| Titolo originale | Happy End |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 110 minuti |
| Regia di | Michael Haneke |
| Attori | Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin Dominique Besnehard, Nabiha Akkari, Jack Claudany, Hassam Ghancy, Jackee Toto, Franck Andrieux, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Aurelia Petit, Toby Jones, Daniel Auteuil, Hille Perl, Joud Geistlich, Philippe Du Janerand, Bruno Tuchszer, Alexandre Carrière, Nathalie Richard, David Yelland, Waël Sersoub, Marie-Pierre Feringue, Florence Masure, Marilyne Even, Maëlle Bellec, David El Hakim (II), Frédéric Lampire, Timothé 'Tim' Buquen. |
| Uscita | giovedì 30 novembre 2017 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Cinema |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,09 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento domenica 3 dicembre 2017
Una ricca famiglia vive isolata in un paese non lontano dalle condizioni di estrema povertà che la circonda. Il film ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards, In Italia al Box Office Happy End ha incassato 234 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Una famiglia dell'alta borghesia a Calais. Il padre è il fondatore di un'azienda che ora è guidata dalla figlia e dal riottoso nipote. I due debbono risolvere il problema di un grave incidente che ha causato una vittima. Al contempo il fratello di lei, passato a seconde nozze, ha problemi con la figlia di primo letto che viene a vivere con lui dopo il ricovero della madre. Intorno a loro il Mondo che affronta ogni giorno altri tipi di problematiche.
Michael Haneke ci aveva lasciato con il ritratto di un'anziana coppia in un interno doloroso per il progredire di una malattia di Amour e torna dopo cinque anni a proporci la sua visione sempre più pessimistica del presente in evidente e provocatoria controtendenza rispetto al titolo.
Lo fa proponendo a un certo punto anche un rimando al film precedente ma soprattutto mutando in modo sensibile l'approccio linguistico. È un film asciutto e 'duro' come la tesi che lo sottende quello che ci propone. In più di un'occasione assistiamo solo alle conseguenza di un'azione senza che questa ci sia stata mostrata o, in qualche maniera, proposta. Veniamo così brutalmente messi dinanzi alla dissoluzione di qualsiasi speranza nel futuro e, forse, anche nei confronti del cinema.
Lo sguardo di Eve, la più giovane della famiglia ha come limiti cogenti quelli di una videocamera di telefono cellulare con la quale riprendere freddamente quanto accade riducendo a questo atto il proprio intervento sulla realtà. Lo sguardo che un tempo si apriva sul mondo si è ora rattrappito divenendo autoreferenziale. La consapevolezza non si è spenta in Eve che ha ben chiaro quanto le sta accadendo intorno e ha le chiavi per accedere anche a ciò che le dovrebbe essere precluso. Questo però aumenta il suo distacco. È come se Haneke auspicasse il ritorno a un istinto di ribellione che è stato ormai ibernato da una conoscenza che non si traduce in sapere e quindi in partecipazione. La Giulia de I pugni in tasca ed Eva di Happy End finiscono così idealmente con il parlarsi a distanza di più di 50 anni. Il vuoto esistenziale le accomuna, la tecnologia le distanzia di anni luce ma la Giungla di Calais fa la differenza.
Haneke, torna dopo “AMOUR” vincitore dell’Oscar 2013 quale miglior film straniero, e con alcuni attori (Jean Louis Trintignant, Isabelle Huppert) presenti pure nel pluripremiato film del 2012 (vinse anche la Palma d’oro a Cannes) con una pellicola che nel rappresentarci la parabola discendente di una famiglia borghese di Calais, ci racconta con immagini crude, quasi senza commento musicale, la decadenza [...] Vai alla recensione »
Se dovessimo riassumere la ricezione che Happy End (guarda la video recensione) ha avuto dalla critica, si potrebbe spiegare in questo modo: nessuno nega a Michael Haneke l'onore delle armi e la capacità di fare film di tutto rispetto, ma i temi e le metafore sono le medesime di sempre. Il rischio, insomma, è quello della ripetizione. Ecco, Happy End è quello che si direbbe un caso di scuola per la critica autoriale. Non c'è possibilità di errore, infatti, quanto alla definizione di autore per Michael Haneke. Difficile immaginare qualcuno che possa discutere l'autonomia espressiva e la completa responsabilità estetica che Haneke prende rispetto ai suoi film, anche dal punto di vista della scrittura e creazione degli stessi.
È dunque dentro l'autorialità stessa che i film di Haneke vengono letti, il che significa che ogni suo film deve prima di tutto fare i conti con le altre sue opere, comprese quelle maggiori e più significative della sua carriera.
È più complicato, per la critica, estrarre un film come Happy End e trasferirlo semplicemente alla produzione contemporanea, per capire se - al di là delle costanti del regista - si trovi qualcosa di interessante per il cinema di oggi o se faccia parte di un più ampio contesto. Di qui, la facile delusione dei commentatori.
Finita la lunga tournée per i festival più prestigiosi (a partire da Cannes, a maggio), arriva sui nostri schermi l'opus 13 di Michael Haneke, ritratto di borghesia in nero interpretato dagli attori prediletti del regista austriaco. Protagonista una famiglia della upperclass di Calais: Georges, ottuagenario patriarca sull'orlo della demenza; sua figlia Anne, workaholic manager di un'impresa di costruzioni; [...] Vai alla recensione »