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paolo 67
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martedì 31 gennaio 2012
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una filosofia, uno stile, un dibattito
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Pochi sono riusciti a realizzare in modo eccezionale come Kubrick un cinema intellettuale e nello stesso tempo popolare. E' difficile pensare a un altro regista per “Arancia meccanica” (come per tutti i suoi film da “Lolita” in poi). Kubrick, che dimostra di aver riflettuto molto sulla Storia, smaschera demagogie e falsi umanesimi. Ma al di là del suo significato allegorico, è uno di quei film che dimostrano come l'arte sia l'unico ambito nel quale l'uomo raggiunge la totale libertà (Nietschze identificava l'artista col superuomo). La strana simpatia alla visione per il protagonista del film è dovuta soprattutto al fatto che egli rappresenta l'uomo senza legge (A-lex), l'inconscio, che non ha coscienza morale -che ha una base razionale- ma anche alla sua formazione culturale popolare (addirittura hollywoodiana).
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Pochi sono riusciti a realizzare in modo eccezionale come Kubrick un cinema intellettuale e nello stesso tempo popolare. E' difficile pensare a un altro regista per “Arancia meccanica” (come per tutti i suoi film da “Lolita” in poi). Kubrick, che dimostra di aver riflettuto molto sulla Storia, smaschera demagogie e falsi umanesimi. Ma al di là del suo significato allegorico, è uno di quei film che dimostrano come l'arte sia l'unico ambito nel quale l'uomo raggiunge la totale libertà (Nietschze identificava l'artista col superuomo). La strana simpatia alla visione per il protagonista del film è dovuta soprattutto al fatto che egli rappresenta l'uomo senza legge (A-lex), l'inconscio, che non ha coscienza morale -che ha una base razionale- ma anche alla sua formazione culturale popolare (addirittura hollywoodiana). Le polemiche e le controversie che il film ha suscitato sono dovute probabilmente all'incapacità per molte persone di accettarsi sotto questo angolo visuale. Con l'operatore John Alcott Kubrick, nel rappresentare in soggettiva la visione di Alex, la sua perversione dionisiaca, sperimenta tutti gli stili fotografici possibili. La potenza delle immagini kubrickiane sta nel fatto di scaturire dalla scena, attraverso l'intuizione dell'autore, geniale anche nella scelta delle musiche. Molti giovani, a proposito dei presunti possibili danni sociali paventati da alcuno causa la visione di questo film, hanno conosciuto e si sono avvicinati alla musica classica attraverso l'ascolto del Beethoven, Rossini, ma anche di compositori più “difficili” dalla colonna sonora dell'opera. Come già aveva fatto in “2001”, Kubrick ha inventato, non applicato, una tecnica. E, come sempre, riservato un ruolo centrale all'attore: Malcolm Mac Dowell è straordinario, si deve a lui una parte importante dell'impatto del film; è riuscito a interpretare lo straordinario personaggio del romanzo in maniera eccezionale. Alcuni intellettuali liberali hanno accusato il film di larvato fascismo. Fred M. Hechinger sul New York Times citando le dichiarazioni di Mac Dowell, che ha definito un'eco pedissequa di Kubrick, ha criticato il film di esporre una tesi sull'uomo (fondamentalmente cattivo e corrotto, che non progredisce nella Storia, tesi odiata dai liberali perchè mostrerebbe una verità inaccettabile rispetto al loro idealismo -Kubrick ebbe a dire che gli ideali sono una delle cose che facilitano l'autoestinzione-) che è l'essenza del fascismo. “Sveglia, liberali!” -ammonisce dal quotidiano- “I liberali hanno le loro colpe, ma sembrano scusabili davanti alle mostruosità pepretuate dai regimi nati da chi la pensa come Kubrick!” La risposta: ”Il signor Hechinger non cita neanche una battuta del mio film, ancorchè metterlo in una presunta tendenza nichilista anti-liberale” -osserva Kubrick- “Arancia meccanica ammonisce contro il nuovo fascismo del condizionamento multimediale” (qualcosa di simile al pensiero di Fellini sulla “sterminata platea di imbecilli” creata dalla civiltà televisiva ai tempi di “Ginger e Fred”). Kubrick citava altri critici dello stesso giornale e articoli di intellettuali cattolici a difesa del film. A suo avviso il pessimismo non era la giustificazione della tirannide. Al contrario, pensava che la visione dell'uomo come scimmmia assassina evoluta fosse più ottimista di quella come angelo caduto. Per lui il miracolo era la capacità di elevarsi in alto, creare sinfonie, poemi, campi in fiore, cercare di costruire la pace.
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armilio
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venerdì 18 maggio 2012
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elogio della violenza
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Una cosa non si può dire di Arancia Meccanica: che sia un film semplice e di facile lettura. Su questo film si sono lette le interpretazioni più disparate: dai chi dice che è una condanna della violenza a chi dice che è una condanna alla società "perbenista".
Io parto invece dal presupposto che tutte le opere di Kubrick potrebbero essere lette come delle moderne favole nichiliste. E allora, come ogni favola, c'è una morale: e la morale di questo film è che o si è sfruttatori, o si è sfruttati. O si fa violenza, o si subisce violenza. E che la violenza è dentro di noi, contenuta dalla paura, e pronta ad esplodere.
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Una cosa non si può dire di Arancia Meccanica: che sia un film semplice e di facile lettura. Su questo film si sono lette le interpretazioni più disparate: dai chi dice che è una condanna della violenza a chi dice che è una condanna alla società "perbenista".
Io parto invece dal presupposto che tutte le opere di Kubrick potrebbero essere lette come delle moderne favole nichiliste. E allora, come ogni favola, c'è una morale: e la morale di questo film è che o si è sfruttatori, o si è sfruttati. O si fa violenza, o si subisce violenza. E che la violenza è dentro di noi, contenuta dalla paura, e pronta ad esplodere.
Basta guardare la trama, che verte tutta intorno al nostro giovane appassionato di "Ludovick Van": Alex è un delinquente che dà libero sfogo ai propri istinti violenti, dominando gli altri con la violenza e la paura; poi viene "rieducato" con una violenza diversa da quella fisica, ma sempre di violenza si tratta; a quel punto è obbligato a contenere i propri istinti, ma questo lo obbliga a subire le angherie del mondo che non aspetta altro di approfittare di una persona che non si può difendere; e allora, dopo questo shock, dopo il tentativo di suicidio, che sono shock ancora più forti della sua "rieducazione", ritorna a dar libero sfogo ai suoi istinti, e siamo quasi portati ad essere felici per lui.
Kubrick affresca un mondo in cui ci sono mille tipi di violenza diversi, in cui lo stato pratica la stessa violenza che combatte, solo in modo legalizzato. In cui il barbone che chiedeva ordine e rispetto non esita a rifarsi da solo se può; in cui l'intellettuale che ha subito la stessa sorte maschera la sua sete di vendetta sotto necessità ideologiche; in cui il prete, che sembra l'unica figura eticamente positiva del film, predicando "bontà sì, ma per libera scelta", in realtà è "buono" solo perchè schiavo anche lui della paura di subire violenza, in questo caso ultraterrena: l'inferno.
Insomma, "homo homini lupus": la minaccia della violenza è l'unica vera regolatrice dei rapporti umani. E se si toglie la possibilità di minacciare violenza, ne viene fuori un mondo più ingiusto.
P.s: Da non sottovalutare poi i continui accostamenti tra sesso e violenza: probabile che Kubrick e/o l'autore del romanzo abbiano voluto associare la violenza al richiamo sessuale, alla competizione sessuale.
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onlygoodthings
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giovedì 14 marzo 2013
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scelta del male o obbligo del bene?
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Kubrick lascia come sempre senza parole. A Clocwork Orange è un insieme infinito di sequenze poetiche, immaginifiche e paradossalmente reali che coinvolgono lo spettatore dall'inizio alla fine dei 120 minuti di pellicola. E' indubbiamente facile criticarlo per la crudezza delle immagini proposte ma solo chi conosce la grandezza del regista può comprendere il suo scopo. La violenza da lui rappresentata è carica di significato politico e di valori sociali. La maniera in cui è proposta fa in modo che lo spettatore non possa fare a meno di guardare, attratto dal fascino della sua estetica, dai colori, delle musiche..Kubrick gioca con questa sensazione. Sa che girerà scene di difficile collocazione ma le propone in maniera ironica (dalla scena in cui Alex violenta la prima donna canticchiando e danzando sulle note di Singing in the rain, alla scena in cui uccide la seconda donna con il calco di un fallo gigante) e sappiamo che l'ironia a volte è la miglior maniera di approcciare argomenti scottanti.
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Kubrick lascia come sempre senza parole. A Clocwork Orange è un insieme infinito di sequenze poetiche, immaginifiche e paradossalmente reali che coinvolgono lo spettatore dall'inizio alla fine dei 120 minuti di pellicola. E' indubbiamente facile criticarlo per la crudezza delle immagini proposte ma solo chi conosce la grandezza del regista può comprendere il suo scopo. La violenza da lui rappresentata è carica di significato politico e di valori sociali. La maniera in cui è proposta fa in modo che lo spettatore non possa fare a meno di guardare, attratto dal fascino della sua estetica, dai colori, delle musiche..Kubrick gioca con questa sensazione. Sa che girerà scene di difficile collocazione ma le propone in maniera ironica (dalla scena in cui Alex violenta la prima donna canticchiando e danzando sulle note di Singing in the rain, alla scena in cui uccide la seconda donna con il calco di un fallo gigante) e sappiamo che l'ironia a volte è la miglior maniera di approcciare argomenti scottanti. INvita a riflettere sulla nostra capacità di sopportare la violenza, si fa precursore di ciò che oggi per noi è abituale, dal guardare un telegiornale in cui gli inviati riportano nel dettaglio la maniera in cui è stata uccisa una persona, se con 30 o 32 coltellate, al guardare telefilm sicuramenti più cruenti e spiazzanti. La rappresenta comunque in maniera mediata (non vediamo lo stupro, non vediamo sangue). La lascia intuire. Lo sguardo di Alex fa il resto. Se ha creato tutto questo scandalo è forse perchè mostra in maniera estremamente chiara l'ipocrisia del potere che vuole controllare gli individui considerati Socialmente pericolosi togliendogli la possibilità di scegliere tra il bene e il male, tentando di imporre modalità di condotta che impediranno completamente anche la capacità di compiere il bene. E' una riflessione sull'importanza del libero arbitrio, di una coscienza che sceglie di volere il male consapevolmente. Con lo sguardo in camera finale di Alex abbiamo il finale del film, che come sempre nelle sue conclusioni ritorna come un boomerang: la cura ha fallito, Alex è tuttora malvagio ma imprigionato come strumento della politica. E' un film denso di implicazioni filosofiche e morali che deve essere guardato almeno 3 volte per accorgersi delle infinite chiavi di lettura che propone. Come ogni capolavoro cinematografico, esso lascia eternamente aperte innumerevoli interpretazioni.
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dqitos
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martedì 13 ottobre 2015
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i loro metodi i criminali... l'attualità.
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questo è un film classico dove kubric porta lo
spettatore... a vedere lontano, in una situzione futuristica quasi,
vediamo dei criminali... e un incredibile esperimento una
specie di accanimento nei confronti del criminale, per riabilitarlo
con il loro... programmino, con adempienze a dir
poco rabbrividenti, dal contenuto monotematico e abominevole
tentando di lobotomizzare l'ignaro, o aggradato primato... in tal caso,
es: << e ricorda... l'uso della legge... è
per sostenere l'incolumità dei cittadini...>>
<< se sei già adulto e progredito, noi...
società, gruppo di persone, per il nostro interesse economico ecc.
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questo è un film classico dove kubric porta lo
spettatore... a vedere lontano, in una situzione futuristica quasi,
vediamo dei criminali... e un incredibile esperimento una
specie di accanimento nei confronti del criminale, per riabilitarlo
con il loro... programmino, con adempienze a dir
poco rabbrividenti, dal contenuto monotematico e abominevole
tentando di lobotomizzare l'ignaro, o aggradato primato... in tal caso,
es: << e ricorda... l'uso della legge... è
per sostenere l'incolumità dei cittadini...>>
<< se sei già adulto e progredito, noi...
società, gruppo di persone, per il nostro interesse economico ecc...>>
ed è quando in risposta a un cittadino, non affiliato a alcuna
lobby..., a nessun gruppo d'interesse diretto, di affari e economico, che il
paese progredito, all'avanguardia deve vedere, america
compresa del serio problema che attanaglia una società..., come uno
che parla a un milione di persone e si
preoccupa della presenza e se aveva invitato un solo cittadino, tutto quel
che scaturisce da un solo essere, un cittadino, è frutto della natura...,
le congreghe di persone organizzate per distruggerlo, è altresì
malaffare, organizzazione criminale, è, soprattutto quando uno
prende veri ordini..., e non ritiene di più servire... e eseguirli per il bene
comune, ma per il soldo proprio o di chicchessia e che in
congrega con un gruppo in barba... alla legge, sommandosi
persegue un solo essere, che si
trova la defezione il macabro di un qualcosa
con un fine deleterio, non quando s'esprime... un singolo cittadino, in
base a quel che gli sembra di vedere, combatterlo senza dialogo
e cercare di distruggerlo è alla predator, ci s'aspetta... che programmi
l'autodistruzione e arrivederci, il resto del film è meglio
vedrerlo di persona, un violento criminale, per tali motivi è
sottoposto a un trattamento speciale, le cui sopra premesse sembrano
prevederne la riabilitazione, (con circostanze e sonorita
(r)audiofoniche nauseabonde) tramite un
puzzle di incipit la cui 'tessera', od lauto vitalizio esistenziale è meglio non si
finisca di vedere... e vedersi perchè potrebbe anche
privarlo del cervello..., senza sapere dove lo abbiano portato..., come
terapy objective... stralunato, argomento di mestiere alla kubric, buona visione.
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urbano78
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sabato 9 luglio 2016
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il mio gemello diavolo
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Un film tra i più ironici, beffardi, sardonici, quindi anche più rabbiosi di Kubrick che rivela quanto sia grande la sua onestà intellettuale, e in questo senso un film anche estremamente morale. Non è essenzialmente o considerevolmente una storia di attualità, piuttosto una riflessione sulla Storia. Alex esplora un aspetto della personalità umana, una via di uscita dell'inconscio. Nella sua onesta cattiveria, egli è candido, arguto e intelligente, vittima di una malvagità peggiore di lui, come quella, più sofisticata, del governo. Kubrick ha fatto il film esattamente come lo voleva fare, senza compromessi. Esso costituisce un attacco alla cosiddetta civiltà. Il nobile ideale della democrazia che fallisce a causa del ritorno degli istinti più bassi, della stupidità di cervelli denutriti dalle sciocchezze ammannite dai mezzi di comunicazione di massa, dei calcoli meschini.
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Un film tra i più ironici, beffardi, sardonici, quindi anche più rabbiosi di Kubrick che rivela quanto sia grande la sua onestà intellettuale, e in questo senso un film anche estremamente morale. Non è essenzialmente o considerevolmente una storia di attualità, piuttosto una riflessione sulla Storia. Alex esplora un aspetto della personalità umana, una via di uscita dell'inconscio. Nella sua onesta cattiveria, egli è candido, arguto e intelligente, vittima di una malvagità peggiore di lui, come quella, più sofisticata, del governo. Kubrick ha fatto il film esattamente come lo voleva fare, senza compromessi. Esso costituisce un attacco alla cosiddetta civiltà. Il nobile ideale della democrazia che fallisce a causa del ritorno degli istinti più bassi, della stupidità di cervelli denutriti dalle sciocchezze ammannite dai mezzi di comunicazione di massa, dei calcoli meschini. La linea della evoluzione umana si trova in una crisi da cui non si può uscire se non si guardano le cose come sono e se non si abbandona l'ipocrisia, vera essenza della condizione umana moderna, magari per ricominciare a costruire sulle vere e solide basi di una concezione non falsa della natura umana. Perciò Kubrick effettua una diagnosi della società con la quale è sempre stato in dura polemica, lucido nella sua visione dell'uomo capace sia del bene che del male più grande, senza differenza di esaltazione, euforia, estasi, ebbrezza: un crimine sadico può dare la stessa soddisfazione (vi aveva alluso anche Hitchcock) di un pasto gustoso. A qualcuno non deve proprio essere piaciuta l'idea che forse l'unica vera differenza tra i criminali e lo Stato può essere che quest'ultimo è meglio organizzato, così come la sfiducia verso un reale progresso. Kubrick era dunque un libertario, ma conservatore (come testimonia forse anche la dichiarata simpatia della figlia Vivian - un'altra che non le manda a dire - per Ron Paul) accusato di fascismo, di demagogia, di puerilità, che invece ha saputo rappresentare, insieme a Fellini, altro grande ostracizzato, meglio di chiunque altro. Certo l'arte ha in sé qualcosa di inquietante. Se si considera l'insieme dei suoi film (da "Lolita" soprattutto) si possono fare analogie e parallelismi liberamente interpretabili. Esercitare il libero arbitrio è la linea che difende questo film e che Kubrick chiedeva ai detrattori dello stesso. Un film non può liberare, almeno razionalmente, dai condizionamenti, ma può stimolare uno sforzo intellettuale. Il fascino dei film di Kubrick deriva proprio dalla loro estrema originalità, aliena dalle ideologie del cinema fantastico e del cinema di grande pubblico in generale.
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great steven
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lunedì 25 luglio 2016
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assolutamente cinebrivido, o fratelli!
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ARANCIA MECCANICA (UK/USA, 1971) diretto da STANLEY KUBRICK. Interpretato da MALCOLM MCDOWELL, PATRICK MAGEE, MICHAEL BATES, WARREN CLARKE, JOHN CLIVE, ADRIENNE CORRY, CARL DUERING, PAUL FARRELL, MICHAEL GOVER, JAMES MARCUS, PHILIP STONE, MADGE RYAN, SHEILA RAYNOR, MICHAEL TARN, ANTHONY SHARP
Alex è un giovane eccentrico, antisociale e leader di una gang di drughi, ragazzi che si dedicano alacremente allo sport dell’ultraviolenza, che consiste nel derubare i senzatetto, picchiare i banditi delle altre cosche, violentare le donne, rapinare i facoltosi e in generale adoperare ogni mezzo aggressivo e faceto nei confronti di una società che permette a questi delinquenti di ottenere ciò che vogliono semplicemente prendendoselo.
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ARANCIA MECCANICA (UK/USA, 1971) diretto da STANLEY KUBRICK. Interpretato da MALCOLM MCDOWELL, PATRICK MAGEE, MICHAEL BATES, WARREN CLARKE, JOHN CLIVE, ADRIENNE CORRY, CARL DUERING, PAUL FARRELL, MICHAEL GOVER, JAMES MARCUS, PHILIP STONE, MADGE RYAN, SHEILA RAYNOR, MICHAEL TARN, ANTHONY SHARP
Alex è un giovane eccentrico, antisociale e leader di una gang di drughi, ragazzi che si dedicano alacremente allo sport dell’ultraviolenza, che consiste nel derubare i senzatetto, picchiare i banditi delle altre cosche, violentare le donne, rapinare i facoltosi e in generale adoperare ogni mezzo aggressivo e faceto nei confronti di una società che permette a questi delinquenti di ottenere ciò che vogliono semplicemente prendendoselo. Alex nutre anche una passione viscerale per la musica classica (è un patito di Beethoven, specialmente della Nona Sinfonia) e tende a conservare per sé la parte più cospicua dei guadagni tratti dalle quotidiane rapine del suo gruppo. I suoi genitori sono completamente ignari dei suoi comportamenti da malvivente sfegatato, e vivono nell’ignoranza e nell’impotenza di cambiare il loro unico figlio. Ma quando Alex rifiuta di dividere equamente fra i quattro membri della gang (lui, Dim, Georgie e Pete) gli introiti delle avventure notturne, i tre decidono di tradirlo e consegnarlo nelle mani della polizia dopo che Alex ha fortuitamente ucciso la proprietaria di una clinica dimagrante nel tentativo di depredarle gli averi. Il commissario Deltoid, antico nemico di Alex che da tempo voleva incastrarlo, lo fa condannare dal tribunale minorile a quattordici anni di carcere. In prigione, il ragazzo fa amicizia col cappellano, e quando viene a sapere, dopo un primo biennio di detenzione, del trattamento Ludovico, vuole sperimentarlo di persona, in quanto gli viene promesso che, grazie a questa cura, potrà riavere la libertà nell’arco di due sole settimane. La cura consiste nel fargli visionare dei film ricchi di violenza gratuita e di fargli odiare la musica di Beethoven che lui adora, e al termine del trattamento i medici lo hanno reso inoffensivo e completamente recalcitrante alla violenza e al sesso, che ora lo disgustano provocandogli un forte senso di nausea. Tornato a casa, Alex scopre che i suoi genitori hanno messo a pensione un giovane lavoratore che non vuole schiodare, anche perché i pensionanti gli dimostrano un grande affetto. Nel tentativo di trovare un altro alloggio, Alex viene malmenato da un barbone che aveva aggredito ai tempi in cui faceva le scorribande notturne, e quando viene salvato dall’arrivo inatteso di due poliziotti, scopre che sono nient’altri che Dim e Georgie, messisi al servizio della legge dopo la carriera da drughi. I due lo malmenano e abbandonano spietatamente in mezzo alla campagna, da cui Alex esce per dirigersi, guarda caso, nella casa di uno scrittore al quale aveva precedentemente violentato la moglie, poi morta perché incapace di riprendersi dallo shock. L’autore Alexander, che ora è costretto su una carrozzina e vive con una guardia del corpo, dapprima riconosce in lui la vittima dei giochi di potere del governo, poi arriva a ricordare che fu proprio a lui a causare la scomparsa della consorte, motivo per cui assolda un gruppo di giornalisti perché lo chiudano in una stanza e lo costringano ad ascoltare la Nona dell’ormai odiato "Ludovico van". Alex, non resistendo alla tortura, si defenestra. Si risveglia giorni dopo in ospedale, fasciato dalla testa ai piedi, e riceve la visita del Ministro degli Interni, il quale gli offre un lavoro per la giustizia, assicurandogli una vita comoda e soddisfacente e Alex, pregustando sogni magnifici, accetta. Difficile inserirlo in un genere cinematografico: fantascienza? Fantapolitica? Drammaturgico? Film d’azione? Le categorie si sprecano: il capolavoro di A. Burgess è proposto sul grande schermo da un S. Kubrick più in forma che mai, intenzionato a dire la sua sul tema, già piuttosto acceso e dibattuto negli anni ’70, del mondo distopico: spersonalizzazione dell’individuo, controllo dello Stato in ogni singolo ambito (anche il più insignificante) della vita umana, delegittimazione indiscriminata di qualunque codice di regolamenti, apertura involontaria ma pur sempre incondizionata al crimine giovanile, strutture e sistemi ospedalieri tragicamente schiavizzanti, pulsioni primordiali non represse da tutto quanto scritto sopra, bensì fomentate, e politica assurdamente finalizzata a proteggere lo scranno per soddisfare una sete di potere che ormai si alimenta soltanto di sé stessa. Tutte queste caratteristiche trovano un’espressione mirabolante nelle sequenze coloratissime, travolgenti e disturbanti di un film delirante ed eccessivo che, pur puntando un dito accusatorio contro innumerevoli abomini di un ambiente futuribile, trova il suo significato nella storia di un personaggio principale straordinario per la sua innata eccentricità, la sua lotta per conservare un posto dignitoso (sia da criminale che da cittadino modello) e il suo inconsapevole piegarsi prima allo stato brado da cui trae ogni respiro di selvaggia aggressività e poi ai dettami di una società corrotta e corruttrice che ne fa un mostro in senso diametralmente opposto. Siccome tanto si è detto sul libro di Burgess e sulla trasposizione sul grande schermo di colui che probabilmente è il più grande uomo dietro alla macchina da presa di tutti i tempi, in questa recensione basterà tratteggiare in modo sintetico ed elogiativo i meriti innegabili di un’opera da proporre alle generazioni future e verso la quale è perfettamente infruttuoso covare qualsiasi forma di astio: attori di bravura eccezionale (M. McDowell, malgrado l’età al momento delle riprese, disegna un protagonista favolosamente indimenticabile), contributi tecnici da urlo (persino i titoli di testa e di coda, entrambi monocromatici, colpiscono nel segno!), sceneggiatura non fedelissima all’originale ma capace comunque di iperbolici slanci creativi e originali, musiche che si adattano con una perfezione idilliaca alla violenza (o alla dinamicità) delle scene più riuscite, colori alternativamente forti e tenui a seconda delle emozioni che di volta in volta trasudano dall’intensità della messinscena, significato finale di un pessimismo ancora più accentuato e irrefrenabile di quello comune al regista e critica universale e catalizzatrice ai mali insondabili e non più estirpabili che l’uomo ha coltivato e continua a coltivare, danneggiandosi da solo e procurando sofferenze a chi è vittima del sistema. Quale, non vale la pena di specificarlo. Questo film eccellente e fuori dagli schemi non solo per la sua epoca, è un cimelio che merita di entrare nell’apogeo di quelle poche opere elette della settima arte che hanno saputo concentrare in un prodotto artistico così tante sfumature, anche molto diverse fra loro, dell’auto-distruttività umana quando essa si mette al lavoro. Con la tecnologia, le pulsioni, gli affetti, la violenza necessaria o forzata, il controllo totale dello spazio e della materia.
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igor67
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sabato 20 agosto 2016
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il futur(o orr)ibile
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La violenza, già fatta da Kubrick alla materia attraverso il suo lavoro sull'immagine viene qui portata all'estremo e entra nel film e diventa protagonista facendo vedere lo spettatore con gli occhi di Alex e sentire con le sue orecchie. Il film ha scandalizzato perchè molti hanno trovato che il film rendesse affascinante la violenza, ma Kubrick è sempre intervenuto per affermare che questa è una interpretazione del tutto errata. Kubrick sa che quello che racconta nella prima parte del film suona bene alla parte non razionale (e perciò senza coscienza morale) del nostro cervello, e ci fa entrare in una certa consonanza con ciò che sappiamo e vogliamo che non debba essere così. Sembra quasi che egli voglia mostrare la relazione tra l'arte (cui tutto è permesso, se è tale) e la violenza, come estasi e principio creativo e artistico, suffragando la intepretazione nietzschiana della sua opera che si stava imponendo dopo "2001", di una piena e amorale soddisfazione degli istinti come principio fondamentale dell'intero Universo, secondo quella visione satanica che, ben presente anche nella cultura popolare, vedi il rock, tutto secondo alcuni, o sicuramente in alcuni suoi fiorenti filoni in maniera più o meno dissimulata, a volte per niente, come in campo sociale nella ideologia degli skinheads, e qui Kubrik fa l'equazione drughi-stati: questo è il suo vero pensiero.
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La violenza, già fatta da Kubrick alla materia attraverso il suo lavoro sull'immagine viene qui portata all'estremo e entra nel film e diventa protagonista facendo vedere lo spettatore con gli occhi di Alex e sentire con le sue orecchie. Il film ha scandalizzato perchè molti hanno trovato che il film rendesse affascinante la violenza, ma Kubrick è sempre intervenuto per affermare che questa è una interpretazione del tutto errata. Kubrick sa che quello che racconta nella prima parte del film suona bene alla parte non razionale (e perciò senza coscienza morale) del nostro cervello, e ci fa entrare in una certa consonanza con ciò che sappiamo e vogliamo che non debba essere così. Sembra quasi che egli voglia mostrare la relazione tra l'arte (cui tutto è permesso, se è tale) e la violenza, come estasi e principio creativo e artistico, suffragando la intepretazione nietzschiana della sua opera che si stava imponendo dopo "2001", di una piena e amorale soddisfazione degli istinti come principio fondamentale dell'intero Universo, secondo quella visione satanica che, ben presente anche nella cultura popolare, vedi il rock, tutto secondo alcuni, o sicuramente in alcuni suoi fiorenti filoni in maniera più o meno dissimulata, a volte per niente, come in campo sociale nella ideologia degli skinheads, e qui Kubrik fa l'equazione drughi-stati: questo è il suo vero pensiero. Che cosa sono state le ideologie totalitarie del XX secolo - Kubrick le accomuna - se non una più sofisticata e meglio organizzata (ciò vale anche per le democrazie di facciata in realtà totalitarie nella loro corruzione) banda di teppisti, di criminali (famosa la frase di Kubrick: i grandi stati si sono semrpe comportati da crimanli, e quelli piccoli da prostitute). Si capisce che a uno così l'Oscar come miglior regista nè come miglior film non lo avrebbero mai dato, perbacco. Mica è Milos Forman, che liscia con una convenzionale che più non si può storia di un ribelle in "Qualcuno volò sul nido del cuculo". E non è neanche Fellini - grande estimatore del film -, visto che il suo raggio non è quello di sole rizzoliano ma la radiazione atomica (simbolo della mutazione genetica verso un uomo nuovo?) con cui negli anni delle guerra fredda molti pensavano si dovesse concludere il destino dell'umanità (questa umanità, quanto è bella). Il pessimismo di Kubrick nasce dalla sua sfiducia nell'uomo, come confermerà il bellissimo quanto mortuario "Barry Lyndon", con tanti saluti al progresso fondato su Dio (o il diavolo?) sa cosa. In tutte le scene in cui è evocata la violenza e la morte c'è qualcosa del Settecento, secolo basilare per il mondo d'oggi. Una qualità almeno artistica del film è che la narrazione avviene da un punto di vista estremamente soggettivo, di una specie di eroe della pervrsione e del dionisiaco. Il film ha una costruzione a trittico, tre parti di tre quanrti d'ora, col pannello centrale che separa due parti parallele in ordine diverso. Un film dove ritona il rapporto ambiguo di Kubrick con la Germania (Beethoven, i nazisti). La libido che la società occidentale ha voluto sempre più reprimere si manifesta nell'uso delle maschere da parte dei drughi nel loro carnevale animale e panico, ma anche, a un livello più raffinato, nel trucco in società. E' possibile che l'occhio di Alex all'inizio del film sia la continuazione di quello del feto alla fine di "2001"? E' solo una delle possibilità per Kubrick. Lui ne ha indicate altre. Una potrebbe essere Danny di "Shining"...
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figliounico
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venerdì 24 febbraio 2023
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il pessimismo di kubrick
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Per certi aspetti può essere considerato un antesignano di Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ambientato a Londra in una società distopica del futuro, è una metafora, più che mai attuale, del potere in epoca moderna, che non costringe, almeno in occidente, ma convince con scienza e propaganda. Nella fattispecie il potere manipola le pulsioni sessuali ed il naturale spirito di rivolta dei giovani contro il comune senso del pudore, il bigottismo e l’ordine costituito per giungere attraverso il controllo psichico degli individui ad una forma sublimata di repressione, condivisa dal popolo, ridotto, nella fabbrica del consenso democratico, al ruolo passivo di mero elettorato. Un film essenzialmente politico, come era stato Il dottor Stranamore e come sarà Full Metal Jacket, e che diventerà, paradossalmente, un cult movie esclusivamente per i primi dieci minuti di girato.
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Per certi aspetti può essere considerato un antesignano di Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ambientato a Londra in una società distopica del futuro, è una metafora, più che mai attuale, del potere in epoca moderna, che non costringe, almeno in occidente, ma convince con scienza e propaganda. Nella fattispecie il potere manipola le pulsioni sessuali ed il naturale spirito di rivolta dei giovani contro il comune senso del pudore, il bigottismo e l’ordine costituito per giungere attraverso il controllo psichico degli individui ad una forma sublimata di repressione, condivisa dal popolo, ridotto, nella fabbrica del consenso democratico, al ruolo passivo di mero elettorato. Un film essenzialmente politico, come era stato Il dottor Stranamore e come sarà Full Metal Jacket, e che diventerà, paradossalmente, un cult movie esclusivamente per i primi dieci minuti di girato. Il film entra nell’immaginario collettivo, soprattutto del pubblico giovanile, che vi si riconoscerà, per le sequenze iniziali in cui i quattro ragazzi in tuta bianca guarnita di conchiglia e la bombetta, sulle note della nona sinfonia di Lud Van, picchiano senza un perché il vecchio barbone, come novelli mister Hyde, ed irrompono nella villa dello scrittore, peraltro un liberale di sinistra che combatte i metodi mistificatori del potere, stuprandone la moglie e riducendolo in carrozzella. Sono gli epigoni della contestazione giovanile del decennio precedente delusi dagli esiti della rivoluzione pacifica del ’68 contro il sistema, che, per un angoscioso e disperato senso di impotenza, si tramuterà negli anni ’70 in rabbia incontrollata diretta indiscriminatamente verso tutta la società e che in Italia ed in Germania sarà una delle componenti emotive del terrorismo ideologico. Il pessimismo di Kubrick circa la possibilità di un reale progresso dell’umanità si rivela nella scena in cui la banda dei quattro giovani criminali bastona senza pietà il senzatetto che richiama alla mente quella dell’incipit di 2001 Odissea nello spazio in cui le scimmie antropomorfe usano per la prima volta un ramo come un randello per colpire i propri simili. Ma se per Kubrick l’umanità, nonostante i progressi tecnologici, culturalmente è rimasta ferma alla sua preistoria, anche il potere, nelle sue manifestazioni più becere ed evidenti, è rappresentato come immutabile, impersonato nei suoi film sempre da personaggi grotteschi e caricaturali, il dottor Stranamore nell’omonimo film, il capo delle guardie carcerarie in Arancia meccanica, il sergente Hartman in Full Metal Jacket. E’ una critica impietosa e amaramente sarcastica verso l’intero genere umano per il quale Kubrik non nutre nessuna speranza di riscatto morale. L’abiezione accomuna tutti, giovani ribelli, adulti conformisti, politici ipocriti, intellettuali narcisi ed impotenti, simbolicamente rappresentati dallo scrittore in carrozzella nella lussuosa villa lontana dal popolo. In un mondo simile viene travisata anche l’Arte e la straordinaria bellezza e potenza della nona di Beethoven della colonna sonora diventa fonte di ispirazione per le sadiche imprese del protagonista, come del resto già Wagner lo fu dei nazisti e non a caso la sua Cavalcata delle valchirie accompagnerà le incursioni degli elicotteri in Apocalypse Now.
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paolo 67
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mercoledì 7 dicembre 2011
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l'eterno caino
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In questa riflessione sull'uomo e sullo spettacolo (tutto il film è come una messa in scena teatrale) Kubrick mostra quanto ci è intrinsecamente vicino ciò che ci disturba: la familiarità del protagonista è dovuta -oltre al fatto di essere nutrito della cultura popolare- dal suo rappresentare l'inconscio (che non ha coscienza). Nella iconografia del film si possono riconoscere simboli delle antiche civiltà, come nel manifesto la "A" richiama la forma della piramide e il trucco del protagonista la maschera del faraone. Un'antica iconografia faraonica è stata riconosciuta nella sequenza dello zoom all'indietro iniziale (che sembra svelare l'interno di un monolito).
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In questa riflessione sull'uomo e sullo spettacolo (tutto il film è come una messa in scena teatrale) Kubrick mostra quanto ci è intrinsecamente vicino ciò che ci disturba: la familiarità del protagonista è dovuta -oltre al fatto di essere nutrito della cultura popolare- dal suo rappresentare l'inconscio (che non ha coscienza). Nella iconografia del film si possono riconoscere simboli delle antiche civiltà, come nel manifesto la "A" richiama la forma della piramide e il trucco del protagonista la maschera del faraone. Un'antica iconografia faraonica è stata riconosciuta nella sequenza dello zoom all'indietro iniziale (che sembra svelare l'interno di un monolito). Qualcuno ha visto nel film una simbologia esoterica. Dalla opera di Kubrick sono state dedotte conclusioni secondo le proprie credenze. Alcuni liberali americani hanno accusato il film di fascismo, ma altri hanno osservato che questo sarebbe confutato dalla denuncia di Kubrick del condizionamento dei cervelli e dalla difesa del libero arbitrio (il suo portavoce è il cappellano del carcere, che afferma "Non si può essere buoni, se non si è liberi"). Come aveva fatto ne "Il dottor Stranamore", Kubrick mostra la fragilità del sistema sociale che è indotto per combattere la violenza a usare i suoi stessi metodi (come avviene dall'oppositore signor Alex-ander, esponente di quella stampa che denuncia i metodi del governo e poi si mette a complottare usando sistemi simili). Spiazzando lo spettatore -chiamato direttamente come interlocutore dall'onesta malvagità del protagonista- fin dal principio, da un inizio subliminale che raggiunge (rivela?) subito il profondo del suo inconscio il film va avanti spettacolarmente benissimo, fin troppo bene (i primi 40 minuti sono folgoranti) da aver suscitato un dibattito spesso fermatosi a questo (la rappresentazione della violenza è un modo di subirne il fascino?), senza cogliere il vero tema di fondo (sebbene ci sia qualche commentatore che lo ritenga sciocco e demagogico), cioè quella dualità umana sulla quale Kubrick ha costruito interi film (per esempio gli ultimi due), sul bene e il male fratelli gemelli, indissolubilmente legati. Caino potrà diventare buono? Nell'ambiguo finale il protagonista si esibisce davanti a un pubblico perbene che applaude: è diventato buono? E' un automa al servizio della macchina statale? E' tornato cattivo e, con la sua furba intelligenza sta al gioco perchè gli conviene e sa di poter ricattare i politici? O è la vittoria della natura, di quella violenza che in qualche modo forse bisogna incanalare e utilizzare (ma questo tema, presente in altri autori, e forse protofascista, non sembra appartenere a Kubrick, il quale scorge piuttosto una via d'uscita attraverso la ragione dalle vie che le nostre tendenze irrazionali ci farebbero intraprendere)? Nel capitolo finale del romanzo, che Kubrick sospetta in qualche modo forzato dall'editore (taluni vi vedono il significato poetico dell'opera) il protagonista realizza l'ultraviolenza come solo manifestazione della giovinezza. Ma il regista non riteneva coerente questo con lo stile e i propositi del libro, che lui tradusse per lo schermo come una allegoria della Storia, in un'apparente negazione (e in realtà una spiegazione profonda) di "2001", in cui l'apparizione del monolito è sempre accompagnata dalla violenza (tranne che per la scena sulla Luna, che però suggerisce inquietanti riti). Per Kubrick non è il risultato di un condizionamento a influenzare il comportamento di Alex (tranne che per quanto riguarda i suoi gusti culturali, per il cinema addirittura hollywoodiani) ma la misteriosa natura del suo essere (che corrisponde a quella del cosmo). Anche dal punto di vista formale, il film è il più audace che Kubrick abbia fatto (si sperimentano praticamente tutti gli stili fotografici possibili) e sbalorditivamente indovinato è l'uso delle musiche, secondo un intuito assolutamente geniale, che lega indissolubilmente in quella dualità di cui sopra i simboli del film colle traduzioni già metafisiche dei capolavori beethoveniani o rossiniani che contrappuntano l'azione. Straordinario Malcolm Mac Dowell alle prese con un personaggio di cui in realtà aveva dieci anni di più, nel renderne l'euforia (col suo simbolo hollywoodiano per eccellenza, la canzone "Singin in the rain") e la perversione dionisiaca (la felicità come bene pericoloso?). Il dibattito su quale è identità più umana è comiciato al cinema con "Il dottor Jekyll e Mr. Hyde": il paradosso (ma non troppo) è che per rimanere uomo, non bisogna uccidere il non-uomo.
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petercinefilodoc
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mercoledì 4 giugno 2014
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indimenticabile!
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Di Arancia Meccanica, pellicola firmata da Stanley Kubrick esattamente 43 anni fa, a colpire è innanzitutto il titolo. Quest'espressione tipica dell'East London proviene, seppur espressa in maniera differente, dal libro da cui è stato poi tratto il film del mitico regista. Il manoscritto del 62 di Anthony Burgess si intitola appunto "Arancia ad orologeria" (A Clockwork Orange.) che nell'uso comune significa praticamente "mai credere all'apparenza".
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Di Arancia Meccanica, pellicola firmata da Stanley Kubrick esattamente 43 anni fa, a colpire è innanzitutto il titolo. Quest'espressione tipica dell'East London proviene, seppur espressa in maniera differente, dal libro da cui è stato poi tratto il film del mitico regista. Il manoscritto del 62 di Anthony Burgess si intitola appunto "Arancia ad orologeria" (A Clockwork Orange.) che nell'uso comune significa praticamente "mai credere all'apparenza". Qualcosa o qualcuno che esternamente sembra innocuo e amabile, potrebbe invece avere dentro i meccanismi di una bomba pronta ad esplodere. Burgess chiari' ulteriormente il concetto affermando che: "una creatura che può solo fare il bene o il male ha l'apparenza di un frutto amabile caratterizzato da colore e succo, ma in effetti internamente è solo un giocattolo a molla pronto a essere caricato da Dio, dal Diavolo o dallo Stato onnipotente, e a far scattare la propria violenza, appunto, come un mero e semplice congegno meccanico caricato a molla.". In sintesi si potrebbe dire che l'arancia raffigura l'uomo, che proprio come il frutto ha diverse sfaccettature. C'è infatti l'arancia più matura e quella meno matura,stessa cosa si può dire degli uomini, siamo diversi tra di noi e sono proprio le differenze a renderci speciali. In seguito ad una manipolazione e alla conseguente perdita del libero arbitrio, non si è più degli uomini ma bensì' delle macchine: delle ARANCE MECCANICHE. Ogni uomo deve avere il diritto di scegliere tra il bene e il male. E come sosteneva lo stesso Kubrick: sarebbe meglio che scegliesse di propria volontà il male piuttosto che il bene impostogli da qualcun'altro.
Arancia Meccanica parla di Alex DeLarge, un giovane che insieme alla sua banda, "i Drughi", si diverte a fare del male agli altri. Dopo una sosta al Korova Milk Bar, locale caratterizzato dalla presenza di enormi statue di donne nude contenenti una particolare droga, essi si divertono andando a derubare e picchiando la gente. La violenza per lui rappresenta una fonte di piacere, qualcosa di bello e appagante come la musica, ed in particolare Ludovico Van (Beethoven), di cui è grande estimatore. Ci sono dunque tutta una serie di contrasti (l'accostamento musica-violenza e sesso) e dualismi: il bianco che di solito rappresenta la purezza ma che qui è il colore del siero contenente la droga che Alex assume. Ad un certo punto egli finirà in carcere non opponendo alcuna resistenza, anzi' collabora al processo di rieducazione e si mostra gentile verso le guardie e nei confronti del parroco. Infatti, come sostiene Burgess, una creatura che può solo fare il bene o il male è solo un giocattolo a molla pronto a essere caricato da di Dio, dal Diavolo o dallo Stato onnipotente. Alex viene infatti sottoposto a "La cura Ludovico", e la visione di immagini di violenza causano in lui un turbamento talmente forte da portarlo al vomito ogni qualvolta è intento a causare violenza o a fare sesso. Lo stato è riuscito nel suo intento di rendere "buona" una persona, e di ridurre cosi' i carceri, ma Alex può essere definito realmente guarito o è diventato soltanto una macchina? Kubrick mette in risalto ciò. Usa la violenza per combatterla, arriva addirittura ad ironizzarla. Mitica la scena in cui Alex fa irruzione nella casa di uno scrittore ed inizia a torture lui e a stuprare la moglie cantando Singin' in the Rain, e l'esilarante accelerazione del sesso sulle note del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini.
All'epoca dell'uscita nelle sale, il film fu criticatissimo e causò scalpore nel pubblico e nelle autorità. Venne presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1972 causando l'indignazione dei politici dell'epoca presenti alla proiezione, tanto da essere vietato ai minori di 18 anni (divieto che rimarrà in vigore fino al 2007). La verità è un'altra. Secondo quanto affermato dal responsabile della censura inglese, da loro il film passò tranquillamente e non fu vietato. Essi infatti ne riconobbero la grande qualità e capirono il motivo per cui Kubrick aveva mostrato quelle scene di violenza. Ma fu la prima volta che un ministro volette visionare in anteprima il film, il resto potete immaginarlo. La pellicola di Kubrick in particolare, con la scena finale, ci presenta lo stato come il principale colpevole, ciò che ha fatto è addirittura peggiore di tutto il male che Alex ha inflitto agli altri. La differenza è che il ragazzo non si rendeva conto di ciò che faceva (era sotto l'effetto di droghe), lo Stato invece aveva un piano ben preciso: ridurre le carceri.
La pellicola presenta una regia pazzesca, un incredibile cura dei dettagli, delle luci,dei colori. Magistrale l'uso del grandangolo. Malcolm McDowell dà una performance indimenticabile. Ottimo il doppiaggio, supervisionando dallo stesso Kubrick, per il quale furono scelti attori teatrali per ricreare il particolare modo di parlare dei drughi. Una sola parola: INDIMENTICABILE.
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