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Temperamenti, non caratteri: il determinismo positivista in veste tardoromantica

Recensione di Thérèse Raquin, di Émile Zola

Einaudi, ET Classici, 2008

Thérèse Raquin viene pubblicato in volume nel novembre 1867, quando Èmile Zola è ventisettenne. È il quarto romanzo dello scrittore, che nella prima gioventù si era dedicato – con risultati per la verità non esaltanti – alla poesia: una raccolta di novelle edita nel 1864, Les Contes à Ninon, gli ha dato una certa notorietà negli ambienti letterari parigini, nei quali è conosciuto anche come giornalista e critico d’arte.
Si può dire che in questo primo periodo di attività letteraria Zola predichi bene e razzoli male. Nei suoi interventi come critico, infatti, egli è infatti già molto attento alle nuove tendenze che, in polemica con il tardoromanticismo accademico, propugnano un’arte realista che riprenda ed attualizzi la lezione di Balzac e Flaubert. Ispirandosi al determinismo positivista di Taine, apprezza l’opera dei Fratelli Goncourt, in particolare Germinie Lacerteux, il romanzo che in qualche modo fonda il naturalismo. Difende inoltre appassionatamente la pittura dei primi impressionisti, anche in conseguenza della sua antica amicizia con Paul Cézanne. Tuttavia la sua prima produzione letteraria è ancora impregnata di un romanticismo manieristico, che a tratti sfocia nell’appendice. Ne è testimonianza emblematica, sin dal titolo, il romanzo cui lavorò praticamente in contemporanea a Thérèse Raquin, e che vide la luce poco prima di quest’ultimo: Les Mystères de Marseille. Questa apparente schizofrenia intellettuale ha sicuramente come causa primaria la necessità del giovane scrittore di affinare la sua poetica, di trovare le storie e il tono narrativo adatto rispetto ad una scuola letteraria ancora in fieri, ma probabilmente non le sono del tutto estranee le impellenti necessità economiche, che gli imponevano di scrivere per vendere.
Rispetto alle opere precedenti Thérèse Raquin rappresenta sicuramente, se non un elemento di rottura, almeno un notevole passo avanti verso la maturazione artistica di Zola, che si esprimerà pienamente di lì a pochi anni nei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart; certo, mancano ancora alcuni capisaldi della poetica naturalistica, quali il dialogo indiretto libero e il linguaggio popolare di molti dei suoi romanzi successivi, ma si intravede già, soprattutto nell’impianto ideologico del romanzo, la direzione che Zola sta imboccando.
Nel romanzo convivono ancora aspetti romantici accanto ad elementi che si potrebbero definire di derivazione prettamente positivista, e questo ne fa – accanto al successivo Madeleine Férat, un termine di passaggio estremamente interessante da analizzare: non per nulla è considerato di fatto il primo romanzo significativo della sua produzione.
Già il titolo e la struttura del romanzo, composto di brevi capitoli, richiamano il romanzo dei fratelli Goncourt, uscito solo due anni prima. Pienamente tardoromantica, invece, se non quasi ascrivibile al Roman-feuillieton, è la vicenda narrata: un adulterio, un omicidio, la tragedia finale. Siamo ancora lontani dal racconto di vite semplici che caratterizzerà la produzione posteriore dello scrittore: in questa fase gli è ancora necessario affidarsi al fatto eclatante, ad alcuni dei temi romanzeschi per eccellenza, per attirare i lettori, cosa di cui aveva estremamente bisogno. Abbondano quindi nella narrazione particolari tratti di peso da tale tradizione letteraria: segnalo in particolare come uno dei principali leitmotiv della vicenda, la cicatrice sul collo di Laurent, sembri rimandare direttamente ad un classico del romanticismo extraeuropeo come La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne.
Nuovo, però, e per molti versi già schiettamente naturalistico è il suo approccio a queste tematiche, anche rispetto al maestro Flaubert, che nel suo capolavoro aveva trattato il tema dell’adulterio un decennio prima: qui, come si vedrà, alla impersonalità del narratore Zola affianca per così dire l’impersonalità dei protagonisti, quasi meccanismi eterodiretti da leggi assolute che ne determinano il comportamento. Analogamente a quanto accaduto con Madame Bovary, l’uscita del romanzo provocò aspre polemiche negli ambienti letterari, e non solo in quelli più conservatori: il critico di tendenze repubblicane Louis Ulbach in un articolo su Le Figaro definì Germinie Lacerteux e Thérèse Raquin esempi di una letteratura putrida, mentre altri giunsero a parlare di pornografia. A queste polemiche Zola rispose all’inizio del 1868 con una prefazione alla seconda edizione di Thérèse Raquin, la cui uscita attesta per inciso che il romanzo, forse anche grazie a tali polemiche, ebbe un certo successo. Questo breve scritto va letto attentamente, sia perché illustra la tesi che ha ispirato l’autore nella scrittura del romanzo, sia perché rappresenta esemplarmente la capacità di Zola di autopromuovere le sue opere entrando a piedi uniti nelle polemiche che suscitavano. Non è un caso che una decina di anni dopo, quando dopo l’uscita a puntate de L’Assommoir avvamperanno le critiche per il linguaggio usato nel romanzo, Zola accompagnerà la sua edizione in volume con una breve prefazione che presenta molte analogie formali con questa.
Scrive Zola nell’aprile del 1868, con il dichiarato intento di spiegare il romanzo ai critici che l’avevano stroncato senza averlo capito: ”In Thérèse Raquin ho voluto studiare dei temperamenti, non dei caratteri. In questo è l’essenza del mio libro. Ho scelto personaggi interamente dominati dai nervi e dal sangue, privi di libero arbitrio, trascinati in ogni atto della loro vita dalle fatalità della loro carne. Thérèse e Laurent non sono null’altro che bruti umani. Ho cercato di seguire passo passo, in questi bruti, il sordo lavorio delle passioni, gli impulsi dell’istinto, gli squilibri cerebrali che seguono una crisi nervosa. Gli amori dei miei due protagonisti sono soltanto l’appagamento di un bisogno, l’omicidio che commettono una conseguenza dell’adulterio, che essi accettano come i lupi accettano di uccidere le pecore; infine, ciò che sono stato costretto a chiamare i loro rimorsi non è che un semplice disturbo organico, una rivolta del sistema nervoso, teso sino a spezzarsi. L’anima è del tutto assente, ne convengo senza problemi, perché io ho voluto così”.
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