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Un film di Akira Kurosawa.
Con Takashi Shimura, Shinichi Himori, Haruo Tanaka, Minoru Chiaki.
continua»
Titolo originale Ikiru.
Drammatico,
Ratings: Kids+16,
durata 143 min.
- Giappone 1952.
- Cineteca di Bologna
uscita lunedì 13 gennaio 2025.
MYMONETRO
Vivere |
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Un travet alla riscossa
di Paola Di GiuseppeFeedback: 25414 | altri commenti e recensioni di Paola Di Giuseppe |
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| sabato 9 gennaio 2010 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Vivere è una meditazione sulla vita e sulla morte di straordinaria profondità. Alle spalle di Kurosawa c’è la lezione di Welles in Citizen Kane,un accostamento a Umberto D è d’obbligo,ma c’è soprattutto la grande narrativa russa,da Gogol a Dostoevskij,senza dimenticare le suggestioni del Faust,a suggerire rimandi ed equivalenze per quest’opera di un regista di grande cultura,capace di muoversi sempre con naturalezza dentro prospettive intellettuali cosmopolite,per raccontarci di popoli e individui con la semplice verità dell’epos di ogni tempo. Watanaba è un travet dell’ufficio civili del Comune,la morte incombe su di lui con un cancro allo stomaco, macchia scura ben visibile nella radiografia che campeggia in apertura sullo schermo. “Nel piloro ci sono evidenti sintomi di un cancro, ma il protagonista della nostra storia non ne sa nulla”dice fredda la voce fuori campo. Ben presto lo saprà anche lui,e all’improvviso il non senso di tutta una vita passata a non vivere gli sfilerà davanti. Con l’angoscia del naufrago che non vede nessuna riva a cui tendere,Watanaba annaspa fra inutili tentativi di fuga,per un recupero in extremis di un tempo e di una gioia che si è negato. Inconsistente alibi la dedizione trentennale al figlio rimasto orfano piccolissimo della madre (ora quel figlio è chiuso nella ottusa indifferenza dei figli affrancati dai padri),squallido bilancio di un lavoro dietro la scrivania ad aumentare pile di scartoffie in cui affogano le istanze di cittadini intrappolati nelle spire della burocrazia,Watanaba tenta di affogare in dosi massicce di sakè e locali notturni il pensiero della morte. L guida un Mefistofele disinteressato ai suoi yen e alla sua anima,donnine allegre di una dolce vita giapponese post-bellica non scalfiscono la sua corazza impacciata;solo Toyo,giovane impiegata del suo ufficio,povera e sorridente,riuscirà involontariamente a fornirgli la chiave per la salvezza:stavolta Rosebud è il coniglietto meccanico di péluche che lei costruisce per la gioia dei bambini. Watanabe ora sa come riscattare la sua vita in cui non c’è più tempo per odiare o arrabbiarsi,ogni ostacolo sarà superato testardamente a capo chino e spalle curve per fare quello che ha deciso:dar corso ad una pratica. Perché di quello si tratta,ma in fondo a questa pratica c’è un giardino che darà fiori,luce e aria alla povera gente del fetido quartiere di Huroecho. In quel giardino Watanaba morirà in una silenziosa notte di neve,dondolandosi sull’altalena mentre canta ancora una volta “La vita è così breve”,con quel timbro di basso che aveva fatto ammutolire tutti, quella volta,al night. Kurosawa riesce a raccontarci una favola mentre ci descrive con amaro realismo e satira pungente un mondo molto vero,con i disastri di un dopoguerra non dissimili da quelli di oggi,una società in cui ottusità,cinismo,rampantismo e servile ossequio mistificatore della verità dominano,e lo fa con enorme sapienza di costruzione filmica,con un montaggio che avviluppa fulminei flash-back sul filo conduttore della storia,crea ritmo narrativo serrato con prolessi e analessi tenute con salda mano a restituire la complessità del reale,punta l’occhio della macchina su frequentissimi primi piani dei volti,con una carica espressionista da choc emotivo per lo spettatore. Nessun patetismo,Watanabe è un eroe molto chapliniano,la vita non è meravigliosa per Kurosawa,ma la voglia di far qualcosa e viverla,comunque,può anche starci,piuttosto che affogare fra pratiche inevase
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