| Titolo originale | Portrait de la jeune fille en feu |
| Titolo internazionale | Portrait of a Lady On Fire |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Céline Sciamma |
| Attori | Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel Christel Baras (II), Armande Boulanger, Guy Delamarche, Clément Bouyssou. |
| Uscita | giovedì 19 dicembre 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,61 su 38 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 18 dicembre 2019
Una pittrice viene chiamata per un'importante ritratto. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, ha ottenuto 1 candidatura a BAFTA, ha ottenuto 3 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, ha ottenuto 9 candidature e vinto un premio ai Cesar, ha ottenuto 4 candidature e vinto 2 Lumiere Awards, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, ha ottenuto 1 candidatura a Spirit Awards, ha ottenuto 1 candidatura a Goya, ha vinto un premio ai NSFC Awards, In Italia al Box Office Ritratto della giovane in fiamme ha incassato 584 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l'incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.
Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio continua la sua ricerca sull'identità sessuale tema nei confronti del quale ha mostrato un'ottima capacità d'indagine in fase di sceneggiatura nonché nel trasferimento sullo schermo.
In questa occasione lascia però il presente per rivolgersi al passato. Un passato che di lì a meno di un ventennio vedrà il fuoco della Rivoluzione che cambierà tutto ma non spazzerà via il pregiudizio e le costrizioni. Non è necessario scomodare riferimenti a Jane Austen per apprezzare uno script in cui Sciamma, sin dalle prime inquadrature, ci enuncia il proprio progetto. Sullo schermo/tela bianco una mano munita di carboncino inizia a delineare un'immagine.
Ecco: esattamente qui sta il senso del film. In una domanda: quanto le strutture sociali impediscono agli individui di farsi ritrarre (cioè guardare) per ciò che veramente sono? Marianne, pronta a gettarsi in mare per recuperare le tele che poi asciugherà insieme al suo corpo nudo davanti ad un camino, possiede le tecniche per ritrarre gli altri ma si troverà a scoprire un'immagine di se stessa che stava nascosta nei recessi della sua sensibilità. Héloise che rifiuta inizialmente lo sguardo altrui (legato inestricabilmente a una condizione coniugale che non vuole accettare) progressivamente imparerà a guardare oltre e ad accettare di essere vista. Tra di loro, solo apparentemente in un ruolo secondario, la giovane serva che resta incinta sottoponendosi ai più diversi tentativi per abortire.
É un film in cui le parole vengono pronunciate solo se e quando sono necessarie perché sono e restano per tutto il tempo le immagini a costituire l'elemento portante della narrazione. La cura nella ricerca non solo dell'inquadratura ma anche degli abiti nonché degli spazi (in particolare gli interni) fa ripensare al Rohmer de La marchesa von.... Là dove la geometria rohmeriana definiva spazi studiati quasi teoreticamente Sciamma cerca anche la nota dissonante del letto sfatto stando però sempre attenta a produrre un equilibrio estetico in cui tutti gli elementi si bilancino. Ciò che deve 'sbilanciarsi' è la vita delle due protagoniste che dovranno progressivamente ammettere (innanzitutto con se stesse) sentimenti nuovi e importanti nei confronti dei quali operare delle scelte fondamentali.
Celine Sciamma si riconferma una cineasta "ritrattista" estremamente abile, specialmente nell'esplorare la condizione e le implicazioni dell'omossessualità femminile o più ampiamente della non conformità al binarismo di genere (tematica affrontata in Tomboy) con grazia e sensibilità ponendo altresì grande attenzione al lato tecnico ed estetico [...] Vai alla recensione »
Ma che titolo magnifico. Portrait de la jeune fille en feu, ritratto della giovane in fiamme. Flamboyant, fiammeggiante. Si chiamava Anime fiammeggianti un film di Davide Ferrario, anni ’90. Qui ci sono anime fiammeggianti, in un mondo freddo, chiuso, raggelato, ventoso, ostile. Dove il fuoco di un camino è palesemente incapace di scaldare le stanze enormi di un castello. Ma dove le anime, e i corpi, riescono ugualmente ad accendersi.
Prima, però, c’è da attraversare una distesa d’acqua. Un mare gelido, ostile, burrascoso, Siamo in Bretagna. Su una barca malsicura una giovane pittrice e il suo minuscolo tesoro, delle tele bianche. Dall’altra parte del mare, la donna che dovrà ritrarre. Una ragazza trascinata fuori da un convento per andare in sposa a un nobile milanese. Così, il nobile potrà vederne l’aspetto, e decidere se sposarla. Non c’era Tinder, all’epoca.
L’epoca, già. Siamo intorno al 1770. Qualche anno prima del 1789. Prima della rivoluzione, come il titolo di un altro bel film di Bertolucci. Prima della rivoluzione, in questo angolo di Bretagna, di Settecento, di gelo delle pareti di un castello. Dove i rapporti di classe sembrano inviolabili, implacabili. L’Artista, la Sposa. E la Domestica. È un film tutto di donne. Sguardi, voci, silenzi; desideri di donne.
La Pittrice – si chiama Marianne, ed è interpretata con furente compostezza da Noémie Merlant – dovrà ritrarre la Sposa di nascosto, senza che la sposa se ne accorga: la preda non vuole essere presa, vuole sfuggire a un destino, a un luogo, a un uomo che non conosce. La Sposa ha il volto rinascimentale e moderno di Adèle Haenel, che proprio con Céline Sciamma aveva iniziato, ragazzina, il suo percorso di attrice.
La pittrice guarda la sposa, come se volesse mangiarne l’immagine, come se volesse trattenerne ogni sfumatura; quello che fa da migliaia di anni la pittura, quello che fa da poco più di cento anni il cinema. Afferrare la vita, afferrare il senso di una persona nella sua immagine. Perciò guarda con un’intensità poderosa; e noi con lei. Guardiamo la Sposa proprio come la guarda la pittrice. Noi siamo la pittrice: e piano piano, la Sposa diviene tutto il nostro mondo.
È questo il primo grande miracolo del film di Céline Sciamma: ci porta a guardare la Sposa in quel modo lì. Anche noi, come la pittrice, ci accorgiamo del suo modo di alzare un sopracciglio, o muovere appena una mano. E lo facciamo naturalmente, senza quasi pensarci.
Ci sono altri piccoli miracoli disseminati nel film: miracoli puramente cinematografici. In un film che parla di destini e di passioni, quasi non c’è musica: ma quando la musica compare, sconvolge. Sembra impossibile, oggi che possiamo avere tutta la musica che vogliamo, quando vogliamo – mentre studiamo, scriviamo, andiamo in metropolitana – un film con tanto silenzio. Ma anche in questo caso, ci ritroviamo, noi spettatori, nella stessa condizione dei personaggi. La Sposa dice “domani vado a messa. Perché? Per sentir cantare”. Ha fame di musica, di libri, di vita la Sposa, passata da un convento a un castello-prigione, per finire nella ulteriore prigionia di una vita coniugale non scelta.
Bene: ci sono forse solo tre momenti di musica, e sono sconvolgenti. Il secondo movimento delle “Quattro stagioni” di Vivaldi, “L’estate”, con la sua foga, suonato dalla Pittrice sulla spinetta scordata del castello.
Poi, il canto che prende forma quasi dal nulla, nella notte, dove appaiono donne mai percepite prima, fra la spiaggia e la foresta. Come in un sabba. Ed è un canto di donne, misterioso, una polifonia che sembra venire dagli abissi dell’anima umana. È il momento chiave del film. Siamo fuori dal castello, in uno spazio più selvatico, più libero. Il canto delle donne intorno a Marianne ed Héloise sembra dire cose che nessuna parola può dire. E in quel momento il vestito di Héloise, perduta nella contemplazione di Marianne, prende fuoco. Ed Héloise cade, con una grazia che fa paura. E non è il vestito che si è incendiato, è la sua anima.
Il terzo momento musicale non possiamo dirvelo, perché rivelerebbe troppo del film: ma è l’occasione di un primo piano lunghissimo del volto di Adèle Haenel, nel quale si deposita tutto il senso, tutta la storia del film. Ed è un primo piano memorabile.
Ritratto della giovane in fiamme parla di uguaglianza. Siamo nel 1770, le donne hanno ancora pochi diritti. Alcune non hanno il diritto di dipingere modelli nudi o di accedere ai ‘grandi soggetti’ (Marianne), altre non hanno il diritto di declinare il matrimonio o di ascoltare altra musica che quella degli organi in chiesa (Héloïse). In un film classico nella forma ma moderno sul fondo, Céline Sciamma incontra (e innamora) Marianne ed Héloïse, una pittrice e la sua modella, disegnando una forma di solidarietà femminile, di sorellanza, di lotta. Adèle Haenel illustra a meraviglia il conflitto interiore di una donna sospesa tra docilità e desiderio di emancipazione. D’altronde nella pittura ritrattistica il soggetto da riprodurre non è mai soggetto passivo. Al contrario, inizia, invita, è un soggetto creatore che collabora intimamente all’elaborazione del suo ritratto. Il ritratto di una combattante (The Fighters - Addestramento di vita) che non ha paura di frequentare le zone scomode, al cinema come nella vita.
Dietro lo sguardo verde limpido, dietro quella maniera di parlare di sé alla terza persona, non perché si prenda per Alain Delon ma perché cerca sempre di comprendersi, Adèle Haenel teorizza molto, impone una riflessione e uno stile: una silhouette elegante ed agile, una voce spezzata, un’aria talvolta ruvida e un sorriso à tomber.
Con più di venti film al suo attivo, è passata rapidamente da ‘grande speranza’ del cinema francese a certezza senza cedere niente allo star system, polverizzando gli stereotipi di genere con una ‘presenza scenica’ intrepida, combattendo il ruolo della donna-oggetto e procedendo verso un altro immaginario erotico. Apprendista militare in The Fighters, militante Act Up in 120 battiti al minuto (guarda la video recensione), tenente di polizia in Pallottole in libertà (guarda la video recensione), parigina rivoluzionaria in Un peuple et son roi, Euridice che ispira prima di andarsene per sempre in Ritratto della giovane in fiamme, personaggi e titoli dicono tutti la stessa cosa: un’attrice che sfonda le porte e costringe gli autori a creare eroine alla sua altezza.
Anche quando si mette ‘tra parentesi’ è per meglio denunciare l’alienazione femminile come nel film di Bertrand Bonello (L’Apollonide), dove interpreta una prostituta che fa l’imitazione di un automa per compiacere la fantasia di un cliente. In Adèle la passività è sempre simulata, è sempre cosciente. Ed è proprio Ritratto della giovane in fiamme il film che formalizza meglio questa condizione. È piuttosto l’anti-ritratto di una giovane donna che rifiuta di servire da modello e di essere dipinta, che si nega allo sguardo dell’artista in maniera vigorosa e ostinata fino a stringere con lei (Noémie Merlant) una potente relazione di fiducia.
L’immensa libertà fisica di Adèle Haenel si converte fuori dal ‘quadro’ in libertà politica ed esistenziale. Nel 2013 vince un César come attrice non protagonista nel film di Katell Quillévéré (Suzanne) e dichiara pubblicamente, con parole semplici e sincere, il suo amore a una donna (Céline Sciamma). “Volevo ringraziare Céline perché io l’amo”, così Adèle disarma la sala, così aggira i discorsi convenzionali, rivelando il suo sentimento e facendo facile come respirare il suo coming out.
Il cinema, macchina che produce rappresentazioni sociali, ha bisogno di questa attrice senza civetterie e nessuna smanceria, ha bisogno di questa donna che non ha nessun timore di assumere pubblicamente la propria sessualità, le proprie emozioni, i propri diritti. Proprio come la sua Héloïse, Adèle Haenel non ha la vocazione per ‘decorare’ i margini ma per occupare pienamente il centro della scena.
Se Céline Sciamma, che la dirige per la terza volta, traduce cinematograficamente il ‘lavoro del ritratto’, l’attrice incarna luminosamente un racconto di una potenza tutta femminile in un mondo di uomini. Insieme scrivono una storia d’amore monumentale e unica, rieducando lo sguardo e offrendo allo spettatore la possibilità di guardare il cinema e le donne diversamente.
Ma Adèle Haenel fa di più e un giorno di novembre nello studio televisivo di Mediapart mette sul tavolo l’impossibile: un risveglio collettivo, un cambiamento di direzione. Per la prima volta in Francia la famosa ‘liberazione della parola’ si incarna e rilancia il dialogo. Adele H. è il nome delle grandi eroine francesi: la prima, finzionale e tragica, abitava il cinema di François Truffaut (Adele H. – Una storia d’amore), la seconda, reale e luminosa, è Adèle Haenel, la donna che ha rotto diciotto anni di silenzio rivelando l’aggressione sessuale che avrebbe subito adolescente per mano di Christophe Ruggia nel corso delle riprese del suo primo film (Les Diables).
Francia 1777, è l'anno in cui a Corte Maria Antonietta ha finalmente consumato il matrimonio, e una pittrice donna di grande fama, Elisabeth Vigée Le Brun, la ritrae con quell'assurdo fasto che quindici anni dopo la condannerà alla ghigliottina. In un angolo roccioso e tempestoso della Bretagna affacciata sull'Atlantico, la giovane e ignota ritrattista Marianne sbarca solitaria: nessuno degli uomini [...] Vai alla recensione »