| Titolo originale | The Rules of Attraction |
| Anno | 2002 |
| Genere | Sentimentale |
| Produzione | USA |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Roger Avary |
| Attori | James Van Der Beek, Ian Somerhalder, Shannyn Sossamon, Jessica Biel, Faye Dunaway Kip Pardue, Kate Bosworth, Joel Michaely, Jay Baruchel, Thomas Ian Nicholas, Clifton Collins Jr., Clare Kramer, Swoosie Kurtz, Russell Sams, Colin Bain. |
| MYmonetro | 3,01 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 28 marzo 2014
A una festa universitaria, Lauren perde la verginità come mai avrebbe voluto. Tratto dall'omonimo romanzo cult dell'americano Bret Easton Ellis. In Italia al Box Office Le regole dell'attrazione ha incassato 377 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Studenti di un prestigioso college americano, alcuni personaggi intrecciano le loro vite durante l'anno accademico fino alla festa di fine corso, pomposamente battezzata "End of the World Party". Conosciamo così Sean Bateman, spacciatore invaghitosi di Lauren Hynde, vergine dichiarata che finisce col perdere l'illibatezza nel modo peggiore possibile, Paul Denton, innamorato del primo, ma mal ricambiato, Lara Holleran, cocainomane e dedita al sesso libero, e Victor Johnson, di ritorno da un viaggio colmo di eccessi in giro per l'Europa. Alla vuotezza dei giovani si affiancano professori dediti alla caccia di servizietti dalle studentesse e genitori irresponsabili.
Ispirandosi all'omonimo romanzo di culto dell'americano Bret Easton Ellis, Le regole dell'attrazione è la scanzonata quanto violenta discesa nella vita di un college americano, mostrata in tutta la sua vacuità. Un film apparentemente amorale quello diretto da Roger Avary, alla moda e eccessivo, accattivante per quel linguaggio che usa le figure della ripetizione e della reversibilità al fine di andare più a fondo in una diffusa voglia di distruzione. Diversamente da chi ha utilizzato la riproposizione di una medesima sequenza da un diverso punto di vista, dal Kubrick di Rapina a mano armata fino al Tarantino di Pulp Fiction (di cui Avary è stato co-sceneggiatore), qui si punta a una visione più legata all'estetica del videoclip, a un movimento continuo in cui non conta tanto il senso drammaturgico, ma l'effetto che può provocare con i suoi loop, i flashback e gli split-screen. Una struttura lineare avrebbe sicuramente tolto mordente a un lavoro che, in definitiva, germoglia intorno alla forsennata ricerca di un piacere autodistruttivo, proprio non solo di un personaggio, ma di tutti. Come nella letteratura dello stesso Ellis, l'accavallarsi di più linee narrative restituisce una coralità stravagante e pervasiva con caratteri migranti da un titolo ad un altro: non a caso, Sean Bateman è il fratello di quel Patrick Bateman - fuori scena, ma esplicitamente citato - che mostrerà la sua natura di terribile assassino nel successivo romanzo American Psycho, ma già portato sullo schermo da Mary Harron.
Sotto la sua veste postmoderna, dietro alle sequenze ad effetto, impossibile non citare il suicidio della giovane ragazza invisibile sulle note di Without You di Harry Nilsson, si nasconde un film disperato e adulto, un teatrino grottesco in cui si muovono giovani impossibilitati a trovarsi: «Nessuno conosce nessuno, mai» è la frase che, in certo modo, equilibra ogni rapporto in scena. Tra i film tratti da Bret Easton Ellis è quello più vicino allo spirito del romanziere.
A giudicare dal curriculum, il sig. Avary dovrebbe essere uno su cui poter fare affidamento, non fosse altro che per la partecipazione alla scrittura di Pulp Fiction. Ma anche Killing Zoe, suo esordio alla regia, aveva qualcosa da dire, con quella sua genuina sgangheratezza. Giunti a questa nuova prova ci vediamo purtroppo costretti a ricrederci, e a detrargli la fiducia concessa. L'incontro di Avary con il testo di Bret Easton Ellis, dà alla luce un'aberrante college movie che si situa esattamente a metà strada tra "Dawson creek" (e simili) e la cinematografia di Larry Clark (Bully, Ken Park). La generazione in nuce partecipa bene o male dello stesso universo che è da tempo l'oggetto di analisi di Clark, questa adolescenza americana selvaggia e sessuomane, pur rimanendo lontano dall' allucinante perversità (anche visiva) che caratterizza la "poetica" di questi. L'intreccio che muove i personaggi e risolve il pretesto narrativo è invece una "recerche" amorosa a catena, sul modello dei citati telefilm, per quanto inframmezzata da onanismo, sesso orale, e qualche siparietto vagamente pulp. La luce sotto la quale Avary posiziona il tutto, non è affatto quella del realismo pornografico di Clark, ma quella dell'ironia. Una tenue, flebile, solo sporadicamente apprezzabile, ironia, che si manifesta sin dall'inizio con l'operazione di (ironica) alienazione effettuata con la scelta del cast: alcuni degli attori sono estrapolati da questa o quella serie televisiva, e ricollocati nel film secondo una specie di legge del contrappasso che neghi e ribalti il buonismo del ruolo di partenza. Eppure, nonostante le buone intenzioni, è a cominciare dalla scelta del cast che Avary si tira la zappa sui piedi, ed in particolar modo con quel Jason Van Der Beek (alias Dawson) che pur nella coralità della narrazione appare come il protagonista. Nel disperato tentativo di liberarlo dall'ingessatura telefilmica (della cricca è quello che fa più fatica) il regista gli regala un ruolo da bastardo, e lui che fa? Si stampa in faccia un ghigno ebete, al limite della parodia di quello di Malcom McDowell in Arancia Meccanica, e fastidiosamente lo ripropone ad ogni occasione. Attori a parte, la regia si rivela esibizionista e pretenziosa fin da prima dei titoli di testa: infarcita di tarantinate d'accatto, soluzioni narrative da film "giovane", manierismi gratuiti ed ingiustificati. Dulcis in fundo Avary non solo si concede alla citazione (ed al saccheggio) ma cede addirittura alle lusinghe di un'autoreferenzialità (alcune battute sulla paternità di Killing Zoe) non guadagnata. Visto che pare che questo tandem Avary-Bret Easton Ellis debba continuare (ben due adattamenti sono in agenda), speriamo che si raddrizzi il tiro.
Ad una festa in un campus universitario, Lauren perde la verginità nel peggior modo immaginabile. Scopriamo che avrebbe voluto farlo con Victor, che neanche si ricorda di lei, o magari con Sean Bateman, cinico spacciatore del college che stupisce tutti e sé stesso innamorandosi della pura Lauren. Senza sapere che non è a lei che ha spezzato il cuore e che non è lei che ogni giorno gli manda quelle misteriose lettere d'amore. C'è anche Paul, ex di Lauren che ora è gay ed è innamorato di Sean.
Da Bret Easton Ellis un film oltremodo malvagio, cinico e nichilista. Eppure incredibilmente romantico. In mezzo alla confusione generale, nel film, alcune cose brillano di luce intensa: su tutte, la scena del suicidio, che è semplicemente sublime.
Van Der Beek supera agilmente la prova "post-Dawson's Creek", facendo la parte del bastardo con risultati notevoli: i discorsi che fa con sé stesso sono perle di indimenticabile nonsense.
Peccato che Avary si conceda un film al decennio, visti i risultati:Le regole dell'attrazione è un pugno nello stomaco, proprio come ogni amore non corrisposto.
Mi ha tenuto letteralmente incollato allo schermo. Belli i personaggi anche se, effettivamente, un po' esasperati a tratti (es: quando Van Der Beek tira il machete sul braccio dello spacciatore nero). Fantastico lo spezzone in cui viene descritto il viaggio in europa di Victor. Tanta droga, tanto sesso, tanto alcool e tante volgarità ed oscenità ma comunque messe in scena in modo ottimo e sfumate [...] Vai alla recensione »
È “resuscitato” Roger Avary, cosceneggiatore di Pulp Fiction che ha litigato con Tarantino e ha cercato per anni di filmare un biopic su Jean Vigo dopo la prima regia Killing Zoe . Adesso ha stretto un forte sodalizio artistico con lo scrittore Bret Easton Ellis ( American Psycho ) il cantore della video generation affermatosi imberbe con Meno di zero , diventato film nel 1987.