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Hammett riabilitato (ai miei occhi)

LaChiavediVetroRecensione de La chiave di vetro, di Dashiell Hammett

Guanda, Le Fenici tascabili, 2004

Quando, ormai quattro anni fa, commentai la lettura di Piombo e sangue, primo romanzo di Dashiell Hammett, non nascosi la mia delusione per non avervi ritrovato, se non in piccola parte, i marchi di fabbrica dell’autore, consistenti principalmente nel realismo delle storie raccontate, delle ambientazioni e dei personaggi che vi erano coinvolti. Le troppe morti gratuite, l’inverosimiglianza di alcune situazioni e l’approssimazione con cui erano tratteggiati i personaggi mi avevano fatto pensare ad una prevalenza delle necessità commerciali su quelle artistiche. La recente lettura di La chiave di vetro mi ha invece restituito quello che probabilmente è il vero Hammett, un autore che, pur essendo indubitabilmente di genere, è stato in grado di rinnovare profondamente il poliziesco, contribuendo in maniera determinate – accanto ad altri autori della sua epoca sulle due sponde dell’Atlantico – a conferirgli una precisa dignità letteraria.
Hammett scrisse solo cinque romanzi, tutti editi nel quinquennio che va dal 1929 al 1934; all’anteguerra, e precisamente agli anni tra il 1922 e il 1939, risalgono anche gli ottantaquattro racconti da lui pubblicati e le sette sceneggiature per film scritte. Molteplici sono le cause del sostanziale silenzio dello scrittore dagli anni ‘40 sino al 1961, anno della morte: innanzitutto la guerra – si arruolò ormai quarantottenne, venendo comunque emarginato dall’esercito in quanto comunista – quindi negli anni successivi la dura discriminazione subita sotto il maccartismo, che lo portò anche in prigione, nonché vari problemi di salute e infine l’alcolismo.
La chiave di vetro è il suo quarto romanzo: uscì in volume nel 1931 dopo essere apparso a puntate l’anno precedente sulla rivista Black Mask. Ne è protagonista Ned Beaumont, amico e consigliere del boss Paul Madvig, che controlla l’anonima città in cui si svolgono le vicende narrate. Una prima sostanziale differenza rispetto a Piombo e sangue è data dalla scrittura in terza persona: mentre Continental Op, il detective privato protagonista dei primi due romanzi di Hammett, narra egli stesso i casi in cui è stato coinvolto, in La chiave di vetro lo scrittore riprende la narrazione in una terza persona asettica e oggettiva che aveva già utilizzato ne Il falcone maltese, suo precedente romanzo. Vedremo come tale modalità di scrittura costituisca, a mio avviso, uno degli assi portanti del fascino di questo romanzo, che inizia in media res: non vi sono spiegazioni su chi siano i personaggi, sulle loro relazioni e su cosa sia accaduto in precedenza; spetterà al lettore costruirsi tassello dopo tassello il quadro della situazione basandosi sugli indizi che raccoglierà dai dialoghi tra i personaggi e dalle loro azioni.
I fatti narrati si svolgono in poche settimane, in un anno imprecisato durante il proibizionismo. Ned Beaumont è un trentenne che da circa un anno si è trasferito in città; vive solo, non ha relazioni sentimentali e gli piace giocare d’azzardo e puntare grosse somme sui cavalli; è come detto il braccio destro di Paul Madvig, capo di una organizzazione criminale che controlla la città – nella quale gli esegeti hanno facilmente identificato Baltimora, in cui Hammett visse in gioventù. Madvig, quarantacinquenne di umili origini che vive con una madre premurosa e una figlia ventenne di nome Opal, gestisce molti locali clandestini ma soprattutto ha a suo libro paga gli amministratori e il procuratore della città, accaparrandosi gli appalti pubblici più importanti. In vista delle nuove elezioni, sta muovendosi per assicurare agli uomini di sua fiducia i voti necessari alla loro riconferma, in contrapposizione ai politici controllati dal suo rivale, un boss di origini irlandesi. Inoltre, per essere ammesso nella buona società cittadina, pensa di sposare Janet Henry, figlia del senatore locale, un suo uomo. Un delitto sconvolge però la routine preelettorale del clan di Madvig: una sera, in una strada poco lontana da uno dei locali del boss, viene trovato morto, ucciso con un colpo alla testa, Taylor Henry, fratello di Janet e ragazzo di Opal Madvig: del delitto viene sospettato Paul Madvig, che per questo rischia la pena capitale, soprattutto se la città passerà sotto il controllo dei suoi avversari. Spetterà a Ned Beaumont indagare e tentare di risolvere il caso per allontanare i sospetti da Madvig.
Una prima osservazione riguarda il fatto che La chiave di vetro presenta a prima vista una struttura da giallo classico: c’è un ordine pregresso, descritto (o meglio tratteggiato) nelle prime pagine, che viene alterato da un delitto, c’è un detective (sia pure in questo caso improvvisato) che indaga e grazie alla sua perspicacia nelle ultime pagine il lettore scopre la verità. Su questo collaudato tema Hammett innesta però alcune variazioni importanti, tali da renderlo irriconoscibile e farne altra cosa. Innanzitutto la situazione ante delitto è tutto fuorché ordinata. La città è corrotta e violenta, e due burattinai senza scrupoli, Paul Madvig e il suo rivale Shad O’Rory, manovrano le leve del potere politico e giudiziario per tutelare i propri interessi ed incrementare i propri profitti illegali. La stampa, lungi dall’essere il mitizzato cane da guardia della democrazia è collusa ed al servizio delle fazioni in lotta; lo stesso rito fondante della democrazia, le elezioni, si riducono alla compravendita al miglior offerente di pacchetti di voti controllati da personaggi di secondo livello nella ferrea gerarchia del potere. Il delitto non sconvolge quindi un ordine civico e morale preesistente, ma semplicemente rischia di compromettere il potere di un gangster, ed è solo per evitare ciò che Ned Beaumont se ne interessa: nelle sue azioni, così come nella sua personalità complessiva, non vi è alcuna spinta di carattere ideale, se si esclude quella data dalla sua amicizia con Madvig, che comunque sarà oggetto di una profonda e progressiva rivisitazione critica durante il romanzo. Inoltre il nuovo ordine che si stabilisce al termine del romanzo è profondamente diverso da quello originario: ciò che è accaduto non permette che tutto torni come prima, e il tocco di ambiguità che caratterizza il finale, in qualche modo aperto, ne costituisce uno degli elementi di maggiore originalità.
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“Ricominciamo da capo. Non ci arrendiamo”: l’ingenuità di un intellettuale libertario

IlPomeriggiodiunPiastrellistaRecensione de Il pomeriggio di un piastrellista, di Lars Gustafsson

Guanda, Le Fenici tascabili, 2000

Sono solito criticare l’editoria italiana, che a mio avviso in questi ultimi decenni ha subito un’involuzione – dovuta alla completa sottomissione alle regole del mercato – che ne ha fortemente limitato la funzione di essenziale stimolo alla crescita civile del Paese. In realtà ciò è vero soprattutto per la grande editoria, quella che un tempo contribuì a formarne l’identità culturale. Esiste per fortuna anche un’editoria media e piccola che in molti casi si è scavata una propria nicchia basata sull’originalità e la qualità delle proposte.
Un esempio di editoria di qualità è a mio avviso la casa editrice Iperborea, fondata alla fine degli anni 80 a Milano e specializzatasi nella pubblicazione di autori scandinavi ed in genere nordeuropei, sia classici sia contemporanei. I suoi eleganti libri, lunghi e stretti e dalla copertina ruvida, sono ormai parte integrante del panorama degli scaffali delle librerie italiane, e chiunque abbia la curiosità di conoscere autori nordici non può che scorrere i suoi titoli.
Anche se il breve romanzo oggetto di queste note è stato da me letto nell’edizione Guanda del 2000, esso fu pubblicato su licenza di Iperborea, che lo aveva dato alle stampe otto anni prima: è quindi a questa casa editrice che si deve la vera paternità italiana dell’opera. Del resto, se per Guanda si è trattato di un episodio editoriale che non ha avuto continuità, dato che oggi nessun libro di Gustaffson si trova nel suo catalogo, Iperborea ha dedicato negli anni una speciale attenzione a questo importante autore svedese, pubblicando una dozzina dei suoi romanzi, che peraltro costituiscono solo una minima parte dell’imponente produzione letteraria di Gustafsson, fatta – oltre che di romanzi e racconti, anche di molti volumi di poesie e saggi letterari e filosofici.
Lars Gustafsson nacque nel 1936 a Västerås, città non lontana da Stoccolma. Laureatosi a Uppsala in filosofia, si dedicò alla carriera accademica, cui affiancò sin da giovane la produzione letteraria. Dal 1962 fu per dieci anni direttore della rivista letteraria svedese Bonniers Litterära Magasin; dopo alcuni anni passati a Berlino, nel 1983 si trasferì in Texas, insegnando all’Università di Austin sino al 2006, quando andò in pensione e tornò in Svezia. Morì a Stoccolma nel 2016.
Gustafsson si è sempre definito essenzialmente un filosofo, che ha usato la letteratura e la poesia per esprimere le sue idee. Sostenitore di un liberalismo radicale, fu molto critico nei confronti del sistema di protezione sociale costruito nel dopoguerra dalla socialdemocrazia svedese, che definiva un totalitarismo morbido. Nel 2009 dichiarò il suo appoggio al Partito Pirata, che si proponeva di liberare la rete da ogni controllo e lottava contro il copyright e i contenuti a pagamento, salvo ritrarsi quando il partito appoggiò le rivelazioni di Wikileaks.
Forse il contributo più importante lasciatoci dal pensiero di Gustafsson è il concetto di Problemformuleringsprivilegiet, traducibile con Privilegio di formulazione del problema, da lui enunciato nel saggio Per il liberalismo del 1980 e ulteriormente sviluppato nel 1989. Ripreso dal concetto gramsciano di egemonia culturale, il Problemformuleringsprivilegiet è il potere che alcuni soggetti hanno di stabilire l’ordine del giorno del dibattito pubblico indicando gli oggetti della discussione e di condizionare la visuale da cui questi vengono traguardati. In questo modo anche le eventuali soluzioni date ai problemi saranno a vantaggio di chi ha il potere di formularli.
Dato il sostrato culturale e politico di Gustafsson il concetto nacque per criticare l’egemonia che il Partito socialdemocratico e i suoi apparati di propaganda esercitavano sulla società svedese, e più in generale per sottolineare la pervasività degli apparati statali nella società dell’epoca (il celebre dalla culla alla bara). In particolare Gustafsson utilizzò il concetto per criticare il sostegno pubblico alla produzione poetica e letteraria in genere, che a suo dire avrebbe portato ad opere non in sintonia con il gusto del pubblico e ad autori non indipendenti, favorendo nel tempo il dilettantismo letterario.
Da buon liberista-libertario Gustafsson probabilmente pensava che la riduzione della presenza dello Stato nella vita dei cittadini avrebbe portato ad una maggiore libertà individuale, e che il dibattito pubblico avrebbe potuto svilupparsi senza precondizionamenti imposti dall’alto attraverso l’esercizio del Problemformuleringsprivilegiet; l’involuzione sociale cui abbiamo assistito in questi decenni mi porta a dire che anche grazie all’ingenuità di utili idioti come Gustafsson (uso questo epiteto in termini affettuosi) i problemi non si sono risolti con la ritirata del potere pubblico, anzi. Oggi il Problemformuleringsprivilegiet è infatti ancora lì, molto più pericoloso di quanto fosse nel secolo scorso, in quanto i soggetti che hanno il potere di stabilire l’ordine del giorno del dibattito pubblico sono in gran parte soggetti privati, che controllano ed indirizzano i flussi informativi essendo al riparo da qualsiasi forma di controllo democratico e servendosi dell’autorità pubblica per curare i propri interessi. Il Privilegio di formulazione del problema è diventato framing, capacità da parte dei detentori del potere reale di circoscrivere l’oggetto ed i termini del dibattito, sino a giungere ormai a far uso della più sfacciata propaganda. Se ripensiamo ai grandi temi dibattuti nel nostro Paese negli ultimi anni – quali il debito pubblico e la pandemia, le pensioni e le attuali guerre – a come questi temi sono stati selezionati a seconda del momento, alle prospettive da cui sono stati e vengono presentati, non possiamo non concludere che Gustafsson ha posto un problema di grande rilevanza, traguardandolo però anch’egli da una prospettiva errata. Concedendogli il beneficio dell’ingenuità – a mio avviso resa palese dall’appoggio ad un partito improbabile come quello dei Piraten – si può dire che non abbia capito che la minimizzazione dello Stato e in generale del potere pubblico non avrebbe portato alla liberazione dell’individuo, ma semplicemente all’occupazione sempre più oppressiva del potere da parte dei grandi interessi organizzati ed in definitiva alla progressiva riduzione degli spazi democratici, cosa del resto da sempre auspicata dai cosiddetti liberali, soprattutto di casa nostra.
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Un colpo al cuore della ‘polonità’ (ma non definitivo)

Trans-AtlanticoRecensione di Trans-Atlantico, di Witold Gombrowicz

Feltrinelli, Universale economica, 2005

Termino con questo breve romanzo la mia lettura di opere di Witold Gombrowicz, iniziata molti anni fa con Cosmo, ultimo dei suoi romanzi, e proseguita nel maggio del 2020 con le altre sue prove più significative: i racconti giovanili di Bacacay, il bel Ferdydurke e il meno convincente (a mio avviso) Pornografia. Nessun altro suo libro compare nella mia biblioteca, e non credo ne acquisterò più, in quanto tutto sommato considero Gombrowicz– come ho avuto modo di far notare nelle mie precedenti note – un autore sicuramente importante, ma non capitale.
Devo tuttavia dire che termino in bellezza: Trans-Atlantico è a mio modo di vedere – tra quelli che ho letto – il romanzo più godibile, divertente e probabilmente – come ebbe modo di dichiarare egli stesso – più coraggioso di Gombrowicz.
Il romanzo uscì a Parigi, nelle edizioni dell’emigrazione polacca, nel 1952, e sette anni dopo sarebbe comparso anche in Polonia. Dal 1939 lo scrittore viveva in Argentina: era giunto a Buenos Aires alla fine di agosto, a bordo della motonave Chrobry, partita da Gdynia per il suo viaggio inaugurale con a bordo una delegazione ufficiale in visita alla colonia polacca di Buenos Aires; Gombrowicz, che aveva già acquistato una certa notorietà grazie alla pubblicazione di Ferdydurke, riuscì a farne parte, essenzialmente perché intendeva sfuggire all’arruolamento. Come noto, i tedeschi invasero la Polonia il primo settembre, subito dopo il suo sbarco in Argentina. La nave, non potendo rientrare in Polonia, ripartì alla volta della Gran Bretagna, ma Gombrowicz decise di restare in Sudamerica. Vi sarebbe rimasto sino al 1963, per poi trasferirsi in Provenza. Trans-Atlantico narra proprio l’arrivo e i primi mesi di Gombrowicz in Argentina. È dunque un romanzo in qualche modo autobiografico, come sottolineato anche dal fatto che il protagonista ha il nome dell’autore, ma i fatti narrati attorno a questa fondamentale tappa della sua vita sono (ovviamente, come si intuisce leggendo) di fantasia; lo fa del resto notare lo stesso Gombrowicz nella prefazione all’edizione polacca del 1957: ”tutto è inventato ed ha legami molto blandi con l’Argentina vera e con la vera colonia polacca di Buenos Aires. Anche la mia ‘diserzione’ in realtà era stata diversa”.
La prefazione è preziosa anche perché, come accade in altre sue opere, tramite essa l’autore si propone di spiegare al pubblico polacco il senso del romanzo. Sin da subito egli infatti mette in guardia da una interpretazione troppo angusta e superficiale, che fa del romanzo una satira della Polonia prebellica. Semmai, egli afferma, il romanzo ”è anche, tra l’altro, una intensa resa dei conti… non con una Polonia particolare, beninteso, ma con quella Polonia creata dalle condizioni della sua esistenza storica e dalla sua dislocazione nel mondo […] è una nave corsara che contrabbanda un forte carico di dinamite, con l’intento di far saltare in aria i sentimenti nazionali finora vigenti da noi. Anzi, esso cela nel suo interno una esplicita proposta che riguarda quel sentimento: superare la ‘polonità’. […] Infine, la cosa più importante: conquistiamoci la libertà nei confronti della forma polacca; pur restando polacchi, cerchiamo però di essere qualcosa di più ampio e di superiore al polacco!”.
Gombrowicz mette quindi al centro del romanzo il suo contrabbando ideologico, come lo definisce. Al tempo stesso, molto lucidamente, mette in guardia dall’interpretarlo come un romanzo a tesi, lanciando al contempo una stoccata al realismo socialista, che presumibilmente in Polonia all’epoca rivestiva un ruolo culturale importante: ”Può l’arte essere trattata come un compito su un argomento dato? Immagino che si tratti di una domanda tempestiva – temo infatti che la critica letteraria in Polonia non si sia ancora liberata dalla mania social-realista di esigere «l’arte su ordinazione». No, Trans-Atlantico non contiene alcun tema imposto, all’infuori della storia che vi è narrata. Non è altro che un racconto, un mondo raccontato – il quale avrà una validità soltanto a condizione di apparire allegro, multicolore, rivelatore e stimolante – qualcosa insomma che luccica, che brilla e che rispecchia una moltitudine di significati”.
Egli tocca qui un punto essenziale, sul quale concordo pienamente: un’opera d’arte è tale se la sua forma rispecchia un contenuto adeguato, se trasmette messaggi che possono essere interpretati dal fruitore secondo la propria sensibilità ed i propri interessi culturali e politici.
Ed indubbiamente Trans-Atlantico non è avaro quanto a temi trattati e molteplicità di significati, per analizzare i quali è utile riassumerne per sommi capi la strampalata trama e accennare ai personaggi che vi si incontrano.
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