mauridal
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domenica 26 gennaio 2014
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quando un dolore per una morte,si fa carne sangue
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Quando un dolore per una morte, di una persona cara , un figlio, un genitore, un grande amore, si fa insopportabile , allora si può tramutare da sentimento immateriale, in carne e sangue, per dire così che il dolore, oltre che l’animo colpisce il corpo tutto ,fino a consumarlo. Dunque il film “ SANGUE” di Pippo Delbono, attore e drammaturgo, prova a raccontare con le immagini del cinema diretto, reale , crudo e a tratti spietato, tutto il dolore di due uomini per la morte delle persone a loro più care. Due uomini lontani per temperamento , scelte e percorsi di vita, ma due uomini che si incontrano per raccontarsi , per tentare di affrontare il ricordo della scomparsa di due distinti e differenti affetti.
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Quando un dolore per una morte, di una persona cara , un figlio, un genitore, un grande amore, si fa insopportabile , allora si può tramutare da sentimento immateriale, in carne e sangue, per dire così che il dolore, oltre che l’animo colpisce il corpo tutto ,fino a consumarlo. Dunque il film “ SANGUE” di Pippo Delbono, attore e drammaturgo, prova a raccontare con le immagini del cinema diretto, reale , crudo e a tratti spietato, tutto il dolore di due uomini per la morte delle persone a loro più care. Due uomini lontani per temperamento , scelte e percorsi di vita, ma due uomini che si incontrano per raccontarsi , per tentare di affrontare il ricordo della scomparsa di due distinti e differenti affetti. Il primo uomo è lo stesso Delbono che con la sua piccola telecamera e il telefonino, documenta tutto il tempo reale che trascorre affianco alla madre amatissima ,mentre lentamente sopraggiunge la sua malattia. E poi la morte. E’ un racconto questo che intimamente riguarda il regista attore e voce narrante ,ma che ci comunica attraverso le immagini il suo mondo di affetti e di vita reale con di tutte le sfumature del dolore che sta attraversando in quella fase della sua esistenza.
Una messa a nudo dell’anima dell’uomo e dell’artista che nel teatro cerca il motivo della sua ragione d’essere. Tutt’altra storia è il secondo personaggio, anch’egli reale e provato dal dolore della vita, ma in una dimensione pubblica e disperatamente politica, poichè si tratta di Giovanni Senzani professore di criminologia ideologo e militante delle ex Brigate Rosse, la cui storia passata non viene raccontata, ma solo ripresa nel presente dopo la scarcerazione per aver scontato la pena a 17 anni di carcere. Anche qui Delbono incontra il dolore dell’uomo che ormai anziano perde la sua compagna di vita ,morta di tumore ma che non lo aveva mai abbandonato sia in latitanza che in carcere. Questa singolare coincidenza tra le due vite porta ad un racconto comune, e parallelo che inizia con l’incipit del film dove viene filmato il funerale del brigatista Gallinari, e in un paesaggio di neve e di nebbia l’artista Delbono e l’ex BR Senzani si ritrovano e per un gioco del destino si racconteranno le rispettive dolorose perdite di due donne Margherita e Anna , una madre e una compagna di vita che morendo lasceranno sperduti i loro affetti. Forse il vero protagonista del film è proprio il senso del perduto, vite e speranze perse e lontane , irripetibili e indimenticabili. Il cinema di Delbono è minimale, scabro ,ripreso in diretta , con i suoni e le parole reali. Una realtà che solo l’Arte può trasformare, e a dispetto delle ideologie. mauriziodalessio
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uncane
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sabato 25 gennaio 2014
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non si urla così
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Ma no, dai. Il poeta dov'è? Un poeta crea qualcosa attraverso cui comunicare un dolore che è suo e che diventa universale. Qui Del Bono non crea nulla, mostra tutto. E non direi che lo fa sulla propria pelle, quanto su quella di sua madre. Un poeta utilizza anche una forma, un'estetica, che lo rende appunto poeta. Perchè questa voglia voyeristica di "reale", di "vero"? Il "poeta" potrà anche urlare come e quando gli pare, come tutti del resto, ma il suo urlo dovrebbe essere qualcosa di più, altrimenti l'urlo è molesto, non interessa, non coinvolge.
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uncane
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sabato 25 gennaio 2014
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ma anche no
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La cosa più incredibile di questo film è che è stato girato, montato e distribuito (poco). Comunque proiettato e visto.
La domanda è: perché? E' semplicemente inguardabile. La disastrosa qualità di audio e video non sono assolutamente, come in altri casi, supportate o giustificate da uno stile. Il montaggio completa l'orrore, ma fin qui, tutto potrebbe essere motivato da un contenuto. Il contenuto però è un arrogante auto voyerismo dell' autore, che coinvolge anche la povera madre morente e poi morta.
Non c'è alcun distacco artistico nella narrazione di Del Bono, e questo potrebbe suonare come qualcosa di avanguardista o che so io, ma no, è solo un delirio fatto male. Poesia non ce n'è, perchè un poeta elabora, non spiattella se stesso e gli altri così come sono, ripresi pure male.
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La cosa più incredibile di questo film è che è stato girato, montato e distribuito (poco). Comunque proiettato e visto.
La domanda è: perché? E' semplicemente inguardabile. La disastrosa qualità di audio e video non sono assolutamente, come in altri casi, supportate o giustificate da uno stile. Il montaggio completa l'orrore, ma fin qui, tutto potrebbe essere motivato da un contenuto. Il contenuto però è un arrogante auto voyerismo dell' autore, che coinvolge anche la povera madre morente e poi morta.
Non c'è alcun distacco artistico nella narrazione di Del Bono, e questo potrebbe suonare come qualcosa di avanguardista o che so io, ma no, è solo un delirio fatto male. Poesia non ce n'è, perchè un poeta elabora, non spiattella se stesso e gli altri così come sono, ripresi pure male. Manca da qualsiasi angolazione un minimo di rispetto per l'arte e per il pubblico. Non c'è forza nelle sue immagini perchè suscitano solo repulsione, ma non verso i pretesi contenuti, ma nei confronti dell'autore stesso.
Che parla di sè, e di poco altro, in maniera nauseabonda. Perchè utilizzare il video per raccontare qualcosa se poi si mortifica l'immagine, il suono, e lo spettatore, costretto a seguire due minuti di primo piano su un cellulare o altrettanti per una bara che viene chiusa? Tutto questo non scatena nemmeno una piccola emozione. Auto riprendersi mentre piange per la madre deceduta, per una lunghissima inquadratura, ma perchè? Per "mettersi a nudo"? Ma per favore, anche no, basta con questa "realtà", spiattellata e brutta. La creatività dell'artista, quella dov'è? Vedo solo compiacimento, nel mostrare il proprio dolore, con l'aggravante di essere presuntuoso. E poi Senzani, comparsa a scomparsa del film, ci regala verso la fine un boccone della sua storia, per il resto sono solo lunghe sequenze di nulla, e ci sbatte dentro pure l'Aquila en passant. Non si può pensare che per realizzare un'opera interessante sia sufficiente accendere una telecamera, nemmeno se davanti alla mamma che muore. Vergogna.
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riccardo tavani
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domenica 12 gennaio 2014
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doppio giro di vite nel cinema come poema
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Si dovrebbe guardare al cinema di Pippo Delbono come a un unico spazio poetico-narrativo, fatto di canti, proprio come in un poema. Questo di Sangue è fin qui il canto più scabroso, sia per il tema-girone in cui ci fa scendere, sia per le due figure che ci mette nella carne viva e negli occhi. Il tema di questa cantica è quello della morte. La prima figura è quella della vecchia madre del poeta, che e-sangue scivola, prima bisbigliante poi sempre più muta, dal letto di casa a quello d’ospedale, all’esposizione nella camera mortuaria, al gorgo meticolosamente piombato di una bara. La seconda figura è quella visceralmente repulsiva nell’inconscio pubblico, ancora oggi, di Giovanni Senzani. Capo delle Brigate Rosse nel sangue acceso del suo capitolo finale, è responsabile anche dell’esecuzione di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio, in un luogo desolato e sporco della periferia romana. Al tema per sé già scabroso della morte, viene aggiunto, dunque, un lacerante doppio giro di vite. Delbono, infatti, filma, e mette poi sulla scena pubblica di uno schermo cinematografico l’osceno spogliarsi, denudarsi del sangue e di se stesso dell’essere umano – e di quel particolare, ancestrale umano che la madre – e ridà sangue e voce, nelle stesse immagini e parole, alla memoria di chi ha decretato morte efferata. Questa doppia scelta drammatica è altrettanto visceralmente contestata a Delbono. Ci domandiamo, però, al di là delle motivazioni e intenzioni dell’autore – che non dobbiamo e vogliamo per forza conoscere –, se più pornografico eticamente ed esteticamente insopportabile non sarebbe proprio stato un canto poeticamente patetico della morte, sia nel suo aspetto più intimo che in quello dello spazio civile, della res publica. Quale autentico poema può subdolamente occultare un suo lato, un suo canto rischiosamente più scosceso? Il poeta ci mette davanti all’osceno abissale che la morte è per la coscienza e la ragione dell’Occidente, tessendolo anche dei riverberi poetici e filosofici dell’Oriente, nella fattispecie del Buddismo. Il poeta può, deve emettere il grido, l’urlo – ci dice Delbono –, così come Munch può dipingerlo sulla sua tela. L’urlo della morte impartita come sacramento folle, che torna ricorsivo nel dormiveglia di Senzani nell’alba livida della coscienza. Non chiedetene al poeta la ragione, l’interpretazione dell’urlo. Delbono sceglie qui una delle vie più ostiche e abrasive di mostrare-testimoniare cosa sia davvero, per la nostra visione-cultura, la morte. E lo fa sulla propria pelle, nel vivo della propria carne e sangue, perché la i nostri paradigmi ottico-interpretativi, siano drasticamente messi di fronte alla sua verità non pateticamente aggirabile ed edulcorabile. La forza che sanno esprimere le immagini e la voce, il pensiero danzante, poetante di Pippo Del Bono, in questo come nei suoi precedenti canti filmici, è tale da poter riunire attorno a sé una comunità di senzienti e di aprire una nuova possibilità, una nuova speranza al significato del cinema come spazio co-sentire e dello stare insieme.
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