| Anno | 1993 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Ungheria, Germania, Svizzera |
| Durata | 450 minuti |
| Regia di | Béla Tarr |
| Attori | Peter Berling, Mihaly Vig, Putyi Horvath, Erika Bók, János Derzsi Irén Szajki, Miklós B. Székely, György Barkó, Péter Dobai, Gyula Pauer, Mihály Kormos, Ferenc Kállai, Frigyes Hollósi. |
| Uscita | venerdì 20 marzo 2026 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| MYmonetro |
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Ultimo aggiornamento venerdì 20 marzo 2026
La storia si incentra sul collasso di una fattoria collettiva ai tempi della fine del comunismo in Ungheria.
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CONSIGLIATO SÌ
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In Ungheria il regime è caduto, ma la pioggia non accenna a finire. I contadini di una fattoria collettiva ormai dismessa vivono di accuse e sospetti reciproci: progettano furti, affogano l'apatia nell'alcol e sognano la fuga. Un giorno, mentre il Dottore è in città, Irimiás e il fido Petrina tornano nel villaggio. Tutti li credevano morti; invece sono lì, di nuovo, per racimolare soldi, promettendo ai contadini di costruire nel vecchio podere di Almás una nuova, prospera fattoria. Nel frattempo la piccola Estike, abbandonata a sé stessa, si era uccisa con il veleno per topi, ma la tragedia non ferma i raggiri di Irimiás e Petrina. I contadini, ceduti loro i soldi, vengono prima trasferiti in un castello abbandonato, poi, dispersi e sradicati nelle città vicine, sono costretti a cambiare casa, mestiere e identità.
Un film leggendario che, anche per la sua lunghezza spropositata (più di sette ore), non arrivò mai nei cinema italiani, ma venne trasmesso su Rai 3 all'interno della trasmissione Fuori Orario il 6 gennaio 1996.
Smisurato, straziante, estenuante, irredento. Sátántangó è il cinema di Tarr in purezza: a
trentadue anni dalla realizzazione s'impone come la sua opera-mondo forse più distintiva,
sicuramente irripetibile. Caratterizzato da una durata infinita e ritmi brachicardici in
armonia con quelli naturali, il film sfoggia virtuosismi di regia tra primi piani, campi lunghi e
piani sequenza che, muovendosi a 360° intorno ai personaggi, li ancorano a un contesto
naturale immobile (il montaggio è della compagna di vita Ágnes Hranitzky).
Le mucche e i cavalli, le campane e l'indimenticabile, ossessiva fisarmonica di Mihály Víg
(qui sia compositore delle musiche che interprete) sostanziano l'ispirazione letteraria: il
soggetto è l'omonimo romanzo del fido László Krasznahorkai, Premio Nobel per la
letteratura nel 2025 e co-sceneggiatore della pellicola.
I passi del tango - il titolo è
traducibile come "Il tango di Satana" - scandiscono una narrazione ossessivamente
circolare fondata, tra analessi e prolessi, sul mito dell'eterno ritorno.
Con Andrej Tarkovskij come nume tutelare, il minimalismo della messa in scena e la
meschinità dell'essere umano fungono da bussola morale in un mondo destinato allo
sconquasso, nonostante gli aneliti umani di trascendenza. Il crollo delle illusioni comuniste
nell'Ungheria post-regime, poi, rivela lo sfaldamento della comunità a opera di un potere
che è solo inganno, controllo, sopraffazione e repressione.
E poi, ancora: un cinema di emarginati che non si rassegna alla disumanizzazione;
relazioni umane fondate su egoismo, avidità e indifferenza; personaggi erranti in paesaggi
sterminati che diventano essi stessi protagonisti. L'espressività di interpreti non
professionisti, sferzati dalla pioggia incessante e dal vento, eleva il fango a "condizione
dell'anima". L'eleganza di un bianco e nero denso di ombre e contrasti si rivela qui più che
mai terragna e materica (il direttore della fotografia fu Gábor Medvigy, altro fedelissimo).
Infine, lo sprezzo delle logiche commerciali si traduce in un'opera che, rifugiandosi in
un'altra dimensione temporale, ambisce a non finire mai, invitando alla contemplazione e
la meditazione estetica in un mondo sempre più frenetico.
Tarr cominciò a pensare a Sátántangó dal 1985, appena terminato Almanacco d'autunno,
ma la lavorazione, rallentata dalle turbolenze politiche in Ungheria, fu terminata solo nel
1994. In quell'anno, presentato al Festival di Berlino, il film spalancò nuove possibilità
espressive per il cinema d'autore, incoraggiò i registi a liberarsi dalla schiavitù delle regole
hollywoodiane e riaggiornò l'idea di cinema come impresa titanica. L'opera consacrò,
inoltre, Tarr - fino ad allora regista sostanzialmente senza pubblico, avvolto da un'aura
misteriosa e idolatrato solo da qualche critico in proiezioni "carbonare" - come capostipite
dello slow cinema ungherese, il cui figlio più illustre è oggi, forse, László Nemes.
La critica internazionale, sin da subito, ha eletto Sátántangó a film di culto. Susan Sontag
lo trovò "devastante e affascinante per ogni minuto delle sue stelle ore"; Gavin Smith,
penna fina dei Cahiers du Cinéma, visse "un'immersione totale in un mondo che sta
marcendo in tempo reale"; Peter Bradshaw (The Guardian) l'ha definito, in occasione del
restauro del 2019, un'ode alla "bellezza della sporcizia". Richard Corliss (TIME Magazine)
vide nella regia di Tarr "un occhio divino, stanco e onnisciente, che rifiuta di distogliere lo
sguardo dal disfacimento umano", mentre Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno
Film Festival, applaudì il regista per la capacità di "filmare il peso del mondo senza l'ausilio
di metafore".
Non basta certo essere patiti di film tipo "Die Hard" o "Transofmers",ma nemmeno di cose più d'autore o registi "seri" tipo Polanski,Hitchock o Visconti per poter apprezzare quest'opera.E si,perchè a mio parere chiamarlo semplicemente film significherebbe sminuirlo.Per chi il cinema non l'ha proprio nel sangue,seguire una trama ermetica [...] Vai alla recensione »