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gimbola
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sabato 20 dicembre 2014
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film speciale
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molenga
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venerdì 7 settembre 2012
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affresco di inizi
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frances ha da poco perso il marito ed è stayta in australia col figlio. adesso vive nel suo paesino del nord della Scozia dal quale, forse, desidera scappare: ma la madre( petulante? distrutta dalla solitudine) la trattiene. attorno alla giornata delle due donne(che, interpretate da Emma Thompson e Phyllida law, sono madre e figlia anche nella realtà), si snodano le piccole vicende del figlio alex che forse trova l'amore, di due ragazzini tristi ma vogliosi di principiare a vivere e quella di due anziane che passano le giornate imbucandosi ai funerali della contea, forse per continuare a vivere.
Affresco dolcemente malinconico della paura di vivere e di quella di morire, "l'ospite d'inverno" è un film girato molto bene, con un'ottima fotografia( grazie anche agli so
plendidi paesaggi) e magistralmente interpretato da due attrici superbe.
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mauryt
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lunedì 7 marzo 2011
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una fotografia dentro a un film che resta teatro
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Si può anche non sapere che il film è tratto da una pièce teatrale ma fin dalle prime battute uno pensa: "questo è teatro!" Ed è anche un bel teatro. Sono belle e brave le due protagoniste principali: Emma Thomson e Phyllida Law, figlia e madre nel film e nella vita. Sono belle le storie che si intrecciano, alcune appena sfiorandosi ma soprattutto è bellissima la fotografia (quasi un livido bianco e un nero grigio sfumato): neve, nuvole, nebbia, brina, ghiaccio. Le figure dei personaggi sempre si stagliano e si mescolano a formare ogni volta non un fotogramma per la pellicola ma una vera e propria fotografia. Non a caso Frances (Emma Thomson) fa la fotografa di professione, da quando però il marito è morto non riesce più a trasmettere le sue emozioni attraverso la macchina fotografica.
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Si può anche non sapere che il film è tratto da una pièce teatrale ma fin dalle prime battute uno pensa: "questo è teatro!" Ed è anche un bel teatro. Sono belle e brave le due protagoniste principali: Emma Thomson e Phyllida Law, figlia e madre nel film e nella vita. Sono belle le storie che si intrecciano, alcune appena sfiorandosi ma soprattutto è bellissima la fotografia (quasi un livido bianco e un nero grigio sfumato): neve, nuvole, nebbia, brina, ghiaccio. Le figure dei personaggi sempre si stagliano e si mescolano a formare ogni volta non un fotogramma per la pellicola ma una vera e propria fotografia. Non a caso Frances (Emma Thomson) fa la fotografa di professione, da quando però il marito è morto non riesce più a trasmettere le sue emozioni attraverso la macchina fotografica. In perenne conflitto con la madre si sta preparando a lasciare la fredda Scozia per tornare in Australia dove ha vissuto tempo prima. La madre sente il prossimo distacco come una minaccia e mentre ostenta una buona salute che in realtà non ha la prega di restare. Il figlio adolescente è attratto da una giovane ragazza ma anche lui non riesce ad esprimere sentimenti a causa della figura del padre, non tanto nei suoi confronti, ma per come la madre non riesca ad elaborare il lutto. Altre due storie fanno da contraltare alla principale: due ragazzini che marinano la scuola per un'avventura sulla spiaggia ghiacciata si scambiano i loro pensieri sul sesso e sulla vita. Due anziane abituate a presenziare a tutti i funerali come se per loro non dovesse mai accadere di esserne protagoniste. Frances saprà cosa fare del suo futuro proprio dopo aver scoperto di poter "vedere nuovamente quello che vuole lei" attraverso la macchina fotografica.
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lafcadio
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venerdì 16 maggio 2008
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analisi del testo ii
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Attraverso un’insenatura rocciosa, la madre, incontra uno dei ragazzini della quarta coppia, da solo, seduto davanti ad un piccolo fuoco che è riuscito ad accendere. Questi, le offre il posto e all’invito di lei, le siede accanto. Siedono vicini. Così li coglie l’altra, e li fotografa ( era il suo lavoro, prima che si dedicasse ad immortalare la staticità: edifici spogli sul cui significato poggia la distanza delle due donne ). Poi siede loro accanto. Il fanciullo le chiede se può accarezzarle i capelli, e, all’assenso di lei, lo fa. E’ piacevole. Un’armonia si stabilisce nell’insolito, ma non deve durare più del dovuto. L’anziana donna, sulla via del ritorno, chiederà a sua volta di poter accarezzare quei capelli corti che non approva: più volte le rimprovera l’esserseli tagliati.
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Attraverso un’insenatura rocciosa, la madre, incontra uno dei ragazzini della quarta coppia, da solo, seduto davanti ad un piccolo fuoco che è riuscito ad accendere. Questi, le offre il posto e all’invito di lei, le siede accanto. Siedono vicini. Così li coglie l’altra, e li fotografa ( era il suo lavoro, prima che si dedicasse ad immortalare la staticità: edifici spogli sul cui significato poggia la distanza delle due donne ). Poi siede loro accanto. Il fanciullo le chiede se può accarezzarle i capelli, e, all’assenso di lei, lo fa. E’ piacevole. Un’armonia si stabilisce nell’insolito, ma non deve durare più del dovuto. L’anziana donna, sulla via del ritorno, chiederà a sua volta di poter accarezzare quei capelli corti che non approva: più volte le rimprovera l’esserseli tagliati. Ci sarà qualcosa in ciò. Vuol provare, ma qualunque cosa susciti quel contatto, bisogna lasciarla andare. E’ una prerogativa. Pure, si propone quelle carezze anche per lei, da parte di un uomo che la trovi, perché no, ancora piacente, mentre chiede alla figlia se ha ancora in mente di andarsene in Australia. Quest’ultima, coltiva tale idea come possibilità di svolta alla propria vita. Illusioni disincantate per entrambe, dette per ovviare dalle soggettive disfatte. E lo sanno. Ed è questa consapevolezza che, estrapolando dalla convenzione dei ruoli, le ricongiunge sul piano dell’immediato: “ dammi la mano che ti aiuto a salire, mamma”. L’altra si ferma uscendo da quel contesto falsato. Il bisogno piega l’occasione: “ Io sono Elspet “. Non la madre petulante ma Elspet, un essere che vuole ancora, Vuole, nonostante l’insoddisfazione che sazia il senso vitale. E’ l’essenza di un sentimento che si aggrappa all’ “ich et nunc” con quello che ha di più spontaneo perché non risulti travisato nell’affermarsi ( si veda il corrispettivo “ devo andare a Sarajevo “ da “ Lo sguardo di Ulisse di Anghelopulos ). L’altra, ripetendo quel nome, la raggiunge in quel punto di unione, nell’anima. Le tende la mano non solo per aiutarla a salire, ma per stringere quel segno di dolore stabilitosi tra loro. Un segno che le rende simili. Si tratta di una percezione femminile. Il femminile inteso come modo per aprire una breccia in comportamenti e strutture stereotipate. Non riguarda solo la donna come identità sessuale ( vedi nota ) .
L’occasione che avvicina la coppia di fidanzati, sembra predisporne, sin dall’inizio, il fallimento. La titubanza del giovane si mantiene costante. E’ lui che invita formalmente la ragazza a casa sua, sapendola vuota; di fatto, è lei che si fa invitare. Già nell’ingresso, le foto del proprio genitore dominano l’ambiente: sono dovunque. C’è più lui in quella casa che loro due. Ma chi maggiormente ne subisce la presenza è il figlio. L’atteggiamento della madre è indifferente verso quei ritratti. Quello della ragazza risulterà, di lì a poco, rabbioso. L’iniziativa resta sempre delegata alla giovane. Questa, nel provarsi un vestito della madre di lui, suscita la riottosità del compagno: le parti nude che offre alla vista del giovane, vengono evitate dalla sguardo di lui, così quel primo tentativo di intimità sensuale. Un secondo tentativo a cui sembra parteciparvi è bloccato dall’ immagine flash di suo padre che si frappone tra il figlio e l’atto sessuale. Egli lo fa capire: suo padre non vuole: è cosa sua quell’atto. In un impeto d’ira, lei scaraventa a terra quelle foto il cui vetro si frantuma, come il loro rapporto che, di fatto, non è mai iniziato. Vi è un desiderio nel figlio, raggelato, simile all’inverno. Un complesso edipico non superato. Di cui, forse, non ha piena consapevolezza, ma che lo porta a nascondersi alla vista della madre quando ad essa egli vi collega l’intenzione, o tentativo, d’un approccio sessuale ( l’accenno di cui sopra ). Questa conflittualità, scaturente dalla stessa matrice edipica, è soggetta: da un lato, all’iconografia del padre come oggetto castrante; dall’altro, al rifiuto di accettarne, superandolo, l’oggetto pulsionale relegato nella figura materna. Le due amiche attempate che si dilettano ad assistere alla cremazione di turno, sono quelle che, nella rappresentazione formale, si accostano di più alla Dalloway woolfiana. La fine della vita, per le due amiche, è una mera astrazione. Quello che le muove è il proposito di trascorrere una giornata fuori, la gita in autobus, l’opportunità di sedersi in un locale e consumare dei dolci. Talmente è artificiosa la loro giornata che, per contrasto, si è rinviati ad altro. L’epifania del sostrato si rivela già quando in chiesa una delle due, la stessa che sarà poi colta da malore, afferma, all’osservazione dell’amica circa la bellezza di un cero acceso: “ peccato spegnerlo, vorrei che non si spegnesse mai”. Il piano sequenza si restringe allargando lo sguardo della donna su quest’affermazione. Non vede più quello che vede l’amica. Vede la morte, la sua. La stessa, a conclusione della giornata, scendendo dall’autobus, viene colta da malore ( già durante il tragitto ne aveva avvertito i segni ). L’altra la sostiene con animosità. Forse, la prossima cremazione sarà la sua o quella dell’amica. Non ci saranno più gite. Il disincanto, nei due ragazzini che marinano la scuola, si accompagna alla curiosità e alla capacità, che è tipica dell’infanzia, di meravigliarsi delle scoperte che l’apertura alla vita implica. Da qui, il dispiegarsi di considerazioni soggettive sui doveri o su un rapporto che non c’è coi genitori, per poi arrivare all’esilarante sequenza di battute circa la possibilità d’incrementare le dimensioni falliche con l’ausilio di una pomata, e l’esito di un forte bruciore ai genitali per il ragazzino che l’ha provata. Ma la stagione primaverile della fanciullezza, se mai c’è stata, la nebbia l’ha già offuscata. Si è in inverno. Pure, uno dei ragazzini, similmente all’anziana madre, asserisce di amare quel freddo, che gli è congeniale. Sono due limiti che, da angolazioni diverse, colgono l’immediato d’un segno sfuggente. Uno perché ancora capace di meravigliarsi al cospetto di una visione bella e dolorosa al contempo, neve-freddo ( il bello ha venature di dolore ); l’altra, per evocazione nostalgica di ciò che non si lascia trattenere e, costantemente, trasmuta nella poetica della solitudine. E nel quadro di questa poetica si chiude il film, che vede uno dei due fanciulli, sordo al richiamo dell’amichetto, immergersi in un banco di nebbia per vedere se uno strato di acqua gelata regge il suo peso: il gioco rischioso è nei rischi della vita che ognuno non può fare a meno di accettare e a cui si deve aprire. Un passo dopo l’altro, incerto e solo, nella nebbia. Incerto e solo ognuno.
Nota.
Se maschili sono tutte le identità, anche la donna in questo senso ricade nella sfera del maschile. Quindi il femminile non appartiene automaticamente di più a chi “ è donna “ rispetto a chi
” è uomo “: è questa una pratica di sensibilità interpretativa che contrasta con la stabilità connessa all’idea di identità. Il femminile gioca al confine. Sta tra l’essere e il non essere, si presenta come un movimento, un divenire. L’uomo è un ibrido. L’ibridismo è il giudizio “ Prepositivo “ dell’ ermeneutica davanti al segno.
Tematica interna.
Il tempo circolare.
Rickman utilizza nella lavorazione della pellicola un richiamo temporale come circolarità. Nella nostra intimità il tempo si avvita su se stesso ( nel film, lo sguardo dell’una passa all’altra e rinvia ad un vissuto che è sì dei personaggi, ma anche nostro per ciò che vi evochiamo di rimando, per effetto dell’avvitamento ), il passato è dentro il presente, insieme esprimono quell’attesa che è il futuro. All’interno della coscienza si può agevolmente viaggiare a ritroso nel tempo. Anzi, è proprio questo viaggio che permette di intuire, di andare dentro al flusso dell’Essere. ” Il tempo del filosofo, non è quello dello scienziato ”, dice Bergson. Nel lavoro di Rickman, tutti gli istanti dell’esperienza dei protagonisti, ma soprattutto della Thompson e della Law, si avvolgono su se stessi come il filo di un gomitolo, ed emergono nei silenzi, nel non detto, o nell’ opposto, per contrasto, di un frasario non comunicante; emergono nei gesti, in una mano tesa come punto d’incontro, o chiudentesi sull’altra per fermarne un tremolio non voluto, segno di una decadenza corporea. Questa concezione temporale che, provenendo da S. Agostino e attraverso Bergson, muove dialetticamente la staticità dei personaggi. Il dinamismo è interno. Un recupero totale dell’esperienza esistenziale in un contesto più ampio, cosmico, capace di sconfiggere l’istante e la dimensione dell’esiguità individuale; percepita, dalla soggettività variabile dei protagonisti, come morte. Nella prospettiva del tempo circolare, gli istanti e le distanze si confondono. Gli accadimenti non si collocano più lungo una linea retta, o un suo segmento, bensì si dispongono in una circonferenza, in cui ciò che è remoto e l’attualità coincidono, pur opposti, nella dimensione dell’Infinito. Non è un caso che il personaggio della Thompson faccia la fotografa di professione e che usi la macchina fotografica, nel nuovo registro della sua svolta esistenziale, come occhio catalizzatore di immagini riflettenti il suo stato d’animo. Bergson nella sua opera “ Evoluzione creatrice “, paragona proprio una successione di foto, immobili, al processo conoscitivo dell’intelligenza che rappresenta i fenomeni in successione, statici, uno accanto all’altro, senza riuscire a coglierne il movimento interno, che, infatti, è un’operazione possibile solo all’intuizione. Intuizione che, sempre dallo stesso Bergson, viene paragonata, nell’opera citata, alla ripresa cinematografica che è in grado di restituire alle cose l’impressione del movimento, anche nella staticità. Due sono i momenti, che nel film si colgono per suggerimento indiretto, che sfuggono a questa concezione temporale della coscienza: l’atto sessuale e la morte. L’uno e l’altro sono, alla loro maniera, la negazione assoluta del tempo oggettivo: l’istante qualitativo allo stato puro. L’esserCi heideggeriano. Come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta ( non senza ragione si chiama la piccola morte ), o almeno non li si rappresenta senza la violazione della loro natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è un’oscenità di carattere metafisico; mentre la rappresentazione dell’amore, un’oscenità di carattere morale. Ma quanto si è disposti a concedere per esorcizzare nell’una e riproducendo nell’altro, nelle variabili che vi sono connesse, la paura e il desiderio che ci si porta dentro! La bellezza e il dolore. La neve d’inverno.
Breve accenno sugli attori:
A proprio agio Emma Thompson nel ruolo della figlia e Phyllida Law in quello della madre: Brave. Così le attrici impersonanti le due amiche dalloweyane, nonché la coppia di ragazzini. Meno adatti i tratti espressivi dei fidanzati.
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lafcadio
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venerdì 16 maggio 2008
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analisi del testo
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Su “ L’ospite d’inverno ” di Alan Rickman
Commento
La scena si apre con una donna che arranca sulla neve. Il suo passo procede stentato ma deciso: deve raggiungere qualcuno o qualcosa, questo, si avverte subito. Si tratta della figlia, rimasta vedova da poco. Lo sfondo plumbeo annulla la linea dell’orizzonte, producendo un effetto di osmosi tra il tetto del cielo, che sembra premere sulla terra, e il quadro in cui i personaggi sono calati. Il film si dispiega attraverso le storie concatenate, sicuramente per tema, di quattro coppie: una madre e una figlia, il cui rapporto è improntato sul costante fraintendimento, per l’una e per l’altra, dei reciproci propositi; due fidanzati che falliscono la possibilità di un’intesa iniziale; due donne anziane che si recano ad assistere a una cremazione che costituisce per loro un appuntamento fisso: il diversivo della giornata di turno; due ragazzini che marinano la scuola e mancando l’opportunità di un gioco, scoprono la loro individuale solitudine.
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Su “ L’ospite d’inverno ” di Alan Rickman
Commento
La scena si apre con una donna che arranca sulla neve. Il suo passo procede stentato ma deciso: deve raggiungere qualcuno o qualcosa, questo, si avverte subito. Si tratta della figlia, rimasta vedova da poco. Lo sfondo plumbeo annulla la linea dell’orizzonte, producendo un effetto di osmosi tra il tetto del cielo, che sembra premere sulla terra, e il quadro in cui i personaggi sono calati. Il film si dispiega attraverso le storie concatenate, sicuramente per tema, di quattro coppie: una madre e una figlia, il cui rapporto è improntato sul costante fraintendimento, per l’una e per l’altra, dei reciproci propositi; due fidanzati che falliscono la possibilità di un’intesa iniziale; due donne anziane che si recano ad assistere a una cremazione che costituisce per loro un appuntamento fisso: il diversivo della giornata di turno; due ragazzini che marinano la scuola e mancando l’opportunità di un gioco, scoprono la loro individuale solitudine. La donna che apre la prima pagina della storia, attraverso la neve, giunge presso l’abitazione della figlia e vi vede uscire il nipote ( il fidanzato della seconda coppia ), e la cosa che più le urge di affermargli è che sarà lei, ora, a prendersi cura di sua madre. Entrata in casa,
inizia a parlare, più che altro, per confermare la sua presenza sul posto ( tutto il suo discorso sembra improntato a tale tentativo ). La figlia, chiusa in bagno, non le risponde. Non vuole risponderle. Vorrebbe anche non sentirla. E’ un assedio. Questo, non è dovuto soltanto al frasario sterile a cui è sottoposta, ma all’impatto del non voluto che quel frasario catalizza. La perdita del marito, il mutismo col figlio ( solo all’inizio, dopo le prime scene - il montaggio alterna dialetticamente e le storie e i personaggi, tornando e staccando a più riprese su di essi - i due si scambiano parole rituali: non si incontreranno più nelle sequenze successive, tranne in una occasione in cui il giovane, trovandosi in compagnia di una ragazza, si nasconde alla vista della madre per motivi di cui si dirà ), il distacco dal lavoro, sono pretesti che rimandano ad una profonda insoddisfazione per come esperisce il senso della vita; ossia, come non senso: Mrs. Dalloway si prodigava ad allestire le sue feste per nascondere il silenzio, che pure si percepiva tra le pieghe del romanzo. Qui siamo nel silenzio dichiarato. Un silenzio che l’opprimente freddezza paesaggistica pone a condizione immutabile: non c’è ritorno. E’ l’ospite d’inverno: dell’inverno interiore. Il proposito di una passeggiata è liberatorio. La madre, rifiuta un ombrello in alternativa al bastone che non si è voluta portar dietro: simbolo di una vecchiaia inaccettata ( un altro segno, deviato dalla volontà della stessa, è il tremolio della mano destra ). Il posto che le due donne raggiungono è brullo. Solo neve e strati rocciosi. Il silenzio si mantiene, sottoforma di rimbrotti materni e di sguardi che cercano orizzonti mancanti. La località scozzese d’ambientazione, trasfigura l’universalità. Non è raggiungibile. Non dalla distanza fisica dello spettatore. E’ una località dell’anima. Presente nel sentimento, evanescente alla dinamica. Attraverso un’insenatura rocciosa, la madre, incontra uno dei ragazzini della quarta coppia, da solo, seduto davanti ad un piccolo fuoco che è
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f.p.
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mercoledì 19 dicembre 2007
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meraviglioso
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comunicativo e interiore, da vedere!
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tanabu
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martedì 21 agosto 2007
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un film dolce e penetrante...
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L'ho visto esattamente dieci anni fa, forse l'ambientazione e comunque l'ottima interpretazione ha lasciato un segno profondo. Un film appagante. Mi sono sempre ripromessa di rivederlo,ma nonostante l'affetto per questo titolo mi è stato impossibile rintracciarlo...
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