on the road movie che guarda al mondo femminile con una sensibilità non usuale. Con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Tommaso Ragno. Drammatico, Italia, 2016. Durata 118 min. Consigli per la visione +13."/>
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Ultimo aggiornamento giovedì 19 aprile 2018
Le protagoniste del film, scritto da Paolo Virzì con Francesca Archibugi, sono Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 5 Nastri d'Argento, 16 candidature e vinto 5 David di Donatello, 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office Un po' di felicità ha incassato 6,2 milioni di euro .
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Beatrice Morandini Valdirana ha tutti i tratti della mitomane dalla loquela inarrestabile. Donatella Morelli è una giovane madre tatuata e psicologicamente fragile a cui è stato tolto il figlio per darlo in adozione. Sono entrambe pazienti della Villa Biondi, un istituto terapeutico per donne che sono state oggetto di sentenza da parte di un tribunale e che debbono sottostare a una terapia di recupero. È qui che si incontrano e fanno amicizia nonostante l'estrema diversità die loro caratteri. Fino a quando un giorno, approfittando di una falla nell'organizzazione, decidono di prendersi una vacanza e di darsi alla pazza gioia.
Paolo Virzì, con la collaborazione di Francesca Archibugi alla scrittura, ha lasciato il freddo Nord di Il capitale umano per tornare nell'amata Toscana che gli consente di fondere, come solo lui sa fare, ironia, buonumore e dramma muovendosi tra le diverse temperature emotive con una sensibilità che si fa, film dopo film, sempre più acuta e partecipe delle sorti dei personaggi che porta sullo schermo.
Si sono già scritte nel passato pagine e riflessioni su un Virzì erede della commedia italiana degli Anni d'Oro ma quello che si può aggiungere ora è che al suo personale capitale di autore si è aggiunta una capacità di sguardo sul mondo femminile che nel cinema italiano diretto da uomini non è per nulla usuale.
Sarà forse perché sa scegliere le sue interpreti (Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti sono entrambe straordinarie, ognuna a suo modo, nello scavare in personaggi non facili da rendere tenendo la retorica a dovuta distanza). Sarà perché nel film si sente la verità iniettata (questo è il termine giusto visto che di medicinali si tratta spesso) grazie a una lunga ricerca sul campo su un disagio sociale che si traduce in un disagio psichico. Sarà anche perché si avverte l'attenzione partecipata ad ogni singolo dettaglio in un film in cui si capisce che anche l'ultima comparsa si è sentita parte di un progetto condiviso. Un progetto che vuole porre in evidenza la condizione di questo particolare tipo di donne condannate da una vita in cui hanno sbagliato trovandosi poi però dinanzi a terapeuti ed assistenti sociali che ogni giorno gli sono accanto e combattono con le loro patologie ma anche con visioni banalmente punitive che nulla hanno a che vedere con il recupero sociale. Riuscire a dire tutto ciò (e anche molto di più) in un on the road in cui si ride, si sorride e ci si commuove non era impresa facile. A Paolo Virzì è riuscita da maestro.
Il film di Virzì, "La pazza gioia", mi ha lasciato un retrogusto agrodolce. E' un'opera divertente, che mescola in modo equilibrato dramma e commedia, con un buon ritmo ed eccellenti caratterizzazioni. Ambientato in Toscana, narra la vicenda di due donne approdate in una comunità terapeutica per pazienti psichiatrici su ordinanza del tribunale: Beatrice, di ascendenze alto borghesi, mitomane che millanta [...] Vai alla recensione »
Il nuovo film di Paolo Virzì si candida fin da subito a costituirsi come women movie assoluto del cinema italiano contemporaneo. E forse anche europeo, come non deve essere sfuggito ai selezionatori di Cannes, di solito poco propensi a infilare - anche in sezioni collaterali - commedie (o "dramedy", detta all'americana) come La pazza gioia. Forse, e probabilmente non osiamo troppo nel prevederlo, questo potrà anche diventare un "queer cult" per gli anni a venire, non fosse altro che per la femminilità un po' sventata e la lunga carrellata di cambi d'abito e di make-up di una Valeria Bruni Tedeschi usata con straordinaria dismisura.
È altrettanto probabile che agli spettatori maschi La pazza gioia possa produrre qualche sentimento di irritazione. Elenchiamo i personaggi del film. Per Donatella: un partner farabutto che non riconosce il figlioletto e etichetta la sua ragazza come una prostituta, e un padre che si sfila dai suoi doveri paterni, sbarca faticosamente il lunario come pianista di orchestrine da bar e molla la figlia in difficoltà; per Beatrice: un ex marito ricco e sordido, che comunque - alla prima occasione - torna a letto con la donna che ha fatto internare, e un amante che le fa pipì in testa da un balcone per umiliarla. Per entrambe: un avventore di un centro commerciale che offre un passaggio in Suv per poi cercare di portarsele in un albergo a ore, e una sfilza di personaggi secondari ostili, imbarazzati, giudicanti, sballati.
Per Virzì queste due donne non sono solo vittime. Sono mezze matte, mercuriali, insopportabili e talvolta pericolose, rovinano tutto quel che toccano e bruciano le seconde occasioni, agiscono in maniera irrazionale e rischiano di spingere il prossimo a liberarsi di loro.
Tra di loro poi - entrambe sofferenti mentali - è tutto un bisticcio, un darsi della "pazza" (ed è una delle cose più divertenti del film), un approfittare l'una dell'altra, una disarmonia di caratteri inconciliabili.
Eppure, nella Pazza gioia e nella fuga che mettono in atto, c'è persino la possibilità che due persone così si riconoscano e si intonino sul dolore dell'essere anormali, e soprattutto che si capiscano in quanto donne, visto che - appunto - molti dei guai che attraversano sono strettamente legati alla negatività dell'universo maschile.
Molto di solito si insiste sulla bravura di Virzì nella scrittura dei i personaggi, nel comprendere la società contemporanea e nella rappresentazione di universi narrativi credibili e autonomi. La sua astuzia (l'ennesimo ricorso alla canzone italiana, questa volta Gino Paoli; certi santini di personaggio tra gli assistenti della comunità terapeutica) non cozza contro sprazzi di verità incontestabili, né stride con una sensibilità fuori dal comune specie nel tratteggio di una donna, Donatella, che assume via via un'umanità commisurata al drammatico racconto delle sue scelte.
La pazza gioia, l'ultimo film di Paolo Virzì, sta raccogliendo molti apprezzamenti. Meritati. Su alcune testate ho riscontrato le "cinquestelle", che è il numero del capolavoro. È la storia di due donne, Beatrice e Donatella, ricoverate in una casa di cura. La prima (Bruni Tedeschi) è un'ex ricca mitomane che vuole comandare tutto e tutti, l'altra (Micaela Ramazzotti), una tossicodipendente, e molto altro, alla quale hanno tolto il bambino per darlo in affidamento. Fuggono dalla comunità e ne combinano di tutti i colori. Ma alla fine, confrontando i reciproci drammi e patologie, riescono a reperire una sorta di deterrente del dolore. Staranno meglio. Si sorride, ci si commuove, si ragiona. Sono i codici di Paolo Virzì, un regista che nel tempo ha saputo cambiare registri, evolversi, porre l'asticella, come si dice, sempre più in alto, e superarla. Nel quadro del cinema italiano lo ritengo una bella eccezione, una delle poche. Davvero bravo.
In questa Pazza gioia, storia al femminile, il regista ha anche mostrato duttilità e ancora intelligenza: si è valso, per la sceneggiatura, di una donna, una collega, e che collega, Francesca Archibugi, che ha sostituito i collaboratori storici.
Fin dai tempi di Ovosodo ho mostrato apprezzamento, soprattutto per una ragione, per una qualità artistica molto rara fra i nostri registi: sa scrivere. Nei dialoghi, soprattutto nel racconto fuori campo, spesso presenta momenti da vero narratore, da romanziere. E, ribadisco, non è poco. Paolo Virzì è arrivato a questo film, quasi perfetto, attraverso un percorso di maturazione "aritmetico". Esplorando, stagione dopo stagione, contenuti primari. E mai casualmente, con un impegno sempre in evoluzione. Con Ovosodo trasferiva vicende strettamene toscane in un quadro più vasto. Con Baci e abbracci toccava la grande letteratura europea: l'ispirazione era "L'ispettore generale" di Gogol. Ricordabile è anche N- Io e Napoleone, da un romanzo di Ernesto Ferrero, dove Virzì, in chiave grottesca, rappresentava la vicenda dell'imperatore esule all'Elba, omologandola alla storia contemporanea. E poi altri titoli, molti, e contenuti mai convenzionali, spesso magnificamente allarmanti. Ma non si può non citare Il capitale umano, il penultimo titolo, che nel quadro dell'evoluzione rappresenta un decisivo salto di qualità. Riprendendo un romanzo dell'americano "west coast" Stephen Amidon, trasferiva la vicenda in uno scenario dell'Italia del nord. Il tema erano la finanza con tutti gli imbrogli relativi, e i rapporti fra fasce diverse. Un film che si emancipava dai modelli medi italiani, provinciali, minimali, ripetitivi.
Beatrice vive in una casa di cura ma ha sempre un'opinione su tutto. Tira avanti a forza di psicofarmaci ma ha la battuta pronta, ottime maniere, un'agenda zeppa di nomi famosi, Armani, George Clooney, Malagò. Infatti sa sempre come cavarsela, o almeno si illude. Ma soprattutto sa rigirare all'istante la frittata trasformando ogni scacco in un successo, ogni fallimento nella prova che aveva ragione [...] Vai alla recensione »