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reservoir dogs
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mercoledì 27 ottobre 2010
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la voce di dio
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Il complesso rapporto tra padre e figlio in una situazione estremamente avversa, l'insegnamento che il genitore da al figlio sul bene e sul male sul "portare il fuoco", così mi sento di riassumere "The Road".
L'insegnamento del padre risulta difficile in quel determinato contesto infatti come il figlio non è solo insegnante ma anche alunno.
Il padre non ha perso la speranza, continua a combattere ma è di conseguenza estremamente diffidente.
Il figlio sa ma forse non capisce oppure non vuole credere che non vi sia nessun'altro con quel "fuoco"dentro di se.
Secondo il padre infatti o il bambino è la voce di Dio oppure Dio non ha più il verbo.
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Il complesso rapporto tra padre e figlio in una situazione estremamente avversa, l'insegnamento che il genitore da al figlio sul bene e sul male sul "portare il fuoco", così mi sento di riassumere "The Road".
L'insegnamento del padre risulta difficile in quel determinato contesto infatti come il figlio non è solo insegnante ma anche alunno.
Il padre non ha perso la speranza, continua a combattere ma è di conseguenza estremamente diffidente.
Il figlio sa ma forse non capisce oppure non vuole credere che non vi sia nessun'altro con quel "fuoco"dentro di se.
Secondo il padre infatti o il bambino è la voce di Dio oppure Dio non ha più il verbo.
La cinepresa è così vicina ai personaggi da farci sentire il loro dolore, credo vi sia una forte fisicità in questo film.
Mi sento di consigliare di vedere a chi è piaciuto questo film "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica e "Viaggio a Tokyo" di Yasujiro Ozu.
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levo95
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martedì 3 maggio 2011
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così finisce il mondo - prova superata
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"The Road" è la storia di un padre (Viggo Mortensen, A History of Violence, Il signore Degli Anelli) e di suo figlio (Kodi Smith-McPhee, Let Me In) in lotta contro la natura e il resto dell'umanità per sopravvivere. Film corredato da scene particolarmente forti, non tanto per la violenza visiva ma quanto per le tematiche trattate, che ci regala un grande Viggo Mortensen e ci fa conoscere il giovane Kodi Smith-McPhee, che conduce un'interpretazione straordinaria. Il giovane talento australiano, interpreta il personaggio del bambino con tutta la passione dovuta (incredulità, curiosità, desiderio di morte). Il padre e il figlio dovranno attraversare l'America con una revolver e due colpi in canna, una pallottola a testa, sperando di non doverla mai usare.
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"The Road" è la storia di un padre (Viggo Mortensen, A History of Violence, Il signore Degli Anelli) e di suo figlio (Kodi Smith-McPhee, Let Me In) in lotta contro la natura e il resto dell'umanità per sopravvivere. Film corredato da scene particolarmente forti, non tanto per la violenza visiva ma quanto per le tematiche trattate, che ci regala un grande Viggo Mortensen e ci fa conoscere il giovane Kodi Smith-McPhee, che conduce un'interpretazione straordinaria. Il giovane talento australiano, interpreta il personaggio del bambino con tutta la passione dovuta (incredulità, curiosità, desiderio di morte). Il padre e il figlio dovranno attraversare l'America con una revolver e due colpi in canna, una pallottola a testa, sperando di non doverla mai usare. Non di certo un capolavoro, ne un film particolarmente importante, ma impreziosito da interpretazioni intense. Consigliato per chi vuole conoscere un attore che farà di certo molta strada, Kodi Smith-McPhee.
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emilio zampieri
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mercoledì 4 gennaio 2012
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una candela nelle tenebre
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Spiace che The Road, il film, sia stato un mezzo fiasco a causa del fatto che è “troppo deprimente” (si pensava addirittura di non farlo passare nelle sale italiane). Se il film è deprimente, è perché lo è il romanzo. E “deprimente” non deve essere un giudizio di valore. Lo sono anche molte canzoni di De Andrè. E chi potrebbe a ragione sostenere che un film dell’orrore è orribile, solo perché è dell’orrore? The Road, al contrario, è un bellissimo film. Parte da un’idea originale e intelligente (grazie al libro di Cormac McCarthy); riesce a mantenere la tensione dello spettatore al giusto livello, pur optando, opportunamente, per ritmi lenti; crea scenari di grande fascinazione; trova nell’interpretazione di Viggo Mortensen una profondità e un calore che ben contrastano con i piatti e freddi paesaggi: nella figura del padre, un tenero e instancabile amore in mezzo a un abisso di angoscia e terrore; si avvale di un’ispiratissima colonna sonora, dove Nick Cave ha egregiamente lavorato di sottrazione.
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Spiace che The Road, il film, sia stato un mezzo fiasco a causa del fatto che è “troppo deprimente” (si pensava addirittura di non farlo passare nelle sale italiane). Se il film è deprimente, è perché lo è il romanzo. E “deprimente” non deve essere un giudizio di valore. Lo sono anche molte canzoni di De Andrè. E chi potrebbe a ragione sostenere che un film dell’orrore è orribile, solo perché è dell’orrore? The Road, al contrario, è un bellissimo film. Parte da un’idea originale e intelligente (grazie al libro di Cormac McCarthy); riesce a mantenere la tensione dello spettatore al giusto livello, pur optando, opportunamente, per ritmi lenti; crea scenari di grande fascinazione; trova nell’interpretazione di Viggo Mortensen una profondità e un calore che ben contrastano con i piatti e freddi paesaggi: nella figura del padre, un tenero e instancabile amore in mezzo a un abisso di angoscia e terrore; si avvale di un’ispiratissima colonna sonora, dove Nick Cave ha egregiamente lavorato di sottrazione. Le (poche) scene che profumano vagamente di horror, non cadono mai nel cattivo gusto. Non ci sono esagerazioni, non ci sono fronzoli: tutto è necessario.
Una storia che fa molto riflettere, con la mente e col cuore. Un film scarno, solido, duro, bello come una roccia di grafite.
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spacexion
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mercoledì 9 maggio 2012
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agghiacciante poesia d'amore
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Il sipario si è chiuso sulla civiltà, il mondo è finito. Una apocalisse totale, assoluta, spietata si è abbatuta sull'umanità, spazzando via ogni segno tangibile di civiltà, fin dentro le anime dei sopravvissuti. Bande di selvaggi dediti al cannibalismo, madri che scelgono il suicidio alla sopravvivenza, uomini come bestie senza altri scopi se non cibarsi, in un modo o nell'altro. "The Road", all'incrocio tra fantascienza e horror, racconta una agghiacciante storia di amore e disperazione. Pervaso da un senso di realismo straniante, lo spettatore è trascinato per quasi due ore in un viaggio terrificante perché mai al cinema l'Apocalisse è stata descritta in modo così vero e possibile.
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Il sipario si è chiuso sulla civiltà, il mondo è finito. Una apocalisse totale, assoluta, spietata si è abbatuta sull'umanità, spazzando via ogni segno tangibile di civiltà, fin dentro le anime dei sopravvissuti. Bande di selvaggi dediti al cannibalismo, madri che scelgono il suicidio alla sopravvivenza, uomini come bestie senza altri scopi se non cibarsi, in un modo o nell'altro. "The Road", all'incrocio tra fantascienza e horror, racconta una agghiacciante storia di amore e disperazione. Pervaso da un senso di realismo straniante, lo spettatore è trascinato per quasi due ore in un viaggio terrificante perché mai al cinema l'Apocalisse è stata descritta in modo così vero e possibile. Un padre conserva la fede: è forse l'utlimo uomo sulla terra a credere in Dio. Non senza dubbi, non senza tentennamenti: se è lui l'ultimo uomo (sottinteso di fede) della terra, come saperlo? E se è l'ultimo, a che pro continuare a credere, se non vi è più nessuno a cui trasmettere il proprio credo, con cui condividerla? Padre e figlio errano in un mondo desolato, verso sud, verso degli imprecisati "buoni", forse sopravvissuti ancora civilizzati di cui il padre avrebbe avuto notizia. Poco importa se reali o meno: una speranza verso cui andare. Il loro viaggio diventa soprattutto un lungo percorso di formazione, e di conservazione della dignità umana: come distinguere il bene dal male in un mondo selvaggio? Come conservare la fede senza un domani? Come avere degli ideali quando l'unico ideale possibile, urgente e ineluttabile è cibarsi? La poesia di The Road è tutta racchiusa in questo semplice bisogno del padre: trasmettere la sua fede e con essa l'amore per la vita a suo figlio, prepararlo al giorno in cui resterà solo a chiedersi a sua volta se egli è, forse, l'ultimo uomo sulla terra.
Ambiguo e originale finale che appaga sia i produttori, amanti degli happy end per ovvii motivi commerciali, che i palati più fini desiderosi di un finale magari amaro ma coerente. Il figlio ormai solo pare aver raggiunto la salvezza: ma è vera salvezza? Le battute finali lasciano chiaramente intendere che nessuno può dirlo con certezza, né il protagonista né lo spettatore.
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elia andreotti
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martedì 13 novembre 2012
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per la strada
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Per la strada ci si può perdere. Soprattutto se questa ha perso anima e moralità in un turbinio di sofferenza ed angoscia durato ormai 14 anni. Questo è infatti il periodo che separa la storia di The Road dall'apocalisse ignota che ha sconvolto il mondo e i suoi abitanti. Ma l'apocalisse è stato solo il principio; è adesso che il mondo sta iniziando a rotolare verso una china in sola discesa, lasciando senza speranza i pochi sopravvissuti: pochi uomini, qualche animale, nessuna pianta. E' da qui che inizia la storia di un viaggio (sia interiore che esteriore) di due persone, padre e figlio, il cui unico scopo è quello di vivere il presente, senza né passato né futuro, che hanno scelto di dimenticare.
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Per la strada ci si può perdere. Soprattutto se questa ha perso anima e moralità in un turbinio di sofferenza ed angoscia durato ormai 14 anni. Questo è infatti il periodo che separa la storia di The Road dall'apocalisse ignota che ha sconvolto il mondo e i suoi abitanti. Ma l'apocalisse è stato solo il principio; è adesso che il mondo sta iniziando a rotolare verso una china in sola discesa, lasciando senza speranza i pochi sopravvissuti: pochi uomini, qualche animale, nessuna pianta. E' da qui che inizia la storia di un viaggio (sia interiore che esteriore) di due persone, padre e figlio, il cui unico scopo è quello di vivere il presente, senza né passato né futuro, che hanno scelto di dimenticare.
Un pianoforte inizia a suonare una lenta melodia, sorvolando i vuoti e le terre aride della malinconia; tutto è grigio, dalle foglie all'acqua, il colore dell'abbandono. Al pianoforte si aggiungono altri strumenti, rendendo la sinfonia ritmata una struggente polifonia, indirizzando subito lo sguardo ancora carico di speranza nel baratro dell'infinita perdita; è da subito chiaro che sulla strada non vi è la possibilità di salvezza: tutto è dannato, tutto è malato, destinato ad una lenta agonia di morte. Se non bastasse l'impatto visivo arriva un voce a confermarlo; polvere, cenere, decadenza, roghi, cannibalismo,... tutto questo serve a far sprofondare lo spettatore in una spaccatura di angoscia che non potrà far altro che continuare a peggiorare per le quasi due ore che sorreggono il film.
Dopo un intro poetica che serve a presentare il mondo creato da Hillcoat, l'incedere risulta essere più altalenante, proprio come quella strada che ha ormai perso pelle e organi, restando con solo un nome e un pugno di illusioni per chi la percorre. La via è a sud; la via è dovunque, ma non qui. Qui vi sono solo terra e pompe di benzina vuote. Ma nel percorso si incontrano discese e salite, alcune più dolci ed altre più affamate; è proprio qui che si incontra il vero terrore, la vera paura della vita, che può scappare via in qualsiasi momento, portandosi via tutto. Essa non accetta suppliche, essa vuole solo carne e un paio di suole su cui viaggiare. I perduti cercano la fede in qualche disegno divino, modellando ognuno su se stesso le figure di buoni e cattivi; non vi è però più dialogo nelle terre della disperazione e proprio da qui nascono le incomprensioni che portano a peggiorare uno stato già di perenne caduta.
La più pura delle realtà del mondo può essere affascinante e spaventosa allo stesso tempo, e Mortensen ed il piccolo McPhee hanno dato la prova di poterlo mostrare senza doverlo far vivere di persona allo spettatore, che però riesce a provare comunque freddo e fame attorno ad un falò tra le ceneri di una civiltà che non c'è più. Peccato per alcune svolte più surreali e un po' troppo ottimistiche e per un finale eccessivamente buonistico che riesce a far nascere un po' di speranza anche nella terra che ne è priva.
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angelo umana
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mercoledì 4 settembre 2013
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lupi famelici senza futuro
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Lupi famelici senza futuro sono diventati gli uomini, quei pochi che ancora si aggirano sulle strade americane, sopravvissuti a una catastrofe incomprensibile, ma che deve essere qualcosa di molto simile alla fine del mondo. Derubano e uccidono oppure vagano verso mete improbabili, in un paesaggio cinereo – scene a colori sono solo quelle in cui il protagonista ricorda la sua vita com’era – disseminato di cadaveri dove tutto è distrutto e cadente. Gli strumenti che rendevano comoda ed efficiente la civiltà occidentale, le auto, le costruzioni, le strade, sono precocemente fatiscenti.
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Lupi famelici senza futuro sono diventati gli uomini, quei pochi che ancora si aggirano sulle strade americane, sopravvissuti a una catastrofe incomprensibile, ma che deve essere qualcosa di molto simile alla fine del mondo. Derubano e uccidono oppure vagano verso mete improbabili, in un paesaggio cinereo – scene a colori sono solo quelle in cui il protagonista ricorda la sua vita com’era – disseminato di cadaveri dove tutto è distrutto e cadente. Gli strumenti che rendevano comoda ed efficiente la civiltà occidentale, le auto, le costruzioni, le strade, sono precocemente fatiscenti. Un papà e il suo bambino vanno verso il mare, la mamma, che pure glielo ha suggerito, ha rinunciato a intraprendere quel viaggio, si è lasciata morire perché, diceva, “non mi basta sopravvivere” e comunque molte altre famiglie lo facevano, lasciarsi morire piuttosto di intraprendere un vagare senza speranza.
Ma togliersi la vita è un lusso che non possiamo e non dobbiamo permetterci. Questo papà dà speranza al figlio o da lui soprattutto ne trae, lo convince che ci sono ancora i buoni, quelli che hanno il fuoco dentro. Il bambino, è scritto nel libro di Cormac McCarthy (premio Pulitzer 2007), “era la sua garanzia. Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”. E’ dunque anche un film d’amore tra padre e figlio, e il lungo tragitto è anche preparazione alla vita – quale che sarà, in luoghi da post fine del mondo – e si scambiano amore reciproco come nessun verbo di Dio potrebbe mai. D’altra parte Dio, se ve n’è uno, dice il vecchio decrepito che incontrano sulla loro strada (nientemeno che Robert Duvall), “ci ha voltato le spalle”. E’ sempre il vecchio a dire che “c’erano stati dei segnali” premonitori di quel disastro, forse l’umanità non meritava più un mondo e forse di lupi famelici il mondo in effetti è già ora abitato. Il libro e il film ne potrebbero essere una rappresentazione esacerbata.
E’ il bambino la speranza, è lui che dà la mano al vecchio, e cibo, il vecchio ha creduto di star sognando quando ha rivisto un bambino, credeva fosse un angelo. A lui pian piano tocca preoccuparsi di suo padre, sempre più malandato ogni giorno che passa, ma i giorni e le stagioni ormai non contano, non ci sono più calendari. Il bambino ha portato con sé qualche oggetto della sua vita precedente, come un orsacchiotto e la forcina per capelli della mamma, per la sua stessa natura e per l’umanità che ancora possiede è proteso alla vita, vorrebbe ancora giocare quando intravvede un bambino.
Che in questo clima da fine della civiltà il bambino possa incontrare una nuova famiglia è inverosimile ma è anch’esso un atto di speranza, un approdo a quel peregrinare, che McCarthy ha previsto nel suo libro, di cui il film è rappresentazione fedele. Film di John Hillcoat a lungo non comprato fuori dagli Usa perché ritenuto troppo deprimente, in realtà lascia solo buone sensazioni.
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nanni
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mercoledì 18 marzo 2015
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the road
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E' successo qualcosa che in un attimo ha cancellato memoria, presente e forse futuro.
Alcuni propenderebbero per una interpretazione che vedesse come responsabile la mano diretta dell'uomo.
Una catastrofe nucleare o roba del genere siamo portati ad immaginarla.
Forse anche un cataclisma.
In realtà non è detto né accennato.
Questo all'autore non interessa o forse interessa poco.
Comunque, un accadimento che ha avuto l'effetto di azzerare la storia umana ed ambientale ributtandoci in una sorta di "primordialità" senza speranza, (non è la primordialità degli inizi) siamo alla fine.
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E' successo qualcosa che in un attimo ha cancellato memoria, presente e forse futuro.
Alcuni propenderebbero per una interpretazione che vedesse come responsabile la mano diretta dell'uomo.
Una catastrofe nucleare o roba del genere siamo portati ad immaginarla.
Forse anche un cataclisma.
In realtà non è detto né accennato.
Questo all'autore non interessa o forse interessa poco.
Comunque, un accadimento che ha avuto l'effetto di azzerare la storia umana ed ambientale ributtandoci in una sorta di "primordialità" senza speranza, (non è la primordialità degli inizi) siamo alla fine.
L'autore il giorno dopo una catastrofe assoluta ci fa vedere l'uomo così com'è, come è sempre stato, uno spietato predatore (gli uomini mangiano gli uomini).
Mostrando quella vocazione distruttiva spazza via ogni dubbio su qualsiasi altra ipotesi intorno all'essenza vera dell'essere umano.
E' una resa dei conti in cui appare chiaro che nella storia delle relazioni che hanno preceduto quei giorni l'uomo abbia, al massimo della sua esperienza del suo percorso di "emancipazione", ritualizzato, quell'unica "vocazione".
Sopravvive solo in forma "umana" , dopo che la moglie-madre si è suicidata, ( suicidio che simboleggia l'unica possibilità di sfuggire ad una condizione umana abominevole) il rapporto padre-figlio, in un susseguirsi di giorni sempre uguali nei gesti e negli stati d'animo, che evocano l'inutilità disperante dell'esistenza.
Attraverso questa "strana visione" l'autore ci mette davanti ad un'esperienza essenziale che sfrondata di tutto l'inutile delle nostre vite ci conduce dentro un percorso che definirei mistico, come se il senso del nostro "viaggio" risiedesse in un territorio che è stato è e sempre sarà ignoto e ineluttabilmente angosciante.
il film appena discreto è tratto da un grandissimo e davvero imperdibile romanzo di Cormac Mccarthy.
ciao Nanni
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giugy3000
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giovedì 12 gennaio 2012
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la strada verso una nuova umanita'.
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Immaginatevi un presente opprimente senza la luce del sole, costretti a convivere con la costante certezza che del vostro passato rimangono solo macerie che stentate a riconoscere, privi di un qualsiasi futuro dove giorno e notte si assomigliano.In questo scenario alla fine del mondo due minuscole creature umane rispetto alla mastodontica desolazione, un padre e un figlio, continuano imperriti a camminare su una strada che li condurrà verso il sud del loro paese,per godere degli ultimi raggi di un sole eclissato da anni.Nella post-apocalisse di McCarthy da cui il film trae minuziosamente spunto il padre e il suo bambino non hanno età, non hanno un nome proprio, non conoscono la stagione in cui stanno vivendo, che ora sia e soprattutto quante ore o giorni sopravviveranno ancora.
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Immaginatevi un presente opprimente senza la luce del sole, costretti a convivere con la costante certezza che del vostro passato rimangono solo macerie che stentate a riconoscere, privi di un qualsiasi futuro dove giorno e notte si assomigliano.In questo scenario alla fine del mondo due minuscole creature umane rispetto alla mastodontica desolazione, un padre e un figlio, continuano imperriti a camminare su una strada che li condurrà verso il sud del loro paese,per godere degli ultimi raggi di un sole eclissato da anni.Nella post-apocalisse di McCarthy da cui il film trae minuziosamente spunto il padre e il suo bambino non hanno età, non hanno un nome proprio, non conoscono la stagione in cui stanno vivendo, che ora sia e soprattutto quante ore o giorni sopravviveranno ancora. Essi vivono costantemente sulla difensiva: devono combattere il freddo, la scarsità di cibo e la loro stessa vita, messa continuamente a repentaglio da bande di briganti soprannominati "i cattivi" che si sono spogliati di ogni forma di dignità e hanno ceduto al cannibalismo. Perchè dunque non cedere alla più banale e facile forma di liberazione da tutto questo orrore e non suicidarsi? No,loro sono i protagonisti di una missione ai confini del tempo e dello spazio, due figure messiniache e in parte prometeiche, loro sono "i buoni", i portatori del fuoco sia in senso fisico (sempre alla ricerca di nuovi posti in cui fare falò e riscaldarsi) sia in senso metaforico, dove nel cuore la scintilla della speranza non riesce a spegnersi nemmeno quando incorrono nella più brutali scene a cui un uomo possa assistere. Un viaggio quindi per dimostrare a se stessi e a un Dio che se probabilmente esiste è piu brutale dei cannibali stessi, che l'uomo è ben più di un ammasso di carne e ossa alla ricerca di calore e cibo, ma è anche e soprattutto fatto d'amore. Il padre è un uomo buono ma poco accondiscente verso l'altruismo,il bambino invece possiede tutti i tratti di un nuovo Gesù, attento ai bisogni dell'altro nonostante le gravissimi condizioni in cui sono, cuorioso, generoso al punto di non bere e non mangiare se anche il padre non abbia beneficiato dei suoi stessi doni di sussistenza.Singolare è poi la scelta del simbolo del carrello, unico "mezzo" che i due protagonisti continuano a trascinare con loro lungo la strada con i pochi averi che ancora posseggono. Il carrello, simbolo per eccellenza di un Occidente ricco e pasciuto segnato dal consumismo è qui depravato e riempito da cose e cibi rinvenuti nel nuovo supermercato dell'Apocalisse: la spazzatura. Un film che grazie sicuramente alla bravura di ogni singolo interprete riesce ad ammutolirci del tutto, perchè a fine visione ci si rende conto della vanità delle parole che si avrebbero da dire e c'è spazio solo per l'angoscia kierkegaardiana: quella di qualcosa che ancora non c'è ma di cui si sente l'arrivo al punto da poterne fiutare l'odore nell'aria. Ciò che si deve far proprio è analizzare è il viaggio,non più verso i luoghi ignoti per trovare la felicità o quelli rassicuranti verso la propria casa, ma verso un presente senza fine in cui l'esercizio più difficile è quello di intrappolare i ricordi benevoli per non dare spazio a quelli più pietosi.Non potremo più cancellare la bruttezze di quello che abbiamo fatto al pianeta e non sappiamo ancora quando e se avverrà l'Apocalisse, il nostro compito oggi è di non gettare acqua sul fuoco del vero significato di uomo.
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domenica 6 maggio 2012
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l'angoscia sulla strada.
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The Road, film drammatico-angosciante basato sulla storia di un padre e di un figlio che devono sopravvivere ad un ambiente divenuto completamente inospitale per qualcunque essere vivente, dalle piante, agli animali, finanche all'uomo. Padre e figlio saranno in viaggio attraverso gli Stati Uniti per trovare cibo, acqua, scarpe e un residuo della vecchia civiltà, che in seguito a un olocausto sono diventati estremamente rari e preziosi, cercando di evitare gang di uomoni diventati cannibali per ovvie ragioni di sopravvivenza.Il film parte con il botto: l'intro è uno dei migliori di cui si possa godere in un film, dove la voce narrante di Viggo Mortensen introduce al mondo in cui è ambientato il film e alla storia in maniera struggente e in grado di colpire immediatamene i pilastri più prfondi delle nostre emozioni, rendendo da subito il plot molto interessante, il tutto accompagnato da una traccia musicale melodica, triste e poetica.
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The Road, film drammatico-angosciante basato sulla storia di un padre e di un figlio che devono sopravvivere ad un ambiente divenuto completamente inospitale per qualcunque essere vivente, dalle piante, agli animali, finanche all'uomo. Padre e figlio saranno in viaggio attraverso gli Stati Uniti per trovare cibo, acqua, scarpe e un residuo della vecchia civiltà, che in seguito a un olocausto sono diventati estremamente rari e preziosi, cercando di evitare gang di uomoni diventati cannibali per ovvie ragioni di sopravvivenza.Il film parte con il botto: l'intro è uno dei migliori di cui si possa godere in un film, dove la voce narrante di Viggo Mortensen introduce al mondo in cui è ambientato il film e alla storia in maniera struggente e in grado di colpire immediatamene i pilastri più prfondi delle nostre emozioni, rendendo da subito il plot molto interessante, il tutto accompagnato da una traccia musicale melodica, triste e poetica. Procedendo con la trama si indirizza subito il film su di un genere più angosciante, laddove la speranza che si può nutrire nella maggior parte delle pellicole cinematografiche non trova spazio, regalando allo spettatore una pellicola priva di allegria, grigia, come la scelta azzacatissima donata dal tono del film alla scenografia di rendere ambientazione e personaggi monocromatici, su di una scala di grigi e marroni. Il film crea una costante situazione di angoscia, con picchi di tensione a tratti, per ritornare subito dopo sullo stesso piano. The Road è un film estremanete realistico, probabilmente l'unico nel genere post-apocalittico, che non lascia spazio a gioie fondate sulla fantasia o sui sogni, ma si attacca in maniera irrimediabile alla verità cruda dell'esistenza, allo spirito di sopravvivenza, all'egoismo intrinseco dell'uomo. Purtroppo c'è da dire che il finale non è all'altezza della pellicola, trasformandosi in un dramma classico, laddove la speranza può essere ancora ritrovata, e dove si può assistere a un barlume di felicità, completamente fuori luogo dal contesto cinematografico in cui ci troviamo.
La caratterizzazione dei personaggi è uno degli elementi cardine del film; i rapporti tra i due protagonisti e tra le persone che i due incontreranno con l'avanzare della storia hanno un ruolo di primissimo piano. Sia i dialoghi che i meri incontri-scontri aiutano a comprendere il passato del mondo e dei protagonisti, e aumentano la profondità della trama. Anche se questi dialoghi sono importanti, molti di questi scadono un po' nella retorica, laddove i discorsi sono formati da un insieme di luoghi comuni e dall'ideologia americana: con una distinzione netta tra buoni e cattivi, con la convinzione del protagonista, seppur vivendo in un incubo, dell'esistenza di un Dio buono, e con la presenza di un fuoco (o anima) in quelle persone che vengono ancora una vlta considerate "buone".
The road è un film malinconico, struggente e angosciante, capace di regalare forti emozioni agli spettatori, che potranno per una volta godere di un film post-apocalittico veramente realistico. I personaggi e gli attori sono credibili, con un Viggo Mortensen che, dai tempi di Aragorn, non dava prova della sua dote di attore. Assolutamente da vedere.
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mirko77
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giovedì 31 gennaio 2013
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la formazione del 'contratto sociale'
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Un uomo e suo figlio lottano per sopravvivere in un futuro apocalittico. Le risorse scarseggiano e così molti 'cattivi' si trovano nella situazioni di dover cibarsi dei propri simili, infrangendo l'ultimo tabù. L'Uomo, quando non può più compiere crudeltà verso altre forme di vita (uccidere, cucinare e mangiare un pollo, è un'atrocità agli occhi di un altro pollo), si rivolge verso se stesso. E se la morale è quindi dettata dalle risorse economiche che si hanno a disposizione, non significa forse che l'atteggiamento immorale è connaturato nell'uomo stesso, e noi cerchiamo di confinarlo nei limiti del simbolismo? Come rileva Nietzsche: la morale (l'ideologia) è soltanto sublimazione di quello 'umano troppo umano' di cui è fatto l'istinto primordiale di conservazione.
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Un uomo e suo figlio lottano per sopravvivere in un futuro apocalittico. Le risorse scarseggiano e così molti 'cattivi' si trovano nella situazioni di dover cibarsi dei propri simili, infrangendo l'ultimo tabù. L'Uomo, quando non può più compiere crudeltà verso altre forme di vita (uccidere, cucinare e mangiare un pollo, è un'atrocità agli occhi di un altro pollo), si rivolge verso se stesso. E se la morale è quindi dettata dalle risorse economiche che si hanno a disposizione, non significa forse che l'atteggiamento immorale è connaturato nell'uomo stesso, e noi cerchiamo di confinarlo nei limiti del simbolismo? Come rileva Nietzsche: la morale (l'ideologia) è soltanto sublimazione di quello 'umano troppo umano' di cui è fatto l'istinto primordiale di conservazione. In Shutter Island di Scorsese, il comandante che si imbatte in Di Caprio, gli fa notare che se mai essi rimanessero soli al mondo, nessuno dei due esiterebbe ad eliminare l'altro per un po' di cibo. E' la natura umana! Il Male, quindi è parte dell'Uomo. E non sarebbe neppure da disprezzare poiché, senza di esso, non vi sarebbe evoluzione. Ma raggiunta una certa soglia, quando le risorse sono abbastanza (il fattore economico è sempre determinante), una volta che un numero sufficiente di uomini ragionevoli si rende conto che l'organizzazione all'interno di una 'società' è ben più produttiva rispetto al timore costante della propria fine, allora emerge il 'patto sociale'. The Road termina proprio con l'aggregazione del bambino in un nucleo familiare 'buono', che pian piano porterà alla formazione di un gruppo più ampio. Affrancarsi dalla paura della imminente dipartita, dalla 'guerra di tutti contro tutti', come direbbe Hobbes, a questo serve l'accordo originario che genera la convivenza civile.
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