L'influenza del Batman di Nolan su 007.
di Roy Menarini
Salutato da un immenso successo internazionale, e rinato per l'ennesima volta dalle sue ceneri, il personaggio di James Bond sembra subire con Skyfall una variazione molto profonda. Intendiamoci, di 007 in via di rottamazione e ormai ospiti indesiderati di un mondo post-guerra fredda se ne erano già visti, almeno il Connery invecchiato di Mai dire mai e gli ultimi due episodi della serie con Pierce Brosnan, dove si sfiorava persino il tema della depressione dell'agente. Non parliamo poi di parodie dirette e indirette, nate fin dai tempi del primo Casino Royale con Woody Allen.
Stavolta, però, Sam Mendes e i suoi sceneggiatori si spingono più in là. A questo giro, ci vengono narrate persino le origini di Bond - con buona pace dell'incipit del recente Casino Royale, che ci mostrava solamente i primi omicidi mirati dell'agente, commessi per guadagnare i due numeri zero. E Bond somiglia sempre di più ai supereroi tormentati del cinefumetto contemporaneo, i protagonisti oscuri e lacerati di un mondo illeggibile e rovinoso. Atto di coraggio, non c'è che dire, che passa attraverso una revisione iconografica (niente più esotismo da melodramma, piuttosto luci livide e ambienti depressi), e una di personaggio (007 alle prese con gli acciacchi, le paure e la perdita di genitori veri e simbolici). Detto questo, tuttavia, bisogna andare a scoprire le carte e comprendere le strategie narrative messe in gioco.
E qui, almeno per chi scrive, nascono altrettanti dubbi. La perplessità principale risiede nell'evidente, e a tratti imbarazzante, debito che Skyfall paga alla trilogia di Batman ideata da Nolan. A ben pensarci, il Silva interpretato da Javier Bardem assume le sembianze di un folle terrorista dal volto sfigurato, un mix di Joker e Bane. L'attacco alla metropoli e al cuore dell'ordine costituito ricorda palesemente l'attacco ai simboli di Gotham di Il cavaliere oscuro - Il ritorno, con tanto di tutori del bene pubblico che si rifugiano nel sottosuolo della città. Come ogni supereroe che si rispetti, di Bond si devono poi raccontare le origini, e - come Batman - l'orfanità è tratto distintivo. Il "castello" di 007, nominato appunto Skyfall, diventa in poche sequenze il grattacielo di Wayne: spuntano fuori in due minuti una specie di maggiordomo (qui Albert Finney, là Michael Caine), e persino la bat-caverna, anzi la bond-caverna.
Ora, sarebbe davvero ingenuo accusare Skyfall di adulterare i tratti originali di Fleming: 007 come personaggio ne ha già passate troppe per sollecitare ancora qualsivoglia purismo, e del resto già Umberto Eco lo classificava nel novero dei protagonisti dell'industria culturale anni Sessanta, insieme a Superman e alla fantascienza. Pur tuttavia, un Nolan senza Nolan - ancorché corretto a colpi di ironia - lascia sul campo molti spunti irrisolti e offre l'impressione di una metamorfosi forzata, con altrettanti sospetti su quanto di realmente positivo e vitale si nasconda nella insistita celebrazione del passato e dei vecchi eroi contro il nuovo che avanza.