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Il grande Gatsby
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Un film di Baz Luhrmann. Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.
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Titolo originale The Great Gatsby. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 142 min. - Australia, USA 2013. - Warner Bros Italia uscita giovedì 16 maggio 2013. MYMONETRO Il grande Gatsby * * 1/2 - - valutazione media: 2,93 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Un caos opulento all'ombra del sogno americano

di Natalia Aspesi La Repubblica

Film perfetto per l'inaugurazione (naturalmente fuori concorso) di un grande erudito festival mondialpopolare, soprattutto in tempi di crisi non solo cinematografica, ecco finalmente materializzarsi e quindi umanizzarsi, la quarta ma non certo ultima cineversione di "Il grande Gatsby". Già metabolizzata da mezzo mondo per la minacciosa invasione pubblicitaria iniziata mesi fa, 50 milioni di incassi in America nel primo fine settimana, mantiene a suo modo quello che promette, cioè dirompente opulènza, attori celebri belli e bravi, regista temerario quindi chic, schermo immenso e inutile 3D, sonoro fracassone e contemporaneo, un accumulo di ogni tipo di effetto cinematografico, tutto ciò che si è già visto o immaginato di lussuoso, folle, depravato e criminale dell'età del jazz al suo culmine e già avviata verso il precipizio del proibizionismo e della grande depressione. L'autore di quel breve, poetico e crudele romanzo, F. Scott Fitzgerald, forse sarebbe soddisfatto: pubblicato nell'aprile del 1925, vendette solo ventimila copie, con suo grandissimo fastidio, perché adorava essere famoso, soggiomare con i miliardari d'epoca in Francia (anche a Cannes) e guadagnare molto. Dal tempo del libro se ne vendono negli Stati Uniti almeno mezzo milione di copie l'anno, cioè lo comprano i ragazzi, gli stessi cui questa versione è dedicata: con il talento orgiastico del regista australiano Buz Luhrmann, il pallore perlaceo, la vocina proveniente da laggiù dell'attrice inglese Carey Mulligan e soprattutto gli occhi blu di Leonardo DiCaprio, sulle cui paffute guance ogni tanto scivola una lacrima di dolente e folle passione, saranno milioni a riconoscere l'autore nella figura del narratore Nick (Tobey Maguire, occhioni sempre stupefatti). Il povero Scotty, morto a 44 anni nel 1940, umiliato e dimenticato, forse non approverebbe l'ardire di Luhrmann, solo quando colloca il narratore, cioè lui, in un istituto psichiatrico (dove invece fu rinchiusa e morì in un incendio la sua vedova Zelda) alle prese con una psicoterapia che gli impone di scrivere i suoi ricordi, cioè Il grande Gatsby. Che, precipitando nella mente fantasmagorica di Luhrmann e nei 200 milioni di dollari a sua disposizione, diventa un amabile e lussureggiante casino lungo 150 minuti di rutilante melodramma d'amore e diseparazioni sodali, all'ombra del sogno americano. C'è il ricco da generazioni, sprezzante e razzista, con magnifica villa arieggiata da candide tende mosse dal vento ai bordi di una baia luminosa, c'è il nuovo super ricco un po' criminale che anche nella realtà di oggi (come in passato in Quarto potere di Orson Welies) vive in immensi finti castelli carichi di dorature, cose rococò, fontane interne, lampadari da teatro, con centinaia di servitori in livrea; e soprattutto dorme in un letto immenso al centro di una stanza circolare provvista in alto di una balconata guardaroba che contiene migliaia di golf e camicie e tutto il resto: s'immagina l'invidia degli esibizionisti contemporanei. Ci sono i poveri sfruttati che spalano il carbone nella fuliggine assassina e vivono in Capannucce sgangherate, con sullo sfondo l'opulenza sfacciata e immemore di Manhattan. In mezzo, monito allo spettatore, un cartello con occhiali e occhi minacciosi. Il misterioso ultraricco Gatsby vestito Brooks Brothers, elegantissirno anche in completo rosa, si è inventato un passato ma in realtà si è airicchito col crimine, in questo un vero eroe contemporaneo, se non fosse che lo ha fatto per folle amore, per ritrovare Daisy, che ha sposato il ricco ma antipatico e adultero Tom. Daisy e Gatsby si rivedono, pronubo Nick che è ammaliato, come tutti noi, dal fascino di Gatsby in quanto DiCaprio (quando era Alan Ladd o Robert Redford non si smaniava) a 38 anni è nel pieno della sua matura prestanza fisica. Segue tragedia multipla, come sa chi non ha dimenticato il romanzo appunto indimenticabile. Poi si sa come erano gli anni Venti, un classico tuttora inevitabile, pur cercando la produzione di dargli una scossa con gli abiti Miu Miu e la voce di Beyoncé nelle scene di festa: quindi flappers, fox trot, charleston, vita bassa, ghette, capelli alla maschietta, cappellini calcati sugli occhi, trombettisti neri, ragazze sfrontate, tit tap di chorus girls, piume, tuffi notturni in piscina, fontane di champagne. Il problema è che queste feste, che nella loro volgarità devono rappresentare la smania di immemore divertimento, la società corrotta dalla ricchezza facile, lo spreco colpevole, un mondo immorale e in disfacimento, la finta allegria e la vera disperazione dell'ultima notte prima della rivoluzione, non indigna ma neppure diverte più. Le vedremo qui, più tragiche e vere, anche in La grande bellezza di Sorrentino. Le conosciamo dalla cronaca ultracafonal e giudiziaria, dalle feste di matrimonio sgangherate delle showgirl. Le abbiamo viste ieri alla montée des rnarches quando per festeggiare Gatsby una serie di comparse vestita anni Venti ballava malissimamente.
Da La Repubblica, 16 maggio 2013


di Natalia Aspesi, 16 maggio 2013

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