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Buen Camino: ecco com'è il ritorno al cinema di Checco Zalone

23 dicembre 2025
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Luca Medici, tornato a far coppia con Gennaro Nunziante, racconta un nuovo mostro dei nostri tempi, che però impara la consapevolezza e un ruolo. Zalone sta diventando buono? Sì e no. La recensione di Buen camino di Federico Gironi.

Buen Camino: ecco com'è il ritorno al cinema di Checco Zalone

Dopo aver visto Buen camino, ho passato un pomeriggio a pensare. A pensare a cosa potessi scrivere, io, di un film come questo nuovo di Checco Zalone. Siamo sinceri: ognuno di noialtri che di mestiere, più o meno, fa questa cosa discutibile che si chiama “la critica cinematografica” è spesso più o meno adatto a scrivere di certi film invece che di altri. E io mi sono interrogato sulla mia capacità, quindi, di scrivere cose sensate di questo genere di commedia (inserite qui i commenti maligni di lettori e colleghi che dicono “ma mica solo di questo genere di film”).
Poi mi sono interrogato anche su un’altra questione, che ho scoperto anche discussa altrove, sugli onnipresenti social (che però dalla figlia di Zalone vengono cancellati prima di partire per il cammino, e che Checco stesso - nel film come nella vita - pare quasi non usare). Mi sono chiesto: è utile, oggi, scrivere una recensione - parola che mi appare sempre più brutta man mano che il tempo passa - di un film come Buen camino, atteso al cinema in maniera messianica, non tanto da parte dei fan quanto da quelli di tutta un’industria che sta temendo per il suo futuro, attaccata su più fronti dallo streaming, dal calo degli incassi, dagli scontri con la politica? È utile scrivere per un pubblico che per il 90% dei casi almeno delle recensioni se ne frega? È utile andare a vedere il pelo nell’uovo del possibile Salvatore, invece di augurargli e augurarci tutti che faccia un fracasso di milioni di euro e (quindi) tutti contenti?
Qui si aprirebbero un sacco di questioni, di questioni legate al cosiddetto “senso della critica”, che io non sono mica certo di sapere quale sia; e comunque il dibattito, lo confesso, mi annoia un po’, giacché alla teoria spesso preferisco la pratica.
E allora: andiamo

Facciamola semplice: si ride in Buen camino? La risposta è sì. Magari un po’ meno che in altri film di Zalone, ma si ride. E vivaddio si ride soprattutto quando l’umorismo di Zalone è scorretto, quando tira in ballo le cose di cui nessuno vuole ridere: la famosa battuta su Schindler's List, e poi su Gaza, l’11 settembre, e pure un po’ di robe legate a quello che oggi si chiama body shaming. Ma si ride pure quando chiama Star Trek il nuovo compagno della sua ex, un pedante intellettuale palestinese di nome Tarek.
Ma il punto è che Zalone fa ridere non solo in assoluto, ma perché quelle battute (come altre in altri film) sono perfettamente in linea coi personaggi che racconta, che sono personaggi basati sui mostri della contemporaneità: nel caso specifico un simil-Gianluca Vacchi ancora più narcisista e irresponsabile. Soprattutto, nel caso delle battute in questione, privo di consapevolezza: ed è questa la chiave vera e profonda della comicità di Zalone.
Il Checco-Vacchi di questo film, però, di consapevolezza ne acquisterà. Perlomeno riguardo il suo ruolo paterno: perché è facile da capire che, costretto a inseguire in Ferrari una figlia ribelle e fuggitiva lungo il Cammino di Santiago, un Checco che la paternità non sapeva nemmeno cosa fosse imparerà cosa vuol dire. Nelle responsabilità come nelle soddisfazioni. E attenzione: penso proprio che ai più teneroni, seduti nel buio della sala, alla fine di Buen camino possa anche scattare una lacrimuccia.
Cosa è successo allora? Checco Zalone è diventato buono? Buonista, addirittura? Cerca la decrescita felice? Una sorta di maturazione del personaggio come reazione a un mondo immaturo e cattivo? Non lo so. Non credo.
So però che tra una battuta e l’altra Zalone - a modo suo, senza tirarsela - racconta la crisi del maschio, la prostata come memento mori per cinquantenni tatuati e vestiti come ragazzini che fanno l’allenamento della sedia che hanno visto su Instagram, una generazione di figli che si sono un po’ rotti le palle di come vanno le cose del mondo e cercano altro, in maniera meno superficiale e più sincera.
E sì, forse c’è del buonismo in tutto questo. Della ruffianeria, perfino, come ventilato dallo stesso Zalone non so quanto sinceramente. Ma d’altronde mi pare una reazione anche un po’ ovvia. Perché Zalone sarà anche Zalone, ma nemmeno lui, come i grandi comici di tutto il mondo, ha risposte prontissime a una realtà che le messe alla berlina della comicità le sorpassa a destra, in corsia di emergenza, a 250 all’ora, a sirene spiegate, giorno surreale dopo giorno surreale. In Buen camino Zalone fa imitazioni, più che caricature (per dire: per una Cristal “come lo champagne” del film c’è una Chanel nella realtà).
E quindi, tornando alla bontà, che non è lì solo perché è Natale, il punto forse è che se pungere come un’ape lo puoi fare ancora, ma magari meno di quanto facevi prima, allora, non spingi di più sul volare come una farfalla.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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