| Titolo originale | The Virgin Suicides |
| Anno | 1999 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Sofia Coppola |
| Attori | James Woods, Kathleen Turner, Danny DeVito, Kirsten Dunst, Josh Hartnett Scott Glenn, Hayden Christensen, Jonathan Tucker, Michael Paré, A.J. Cook, Hanna Hall, Leslie Hayman, Chelse Swain, Anthony DeSimone, Lee Kagan, Robert Schwartzman, Noah Shebib. |
| Uscita | lunedì 6 maggio 2024 |
| Tag | Da vedere 1999 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,29 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 23 aprile 2024
Cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono infelici, tormentate da genitori che credono di fare il loro bene. In Italia al Box Office Il giardino delle vergini suicide ha incassato 392 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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A metà anni '70, in una cittadina della provincia americana, i coniugi Lisbon hanno una vita agiata: lui insegna matematica, lei è casalinga e insieme allevano secondo rigidi principi religiosi cinque bellissime figlie, di età compresa fra i tredici e i diciassette anni: Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese. Dopo il primo, inspiegabile suicidio di Cecilia, la famiglia in lutto prova a riprendere a vivere, ma la voglia di libertà delle ragazze, l'interesse dei ragazzi loro coetanei e in particolare il corteggiamento di Lux da parte del bello della scuola, Trip, faranno precipitare le cose. Aiutate a fuggire di casa dove la madre le aveva segregate, le quattro figlie sopravvissute dei Lisbon decideranno di togliersi la vita senza dare spiegazioni.
Torna in sala grazie alla Cineteca di Bologna l'esordio nel lungo di Sofia Coppola, all'epoca ventisettenne e già capace di esprimere uno stile personale e folgorante, tra echi della New Hollywood e immaginario iperrealista.
Tratto dall'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, che nei primi anni '90 (come poi avrebbe fatto in maniera definitiva Philip Roth con "Pastorale americana") rifletteva sulla spaccatura tra ideale e realtà nella famiglia americana, il film mantiene a 25 anni dall'uscita una potenza espressiva straordinaria. Dentro vi si trovano il legame di Sofia Coppola con quegli anni '70 così influenzati dal cinema del padre Francis; l'abbozzo di quella poetica della prigione dorata e dell'alienazione femminile che caratterizzerà il resto della sua opera, compreso l'ultimo Priscilla; ovviamente la riflessione tormentata sul rapporto con una figura paterna - e in generale con una famiglia - impossibili da eliminare.
Sorella di Giancarlo, morto tragicamente a 23 anni (a lui è dedicato Giardini di pietra), Sofia Coppola conosce il dolore della perdita, il senso di stordimento che deriva dal lutto, la voglia, e prima la necessità, di tornare a vivere nonostante tutto. Nel suo film, che adatta alla lettera il romanzo di Eugenides ma non cerca spiegazioni psicologiche ai suicidi delle ragazze, a imporsi è soprattutto un sentimento di vuoto che traduce in immagini la sospensione dei sopravvissuti: tableaux vivants di una cultura middle class imbalsamata e senza futuro.
Il giardino delle vergini suicide mette in scena un mondo seducente e terrificante, una cultura dell'accudimento (in una piccola città, dentro case unifamiliari e scuole accoglienti) che sfocia quasi inconsapevolmente nell'oppressione. La luce di taglio, i colori smorti e l'aria asettica esprimono perfettamente un'idea di casa, di comunità e famiglia idealizzata e insieme misera.
Vestiti, poster, canzoni e oggetti anni '70 sono rappresentati come brandelli di un realismo pronto ad aprirsi a una dimensione inesplicabile. Come già in La vita è un sogno di Linklater (1993), anche nel lungo d'esordio di Sofia Coppola (in precedenza autrice del soggetto di La mia vita con Zoe, episodio del papà di New York Stories, e di un corto, Lick the Star, 1998) offre la visione di un'America già perduta, figlia di un dio minore (un dio travisato da un'educazione religiosa ottusa) e senza bisogno di perdere l'innocenza.
In questo ambiente, il sacrificio delle cinque vergini - la cui natura eterea le avvicina a creature mitologiche, così come l'immagine del giardino chiuso - appare come un mistero inutile; una serie di morti senza senso che accusa una generazione di adulti (incarnata dai genitori interpretati da James Wood e Kathleen Turner, mentre tra le sorelle c'è una giovanissima Kirsten Dunst:) incapaci di ascoltare.
Rivisto oggi, lo stile del film dichiara il suo legame con la New Hollywood e più ancora, nella grana della pellicola e nei passaggi documentaristici in cui Trip (Josh Hartnett da giovane, Michael Paré da adulto) ripensa alla giovinezza, con il cinema di Cassavetes e i primi corti di Scorsese. A lasciare il segno, però, sarà soprattutto l'iperrealismo che anticipa lo stile di Lost in Translation e Somewhere: un'estetica che si ferma alla vernice traslucida della superficie e offre una versione allucinata del passato americano. L'America di Sofia Coppola - che in seguito solo a tratti raggiungerà i livelli di questo film - è fin da subito un mito borghese; il frutto di una società impegnata da sempre a far dimenticare le sue origini.
Cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono infelici, tormentate da genitori che credono di fare il loro bene. La madre è integralista e cieca: costringe una delle sorelle, per punizione, a bruciare i dischi più cari. Il padre è molle e latitante, tutto preso a costruire i suoi modellini. Certo, ci sono i ragazzi che le corteggiano e le stimano, ma non basta. La prima muore gettandosi sulle punte del cancello di casa. Le altre quattro organizzano uno struggente suicidio collettivo. Davvero una sorpresa la figlia del grande Francis Ford: sensibilità, intelligenza e misura davvero ben distribuite, e anche una profonda capacità di interpretare il dolore. Che deriverebbe anche dall'esperienza di vita, e Sofia è molto giovane. Se l'ha aiutata papà comunque è più che legittimo. Ottimo esordio davvero.
i film di Sofia Coppola hanno una caratteristica che li accomuna e li rende leggittimi della propria regista: navigano su scie invisibili e mute che li porta cosi lontani uno dall'altro da ritrovarsi uno sotto l'altro alla voce "filmografia di Sofia Coppola". Ciò che più dice nelle sue pellicole sono le inquadrature e le scene in cui i personaggi non parlano, rimangano in silenzio e un particolare [...] Vai alla recensione »
A volte tornano. Ed è bene che lo facciano. Per chi non li ha visti, e può essere travolto, per la prima volta, dalla loro forza. Per chi li ha visti, e li ricorda, e li può ritrovare nella nitidezza, nella ricchezza originaria di chiaroscuri, di luci e di ombre. A volte tornano, e sono più belli di prima.
Il giardino delle vergini suicide, con la musica ipnotica degli Air, con la bellezza diafana, slavata delle sonnambuliche protagoniste; L’odio di Mathieu Kassovitz, con l’adrenalinico esplodere delle sue tensioni sociali, generazionali, razziali nelle banlieues parigine; Buena Vista Social Club, con i suoi musicisti cubani che sembrano usciti da un altro secolo, da un altro mondo. E ancora, il mostruoso, titanico Orson Welles di Quarto potere, il film più venerato della storia del cinema. Lo sguardo allucinato di Al Pacino in Scarface. Tutti film che sono usciti o stanno per uscire. Appartengono al passato, ma anche – in qualche modo – al futuro. Tutti film restaurati, riportati alla precisione dell’immagine originaria.
Anni Settanta: in una piccola cittadina del Michigan i ragazzi del vicinato sono tutti irresistibilmente attratti dalle sorelle Lisbon, cinque ninfe di età compresa tra i tredici ed i diciassette anni. Sono tutte brillanti e bellissime, i loro nomi sono Lux, Bonnie, Therese, Mary e Cecilia: quando quest'ultima si suicida, l'interesse dei loro coetani si trasforma in feticismo e voyeurismo tout court. [...] Vai alla recensione »