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Il fascismo, nel 1936, è una macchina di potere fondata su una burocrazia oppressiva, sulla paura e sulla delazione. Dopo le elezioni farsa del 1924, il regime si è consolidato e gode di un appoggio popolare rinsaldato dalla conquista dell'Etiopia e dalla proclamazione dell'impero. La propaganda è martellante, le simbologie littorie onnipresenti, la repressiome nei confronti degli oppositori è spietata e pervasiva. In questo clima, anche le voci dissidenti, che pure avevano partecipato alla costruzione del fascismo degli esordi, vengono messe ai margini e neutralizzate.
Il caso di Gabriele D'Annunzio è esemplare: il poeta nazionale, "il vate", il comandante di Fiume, il rivoluzionario che volò sui cieli di Vienna nel 1918, durante la grande guerra, viene guardato con sospetto dai vertici del regime, che diffida della sua autonomia intellettuale e delle sue posizioni movimentiste e libertarie. D'Annunzio, d'altra parte, non si sottrae alle polemiche: giudica Hitler un "ridicolo pagliaccio", valuta ll'alleanza tra Mussolini e la Germania come un disastro, disprezza l'evoluzione del fascismo da movimento insurrezionale a dittatura totalitaria.
Non sorprende quindi che le gerarchie fasciste decidano di controllare il poeta nominando un commissario incaricato di spiarlo, redigere rapporti scritti e limitarne le uscite pubbliche, un giovane federale promettente e devoto alla causa. Giovanni Comini deve sorvegliare il poeta e raccogliere informazioni sul suo conto, ma allo stesso tempo lo deve trattare con rispetto, deve dare l'impressione di essere dalla sua parte, diventare un intermediario di fiducia che collega la gabbia dorata del Vittoriale con il resto del paese. Un po' per volta, tuttavia, l'ossequio formale si trasforma in un legame reale e i dubbi sull'alleanza con Hitler iniziano a lambire le certezze del giovane federale.
Il film ricostruisce accuratamente gli ambienti dell'epoca. Girato in prevalenza all'interno del Vittoriale, nella magione in cui D'Annunzio, visse i suoi ultimi 15 anni di vita, ne esalta gli aspetti simmetrici e monumentali che, a dispetto dell'ampiezza del complesso, producono una sensazione di claustrofobia e ordine fittizio. Solo il protagonista si sottrae a questa dittatura, che richiama quella più generale del regime, ma la sua vitalità, il suo disordine, l'uso di cocaina, i rapporti sessuali plurimi appaiono ormai come un'estrema e malinconica resistenza, un'ultima protesta di fronte a una vita che volge al termine, a un paese ormai geneticamente mutato, a una classe politica impegnata a terrorizzare più che a convincere.
Il fascismo è ritratto come una fabbrica di icone giganti (busti del Duce, enormi fasci littori, scritte in bassorilievo che richiamano l'antico impero romano) che rendono le persone piccole e trascurabili. Anche Mussolini viene rappresentato come un grottesco burattino che muove il busto sul balcone per rispondere alle acclamazioni della folla. Un ambito chiuso, asfittico, dominato da un pensiero unico, che incoraggia spie e delatori.
L'interpretazione di Castellitto è eccellente nel tratteggiare la figura del Vate vicino alla morte: recitazione misurata e intensa giocata più sul filo dell'ironia che su quella dell'invettiva. Molto buona anche la performance di Patanè e del resto del cast in una pellicola che costuisce un ottimo esordio di Jodice tra i lungometraggi per il cinema.
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