Senza sangue, la vendetta di una vita intera: recensione dell'adattamento di Baricco secondo Angelina Jolie
Angelina Jolie torna dietro alla macchina da preso con l'adattamento del libro di Alessandro Baricco. Una versione appassionata e ben recitata ma appesantito da una letterarietà che lo rallenta. La recensione di Mauro Donzelli di Senza sangue.
“La vendetta è l’unica medicina contro il dolore”. Una frase manifesto, perfetta per sintetizzare il cuore viscerale di Senza sangue. Del libro di Alessandro Baricco e ora dell’adattamento, molto fedele, di Angelina Jolie. Protagonista Salma Hayek, insieme a Demián Bichir. Una storia sospesa nel tempo e in un luogo che sembra essere genericamente in America latina. Si parte da una giornata pigra di caldo estivo, in cui un medico abita in una fattoria isolata, in una campagna ingiallita da un sole implacabile all’interno di una zona di frontiera. È un periodo di guerra, una come tante, senza indicazioni e nomi, buoni o tanti cattivi. Alcuni uomini armati fanno irruzione in casa per vendicarsi di qualcosa, magari solo per sfogare la rabbia repressa. Segue uno sterminio dei figli e del capo famiglia, ma si salvo per miracolo solo la più piccola, Nina, che però mantiene bene in mente il fotogramma del volto di un giovane poco più grande di lei che ha sparato al padre, uccidendolo.
Un prologo dinamico, in cui esplode la violenza, che poi viene spesso evocata, o mostrata solo con una serie di flashblack solo video un po’ didascalici, nella successiva ora abbondante in cui Nina, ormai adulta, incontra un venditore, Tito, che gestisce un chiosco in città. Visibilmente una versione iper dilatata di una resa dei conti, in cui i due si cercavano, e aspettavano, e si lasciano andare a un lungo dialogo teso che rievoca gli anni di una guerra ormai superata da molti, ma non da loro. Emerge a questo punto un altro dei temi del film, e del libro da cui è tratto: il dopo guerra. In che modo chi rimane cicatrizza o meno un conflitto all’interno di una comunità? Una vendetta organizzata o una personale? Senza sangue si concentra su quest’ultima, cercando però di fonderla, in quanto atmosfera e problematizzazioni, con la prima.
Come reagiscono i vincitori e i vinti? Ma esistono davvero? Come si può tornare alla vita civile dopo essersi macchiati di crimini brutali? Non è forse forte una pulsione alla guerra eterna, fino a rendere impossibile privarsi della perversa vitalità dell’indurre la morte, di decidere con le armi il destino di altri? Una sensazione di onnipotenza divina e demoniaca. “Gli uomini sono tutti animali in guerra”, dice Nina a un certo punto, spostando il discorso anche sulla differenza di approccio di genere alla guerra, mentre Tito si lascia andare a un “ricordo tutto quello che mi è successo con nostalgia”.
Senza sangue è pervaso da una cura formale che lo nobilita ma lo rende anche privo di nerbo, verrebbe da dire proprio senza sangue, come se la visceralità sia stata annullata dai tanti anni in cui Nina ha meditato vendetta, privando noi spettatori della forza motrice massima, come detto, di questa avventura. La vendetta e il suo antidoto, il perdono, per non parlare della nemesi, l’amore. Ammirevoli le interpretazioni, specie di Demián Bichir, che riescono solo in parte a rendere profondità a una messa in scena bidimensionale, costantemente su uno stesso tono grave e altero, incapace di rendere la selvaggia dinamica degli eventi. Rimane immobilizzato in una ricchezza pittorica, senza sporcarsi le mani nella polvere e il fango della disperazione evocata a parole.
- critico e giornalista cinematografico
- intervistatore seriale non pentito











