendosi alla provvidenza, filmerà per lei un diverso finale, di connubio? Di nubilato? Di fuga?
Tre sono gli epiloghi possibili di un film-omnia che procede per scene sospese e sequenze non finite. Tre pure sono i registi dei matrimoni che "non s'hanno da fare": a Franco Elica, alter ego del regista piacentino, in cerca della sua identità sostanziale e profonda, si contrappone nel film l'ossessivo Smamma, che ne cerca al contrario una apparente e ridondante. Smamma, uno strepitoso e 'casteliano' Gianni Cavina, è il "fu Pascal" pirandelliano che si finge morto per vincere un "Davide di Michelangelo" e per essere riconosciuto come uomo e come autore. Il personaggio di Cavina eredita i pugni in tasca di Lou Castel, di cui continua a sperimentare la rabbia aggiornando la sua furia personale. A rielaborare fino a trasformare quella collera è invece il regista dal nome futurista (Elica) interpretato da Sergio Castellitto, personaggio che prosegue idealmente la formazione spirituale e laica di Ernesto Picciafuoco ne L'ora di religione. Il regista di Castellitto mette in atto una fuga attiva in una Sicilia barocca ma diffusa di piacentinità, dove incontra personaggi veri, che rivendicano il primato dell'esistenza contro la recita della vita. Bellocchio ribadisce la conversione laica del suo cinema e il diritto ad esprimere il proprio ateismo, che non è mai una lotta contro la religione perché più di ogni altro questo autore e questo film restituiscono lo sguardo metafisico di Dio: le integrazioni delle immagini in 35mm con quelle meno definite del digitale irrompono ad osservare o a assistere il protagonista. Bellocchio nella sua opera più lirica privilegia la "sovversività" dell'arte, la settima, ancora capace di riferire la bellezza. Per questa ragione al centro del suo cinema c'è ancora una volta un soggetto femminile, una principessa quasi sposa di cui filma la progressione umana, l'enfasi emotiva e la scelta finale di un sentimento (libero per Elica, costretto per lo sposo) che esiste a prescindere da tutto, dalla famiglia, dalla società, dalla religione, e si trasforma in qualcosa di reale come una corsa in treno verso un amore probabilmente edonistico (non riproduttivo), ma maledettamente seducente per l'immaginario collettivo.
Con questo film si rinnova il sodalizio felice fra Marco Bellocchio e Sergio Castellitto. Dire che si tratti di un film “ateo “ mi sembra veramente “un’ eresia”. Bellocchio è schietto , contro i formalismi di palazzo , contro i fronzoli agghindati della religione. Se un fondo mistico lo si vuole recuperare lo si recupera solo abbattendo le ipocrisie [...] Vai alla recensione »
A vedere un film di Marco Bellocchio si va ormai con una certa inquietudine: amandolo moltissimo, parteggiando per lui con tutto il cuore di spettatore, si teme di provare, se non una delusione, una specie di incompletezza, il fastidio verso se stessi per non riuscire a capire sino in fondo, di essere insomma in torto verso un autore che da più di quarant'anni, e restando un uomo dall'eterno fascino [...] Vai alla recensione »