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Un film di Akira Kurosawa.
Con Takashi Shimura, Shinichi Himori, Haruo Tanaka, Minoru Chiaki.
continua»
Titolo originale Ikiru.
Drammatico,
Ratings: Kids+16,
durata 143 min.
- Giappone 1952.
- Cineteca di Bologna
uscita lunedì 13 gennaio 2025.
MYMONETRO
Vivere |
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Malinconico spaccato di un travaglio interiore.
di Great StevenFeedback: 70028 | altri commenti e recensioni di Great Steven |
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| sabato 18 aprile 2015 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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VIVERE (GIAP, 1952) diretto da AKIRA KUROSAWA. Interpretato da TAKASHI SHIMURA, NOBUO KANEJO, MIKI ODAGIRI, SHINICHI HIMORI, MINORU CHIAKI, HARUO TANAKA, BOKUZEN HIDARI, MINOSUKE YAMADA, KAMATARI FUJIWARA, MAKOTO KOBORI, ATSUSHI WATANABE
L’anziano capoufficio di un’istituzione di funzionari statali scopre di avere un tumore allo stomaco che gli permetterà di vivere solo per un altro anno. Nessuno dei suoi colleghi e sottoposti riesce ad aiutarlo, né tantomeno il figlio sposato, che anzi lo disprezza. L’uomo cerca di dare disperatamente un significato ai giorni che gli rimangono e, fallendo miseramente nei rapporti umani e in un conforto famigliare, decide di spendere il tempo che gli resta per tentare di aprire a un gruppo di bambini un’area precipuamente destinata ai loro giochi. Riesce nel suo obiettivo, ma dopo la sua morte soltanto le madri dei pargoletti si ricordano di lui, mentre il sindaco del paese, gli amministratori e le altre autorità burocratiche si attribuiscono il merito dell’impresa e sbeffeggiano la sua memoria. Col termine del suo percorso vitale, compare la gioia di veder cominciare quello degli altri. Intriso di una malinconia esistenziale che rimanda ai migliori romanzi di Dostoevskij, è un film profondamente pessimistico riscattato tuttavia da un anelito di speranza che si concretizza nel sagace equilibrismo fra pathos e sarcasmo, nostalgia e candore, umanità e altruismo. La genuinità dei sentimenti che mette in mostra analizzando la psicologia di ogni personaggio è di caratura inconfutabilmente elevata e valida. Shimura, uno degli attori-feticcio di Kurosawa e certamente il suo partner lavorativo preferito insieme a Toshiro Mifune, dà il meglio nel definire i tratti caratteriali di un uomo afflitto, depresso e combattuto da drammi interiori, ma che trova insperatamente un mezzo per sopravvivere (anche emotivamente) in una lotta nel corso della quale tutti gli sbattono la faccia e c’è una specie di guerra implicita e silente che gli rema contro e quasi complotta per impedirgli di ottenere il suo scopo, innegabilmente umanitario e servizievole. Il regista non è estraneo alla rappresentazione di tragedie che vedono gli uomini assolutamente protagonisti, benché la natura e gli elementi giochino un importante ruolo nel tratteggiare il vuoto immenso che si apre nel cuore di un gruppo di perdenti che non possono fare a meno di popolare un mondo che, per l’appunto, condanna i suoi abitanti ad un’irrimediabile sconfitta. Non a caso il vecchio impiegato sa che sarà costretto a passare a miglior vita in un breve arco di tempo. L’unico contatto che lo rende temporaneamente felice è quello con la ragazza alle sue dipendenze che lo accompagna a fare shopping e pranza insieme a lui in una tavola calda. L’indifferenza sdegnosa del figlio, feritosi da bambino durante una partita di baseball, è esemplare nella raffigurazione di una generazione di uomini che trascurano i propri genitori ritenendoli ancora aggrappati a vetuste convenzioni ormai superate e incapaci di uscire da una spirale di macerazione che consuma l’anima e annichilisce le sensazioni. Parlando in conclusione di questo film riferendoci all’itinerario del suo eccellente regista, si può senza dubbio affermare che l’allora quarantaduenne Kurosawa era già in grado di realizzare pezzi di vita vissuta senza tralasciare i dettagli più oscuri e sardonici che una puntualizzazione emozionale pretende. Esemplificativi sono a tal proposito il cappello bianco del protagonista e la canzone sommessa che canta sottotono prima nel night club e poi sull’altalena del parco giochi, pochi istanti prima di morire. Due metafore eccezionali che restituiscono dignità sia ad una figura cinematografica decisamente caritatevole sia ad una personalità creativa tra le più influenti di tutto il cinema giapponese.
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