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Viale del tramonto

Film 1950 | Drammatico, Noir, +16 110 min.

Titolo originaleSunset Boulevard
Anno1950
GenereDrammatico, Noir,
ProduzioneUSA
Durata110 minuti
Regia diBilly Wilder
AttoriWilliam Holden, Gloria Swanson, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Fred Clark Buster Keaton, Cecil B. De Mille, Lloyd Gough, Jack Webb, Franklyn Farnum, Larry J. Blake, Charles Dayton, Hedda Hopper, Anna Q. Nilsson, H.B. Warner.
Uscitalunedì 10 novembre 2025
TagDa vedere 1950
DistribuzioneCineteca di Bologna
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +16
MYmonetro 4,59 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Billy Wilder. Un film Da vedere 1950 con William Holden, Gloria Swanson, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Fred Clark. Cast completo Titolo originale: Sunset Boulevard. Genere Drammatico, Noir, - USA, 1950, durata 110 minuti. Uscita cinema lunedì 10 novembre 2025 distribuito da Cineteca di Bologna. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 - MYmonetro 4,59 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 10 novembre 2025

Una ex diva del cinema vive rinchiusa in casa sperando in un ingaggio fortunato. Nella sua dimora finisce uno sceneggiatore a caccia di denaro. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 3 Premi Oscar, ha vinto 2 Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Viale del tramonto ha incassato 31,4 mila euro .

Viale del tramonto è disponibile a Noleggio e in Digital Download
su TROVA STREAMING e in DVD e Blu-Ray Compra subito

Consigliato assolutamente sì!
4,59/5
MYMOVIES 5,00
CRITICA
PUBBLICO 4,18
ASSOLUTAMENTE SÌ
Un monumento del cinema noir, un omaggio alla vecchia Hollywood, un film inesauribile.
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 7 novembre 2025
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 7 novembre 2025

1950, il cinema muto è morto da tempo e Joe Gillis, ambizioso sceneggiatore in ambasce, trova asilo e conforto nella vecchia dimora di Norma Desmond, regina senza più un regno, divorata dalla crudeltà della macchina hollywoodiana e dalla natura fugace della celebrità. Lei lo assume per scrivere la sceneggiatura dei suoi sogni e del suo impossibile ritorno, lui accetta per sbarcare il lunario e sfuggire i debiti. Tra loro, un maggiordomo tuttofare che tiene viva la fiamma del passato glorioso di Norma. L'ex diva del muto vuole fare di Joe Gillis il suo ammiratore più appassionato, a colpi di astucci d'oro e cappotti di lana morbida. Perché la star ha bisogno di essere ammirata e amata, per affermarsi ancora e riconquistare la fama perduta. Ma lo splendore è svanito e la gloria volge in maledizione.

Il film più grande (e corrosivo) mai realizzato su Hollywood? Un monumento del cinema noir raccontato da una voce off disincarnata? Un dramma cupo che traffica con la morte, una femme fatale, un destino implacabile? Una favola gotica e fantastica sui fantasmi di un regno scomparso? Viale del tramonto è tutto questo e ancora.

Un formidabile horror e un omaggio alla vecchia Hollywood, praticamente un film inesauribile, che ha prodotto una copiosa letteratura critica e spalancato porte su un mondo incantato e terribile.
L'avvento del sonoro ha spazzato via il ricordo delle icone di ieri con la residenza fatiscente di Norma Desmond (Gloria Swanson), in cui ripara (coincidenza o destino?) Joe Gillis (William Holden). Un luogo senza tempo, infestato dai topi, dalle reliquie del muto (Anna Q. Nilsson, H. B. Warner e lo stesso Buster Keaton) e da una stella caduta che guarda continuamente i suoi vecchi film e rievoca all'infinito i suoi grandi ruoli.

Impossibile lasciare la dimora mortifera per l'eroe di Billy Wilder, che diventa l'oggetto sessuale di una vamp tragica e grottesca, un freak degno di Tod Browning, che affonda le sue lunghe unghie laccate nel braccio e nel colletto del suo amante. L'interpretazione sobria di William Holden (tipica del dopoguerra) contrasta nettamente con quella deliberatamente enfatica di Gloria Swanson (tipica dell'età del muto), che artiglia l'aria con le mani e abita ville gotiche come castelli nella leggendaria Hollywood di Sunset Boulevard. Per interpretarla, Wilder richiama Gloria Swanson dal suo ritiro, nutrendo il film di elementi biografici e mantenendo una perturbante confusione tra i personaggi e gli attori. Swanson, Erich von Stroheim e poi Cecil B. DeMille, Buster Keaton, H. B. Warner e Anna Q. Nilsson, che interpretano se stessi, sono convocati come i fantasmi di un'epoca perduta. Sono figure di cera, spettri evocati e poi svaniti per sempre. Come loro, Norma Desmond, è ebbra della sua passata grandezza, tagliata fuori da un mondo in continua evoluzione e sorda al suo mormorio. Ha il volto levigato e il corpo minuto tra le braccia di William Holden, la figura solenne in cima alla scalinata da cui guarda senza indulgenza il mondo e il cinema moderno. Col sonoro alla fine degli anni '20, il suo stile di recitazione, i gesti esagerati e la ridondanza mimica sono diventati anacronistici. Quasi difformi e spaventosi.

Per amare Viale del tramonto non è necessario conoscere Hollywood, i suoi miti e i suoi rituali, i suoi segreti e i suoi retroscena, tutto è immediatamente comprensibile e palpabile: la disperazione di uno sceneggiatore che non riesce a "piazzare" i suoi progetti, la patetica follia di una star del cinema muto dimenticata e reclusa nella sua grande casa come in una tomba, la stretta protezione di un maggiordomo in guanti bianchi che fa tutto quello che è in suo potere per mantenere l'illusione della sua gloria. Ma se conosciamo la febbrile interprete di Norma Desmond, Gloria Swanson, ex star della Paramount, di cui fu uno dei pilastri fondanti prima di essere travolta come tanti altri dall'avvento del sonoro, se sappiamo che il film che sta guardando sullo schermo del suo salotto non è altro che La regina Kelly, opera faraonica e incompiuta di Erich von Stroheim, che segnò la fine della sua carriera registica e di quella della sua attrice, se riconosciamo nel domestico factotum proprio Eric von Stroheim, che lo interpreta con una sobrietà assoluta e il carisma senza dialoghi di Boris Karloff o di Bela Lugosi, allora ogni scena e ogni battuta assume un'aura tragica, la cui verità non è mai troppo lontana. E a raccontarcela è un corpo che galleggia in piscina, uno sceneggiatore che ha scritto una manciata di B movie, che sognava il successo e adesso è affondato nell'acqua con gli occhi aperti, a fissare il fondo. La messa in scena può iniziare. Dunque è un morto a raccontarci la storia. Si tratta di una prima volta al cinema, di un'invenzione originale e audace, che verrà poi ripresa da altri autori come Sam Mendes in American Beauty.

Billy Wilder è celebre soprattutto per le sue commedie (A qualcuno piace caldo, L'appartamento) ma brilla forse di più nell'oscurità, che rischiara con ironia pungente e repliche frizzanti, con luci improvvise e laceranti. Penna arguta, che scrive battute assolute e che metterà al servizio di Ernst Lubitsch (L'ottava moglie di Barbablù, Ninotchka), l'autore venuto da Vienna - l'influenza germanica ed espressionista è sottilmente evidente nel film - non abbandonerà mai quella nota di cupezza che assicura alle sue commedie uno sguardo acuto e socialmente consapevole sui tempi. Con gli anni, la malinconia latente finirà per prevalere sulla leggerezza giambica, culminando nel sublime Fedora, un canto funebre ossessionato dalla morte e dalla paura di invecchiare di una star di Hollywood, reclusa nella sua fortezza. È il film gemello (e perfettamente simmetrico) di Viale del tramonto, primo requiem hollywoodiano di Wilder, di cui riprende e inverte la drammaturgia, con William Holden di nuovo depositario della narrazione in voce off.

A immagine di Holden, il suo doppio sullo schermo, Wilder è invecchiato più della sua protagonista, di nuovo una diva che torna alla ribalta. Lui stesso è diventato una vecchia gloria hollywoodiana e il vero colpevole alla fine è sempre la fabbrica dei sogni, questa macchina che crea (stelle, illusioni, adorazione) e distrugge, che venera e dimentica, che promette e non mantiene. Ma Billy Wilder non condanna Hollywood, appartiene a quel mondo, lo ama, ne conosce gli eccessi e i limiti, e come nessuno sa descriverne i vizi e le virtù. Non è a caso uno dei registi più colti di Hollywood, capace di catturare tutti i paradossi del sistema e di regolare i conti con gli imbecilli e i mostri che lo ingombrano. Tra mise en abyme e crudele ritratto, Wilder offrirà a von Stroheim l'opportunità struggente di filmare Gloria Swanson un'ultima volta, lei crederà di essere diretta da DeMille e scenderà la scalinata fino a farsi inghiottire da un primo piano e un finale assolutamente perfetto. Non esitate, andate a (ri)vedere Sunset Boulevard, arteria di Hollywood dove batte una città senza cuore.

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Giovanna Grassi
giovedì 12 febbraio 2004

Mentre il suo cadavere galleggia nella piscina di una villa, la voce fuori campo dello sceneggiatore Joe Gillis (interpretato da William Holden) ripercorre la storia della sua relazione con Norma Desmond (interpretata di Gloria Swanson), anziana "stella" del cinema muto che vive isolata insieme al maggiordomo, immersa nel culto del passato e nella vana attesa di un ritorno sul set. Joe è in crisi d'ispirazione e, conosciuta la donna, viene convinto a scrivere una sceneggiatura per lei, anche se nessuno, ormai, intende veramente darle credito nell'ambiente cinematografico. I tempi del muto sono ormai passati, e così anche la sua speranza è in realtà vana. La donna finisce per innamorarsi del giovane, che affascinato dalla sua ricchezza, ne diventa il mantenuto e l'amante. Nel momento in cui inizia a frequentare la giovane Betty, di cui si innamora, la gelosia inizia a rodere la Desmond; la convivenza va allo sfascio quando Joe, costretto a lasciare Betty, decide di andarsene dalla lussuosa dimora. La decisione manda l'attrice su tutte le furie; quest'ultima impugna la pistola, insegue il convivente e gli spara. Alle cinque del mattino la polizia recupererà il corpo dell'uomo e a Norma, ormai in preda alla pazzia, non rimarrà che scendere le scale convinta di esser tornata una celebrità, per l'ultima passerella, prima dell'arresto. Viale del tramonto è una storia a metà tra il thriller, il noir e il melodramma. Innovativo e rischioso nel descrivere l'inferno patinato di Hollywood, è un sarcastico e cinico ritratto del mondo degli attori che vivono melanconicamente fuori della ribalta. Indovinatissima la scelta della Swanson, che con questa superba interpretazione ritrovò un rinnovato successo. Inizialmente erano state scelte attrici all'epoca dimenticate, come Mary Pickford, Pola Negri e Mae West. Il maggiordomo è interpretato dall'ex marito della Swanson, l'attore e regista Erich von Stroheim, che aveva davvero diretto la Swanson nel film che lei fa proiettare nella sua villa (Queen Kelly, del 1928); Cecil B. De Mille (un altro regista che diresse la Swanson) è ripreso sul set del film Samson and Delilah (Sansone e Dalila, 1949); la giornalista scandalistica è la terribile Hedda Hopper; negli incontri tra relitti cinematografici nella casa della star si riconosce Buster Keaton. La parte di Joe Gillis era stata scritta per Montgomery Clift, che però non voleva passare per un gerontofilo (anche se nella realtà lo era). Dopo le reazioni ilari del pubblico, Wilder eliminò la sequenza iniziale nella quale Gillis parlava con altri ospiti dell'obitorio. Il film ebbe 9 nomination e vinse due Oscar: per la sceneggiatura (Wilder, Charles Brackett, D. M. Marshman jr) e per la colonna sonora (Franz Waxman).

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Una diva in cerca di riflettori.
Recensione di Giovanna Grassi

Joe Gillis (Holden), sceneggiatore di Hollywood, è in un momento di difficoltà professionale. Per sfuggire agli esattori (non sta pagando le rate della macchina) capita in una vecchia casa che sembra abbandonata, ma non lo è. L'abita Norma Desmond (Swanson), vecchia gloria del muto. Joe accetta di rivedere un terribile copione che la diva sta scrivendo, sognando un clamoroso ritorno sul set. L'atmosfera della casa è nera, buia, quasi mortale. La diva proietta continuamente suoi vecchi film, gli ospiti sono mummie sopravissute (c'è Buster Keaton fra i frequentatori). Figura rilevante è il domestico von Mayerling (Stroheim) che, si verrà a sapere, è anche stato il primo marito di Norma. La donna finisce per innamorarsi del giovane, a sua volta innamorato di una sua collega coetanea (Olson). Gillis per un po' accetta la situazione del mantenuto, poi cede. Ma Norma, ormai impazzita, gli spara mentre sta andandosene. L'uomo cade nella piscina, simbolo delle cose che aveva tanto desiderato. Storia solo cinematografica, dovuta a sceneggiatori puri come Charles Brackett e D. M. Marshan e allo stesso Wilder (premi Oscar). La vicenda viene raccontata da Gillis che è già morto, in terza persona. La sceneggiatura prevedeva che il personaggio, portato all'obitorio, addirittura dialogasse con gli altri morti. La voce narrante, accompagnata dalla musica di Franz Waxman (premio Oscar) che anticipa nei toni tutta la tragedia che avverrà, attraversa il film rilanciando l'efficacia del racconto. Tutto quanto è nello specifico cinematografico: i discorsi di sceneggiature, la vita degli studi, persino il mitico cancello d'ingresso della Paramount. La Desmond vive la tragica nostalgia del cinema muto: "Noi eravamo grandi, è il cinema che è diventato piccolo", e De Mille interpreta se stesso con tanto di stivaletti e piglio autoritario: sta girando Sansone e Dalila quando la vecchia diva gli piomba sul set. Una menzione per William Holden, trentaduenne, che finalmente si affermò come meritava, e che sostituì all'ultimo momento il complicato Montgomery Clift, intimorito dal ruolo. Il tutto fotografato con un bianco e nero pericoloso che sottende un'angoscia continua. Questo film non è un noir, non è drammatico tradizionale, non è fantasy, è semplicemente Viale del tramonto.

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Recensione di Stefano Lo Verme

Joe Gillis, un giovane sceneggiatore di Hollywood disoccupato e nei guai, si ritrova per caso nella villa di Norma Desmond, ex diva del muto ormai dimenticata che vive in un volontario isolamento insieme al fedele maggiordomo Max von Mayerling, immersa nel culto di se stessa. Oppresso dai debiti, Joe si fa assumere da Norma per scriverle un copione, ma presto finirà per restare prigioniero della follia della donna.
Considerato un capolavoro assoluto della cinematografia mondiale ed uno dei massimi esempi del genere noir, Viale del tramonto è di sicuro il film più famoso, oltre che il più crudele, sul lato oscuro di Hollywood e sulle sue illusioni. Scritto (in collaborazione con Charles Brackett e D.M. Marshman Jr) e diretto nel 1950 dal grande regista Billy Wilder (il quale nel 1978 ne girerà un ideale sequel, Fedora), e pensato inizialmente come una commedia, Viale del tramonto scandalizzò ed entusiasmò il pubblico internazionale e si guadagnò fin da subito un posto unico nella storia del cinema, aggiudicandosi tre premi Oscar (miglior sceneggiatura, scenografia e musiche) e quattro Golden Globe.
Miscelando abilmente i toni del dramma e del grottesco, del noir e dell'horror, Billy Wilder disegna un cupo e allucinante ritratto del mondo di Hollywood e delle spietate regole del successo, creando una sinistra atmosfera di decadenza e necrofilia intorno ai suoi personaggi, perfettamente rappresentata nell'immagine della lugubre villa gotica di Norma Desmond e in alcune scene da antologia, quali le esequie della scimmia e la partita a carte tra vecchie glorie del muto (tra cui Buster Keaton). La spiazzante originalità e la feroce ironia di Wilder si percepiscono già dal memorabile incipit della pellicola, quando la voce fuori campo di Joe Gillis si rivolge agli spettatori mentre il suo corpo senza vita viene ripescato dalla piscina di una villa del Sunset Boulevard, inaugurando così uno dei topoi del cinema americano, quello del "morto che parla" (un espediente recuperato cinquant'anni dopo da American beauty). A questo punto il protagonista comincia a raccontare dall'aldilà, in un lungo flashback, la sua stessa storia: quella di uno scrittore squattrinato, braccato dai creditori, che accetta di lavorare per una matura diva del passato fino a diventare il suo mantenuto (una caustica parabola sui compromessi ai quali la natura umana è disposta a cedere).
Alla magistrale regia di Wilder si accompagnano una sceneggiatura a dir poco superba ed un'eccezionale squadra di attori, con un brillante William Holden nella parte di Joe Gillis ed una straordinaria interpretazione di Gloria Swanson, premiata con il Golden Globe e candidata all'Oscar per il mitico ruolo di Norma Desmond, continuamente sospeso tra ossessione e pazzia. Tra gli elementi che hanno contribuito al carattere leggendario della pellicola c'è anche l'ambigua alternanza tra realtà e finzione: la Swanson era davvero una celebre attrice del cinema muto ritiratasi dalle scene dopo l'avvento del sonoro, ed Erich von Stroheim (il maggiordomo Max von Mayerling) era stato uno dei registi che l'avevano diretta; durante una scena viene proiettato uno spezzone di Queen Kelly, kolossal di Stroheim interpretato proprio dalla Swanson, mentre il regista Cecil B. De Mille e la cronista Hedda Hopper compaiono in un breve cameo nel ruolo di se stessi. Indimenticabile il finale del film, con Norma che scende maestosamente le scale della sua villa illuminata dai riflettori della polizia ("Eccomi, De Mille, sono pronta per il mio primo piano!"), mentre la magnifica colonna sonora di Franz Waxman aumenta di volume ed il volto delirante della Swanson si dissolve sui titoli di coda.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
giovedì 19 dicembre 2013
Matteo bettini corinaldo

Un film unico,leggenda allo stato puro per diversi motivi.Grazie alla sagacia di Wilder,geniale creatore di cinema,mise a nudo diversi aspetti della mecca del cinema dell'epoca,che crearono non pochi malumori nei boss delle Majors di allora.benché l'interprete a cui era destinata la parte da protagonista-Monty Clift-la rifiutò,irruppe William Holden,che fu bravissimo.

FOCUS
FOCUS
lunedì 21 luglio 2025
Pino Farinotti

In un’ora decente, prima serata, RaiMovie ha trasmesso Viale del tramonto. Non è un film, è un’opera d’arte generale del secolo scorso. Nella mia gerarchia personale, che non è solo la mia, il film di Billy Wilder staziona sul podio del cinema di tutte le epoche. L’ho visto centinaia di volte e sempre ci ho scovato qualcosa che non avevo rilevato. Questa volta il valore in più che mi ha incantato è il bianco e nero. Nella mia recensione sul “Farinotti” concludevo: “Il tutto fotografato con un bianco e nero pericoloso che sottende un’angoscia continua. Questo film non è un noir, non è drammatico tradizionale, non è fantasy, è semplicemente Viale del tramonto.”

Diciamo che la visione del bianco e nero non si ferma al sentimento all’“angoscia continua”, è qualcosa che sorpassa l’estetica per diventare elemento di arte concettuale. È un tema che mi sta a cuore, che ho sviluppato in un saggio su Ladri di biciclette (guarda la video recensione) ritenuto il campione del realismo. 

Se dici “realismo” significa realtà, verità, “naturale”, documento. Nel film ci sono almeno due elementi forti a contrastare. La musica: gran parte del racconto è sostenuta dallo spartito di Cicognini, che aderisce alle sequenze secondo il compito della musica da cinema, che è quello di rilanciare, sottolineare, magari enfatizzare il momento. Dico che quel film poteva persino non averne bisogno. L’estetica e gli episodi posseggono tutta la potenza necessaria. Sarebbe un esercizio interessante, e suggestivo, vedere il film senza musica. E poi il bianco e nero. La realtà è colorata. Nella Roma depressa del dopoguerra le facce, gli abiti, gli edifici, il Tevere, avevano un colore, che non sarà stato quello della Paramount, saranno stati toni deboli, nebbiosi, e chissà di che colore era la giacca di Antonio, il papà, o i pantaloncini di Bruno, il bambino. Se tu a un’estetica di verità, di colore, decidi di applicare il bianco e nero in forma così “identitaria” e decisiva, compi un’azione concettuale. Non c’è dubbio. Dunque è corretto affermare che Ladri di Biciclette (guarda la video recensione), manifesto del realismo, è “anche” un’opera concettuale.

La digressione ha un senso, omologa, seppure in culture e registri diversi, i due b/n.

In Viale del tramonto il non colore, di quella straordinaria qualità, rilancia il dramma e la differenza con la proposta televisiva martellante e inutile dei talk politici che non smuovono un’idea, dei quiz stucchevoli e invasivi, degli eterni delitti mai risolti. Tutti momenti implacabili che fagocitano il sentimento, la speranza, il pensiero, la sostanza buona che quel media, salvo momenti, pochi, cerca di seppellire. A scapito soprattutto dei giovani e giovanissimi destinati a quell’indottrinamento rovinoso. Questo in generale, sappiamo, ma poi, ecco il dono inatteso, che si fa largo a fatica in tanto trash, di un’opera, come scritto sopra, che sta nella storia dell’arte e della cultura. E “quel” bianco e nero, un valore che contrasta, si afferma e arriva a noi, perché non esistono programmi in b/n. Viale del tramonto è un antidoto, un deterrente, una boccata d’aria pura. Forse c’è dell’enfasi in questi concetti, ma ho trascorso con la famiglia, tutti immobili sul divano, quella due ore, e così perdono me stesso per l’enfasi.  
 

Frasi
Le stelle non si lasciano mai, è per questo che sono stelle.
Una frase di Norma Desmond (Gloria Swanson)
dal film Viale del tramonto
STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Mario Gromo
La Stampa

Un film che vuole dallo spettatore una non stanca attenzione, un po' di gusto, e sopratutto una vissuta esperienza, se non altro di costume. L'ha ideato e diretto Billy Wilder, l'autore de La fiamma del peccato, e di Giorni perduti, che ora, con Sunset Boulevard, firma il suo film più importante; un'opera ricca di una sua matura, complessa «civiltà» cinematografica.

NEWS
TRAILER
martedì 28 ottobre 2025
 

Regia di Billy Wilder. Un film con William Holden, Gloria Swanson, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Fred Clark. Da lunedì 10 novembre al cinema. Guarda il trailer »

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