Recensione: Fuga
- Mary Jimenez e Bénédicte Lienard esplorano le cicatrici del conflitto che ha dilaniato il Perù per più di 20 anni, evocando un contrabbandiere di anime e fantasmi per mettere in discussione la società
“Quanto mi piacerebbe tornare in quel bar, ad ascoltare le tue bugie, lontano dalla verità”. Queste storie vengono raccontate per proteggerci dalla Storia o, a volte, per smascherarla. Saor torna a casa, nel cuore dell'Amazzonia, ma prima di tutto da Valentina, che ha amato. La sua casa non è un luogo qualsiasi, è un luogo da cui è scappata, un passato pieno di violenza, segnato dal terrorismo e dall'omofobia che le impedivano di essere se stessa e che hanno segnato il suo corpo per sempre. Già nel loro film precedente, By the Name of Tania [+leggi anche:
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scheda film], Mary Jimenez e Bénédicte Lienard avevano presentato testimonianze potenti, ridando voce alle vittime inascoltate della regione delle miniere d'oro in Perù. Già oscillavano tra fiction e documentario, lasciando spazio al racconto e usando i sensi per esplorare i ricordi evocati dalla narrazione. Ed è la stessa voce potente che ritroviamo in Fuga [+leggi anche:
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scheda film], proiettato in concorso al Festival internazionale del film francofono di Namur, che ci accompagna nei vari meandri della memoria.
Saor risale il fiume per restituire i resti di Valentina, ma anche per riconnettersi con lei. Riportare il suo corpo significa anche viaggiare nel passato della sua amante trans, cercare di capire la sua storia, incrociare le persone con cui si è scontrata prima del suo esilio. Altri che la conoscevano in modo diverso, sotto un'altra identità e un altro destino. Nel corso del suo viaggio, Soar sente, ascolta e raccoglie testimonianze, è lui a parlare ma lascia parlare anche gli altri, dando vita a innumerevoli racconti intimi che parlano di omofobia, paura, vergogna ed esplosione del terrorismo. La forma ibrida del film combina attori non professionisti che condividono le proprie esperienze, con una fotografia estrema grazie alla location e alla statura quasi leggendaria di Saor. Mentre il cappio si stringe attorno al terrificante passato della sua amante, Saor si immerge in ricordi specifici, momenti di felicità che gettano nuova luce sull'istinto di sopravvivenza che ha spinto Valentina al peggio.
Fuga documenta la violenza barbarica e omofoba che blocca un'intera comunità ed esplora il trauma subito da una popolazione che nasconde tra le sue fila ex terroristi che non si sono nemmeno pentiti. Più che rappresentare i loro atti, il film li evoca o li cita. La storia della tortura raccontata da Saor dice più di mille immagini. L'osservazione della crudeltà degli uomini (attraverso il racconto stesso o i combattimenti tra galli) e della sensualità della natura lascia un'impressione duratura. La messa in scena del film, i suoni ovattati della vita sapientemente resi dal team di sound design, la luce nebulosa che avvolge i ricordi grazie alla direttrice della fotografia Virginie Surdej e la voce fuori campo – una lettera d'amore e d'addio indirizzata alla defunta dal protagonista – rivelano tutta una parte della memoria della storia traumatica del Perù.
Fuga è prodotto da Clin d’Oeil Films (Belgio) e coprodotto da SNG Studio (Paesi Bassi), Tu vas voir (Francia) e Perpetua Films (Perù).
(Tradotto dal francese)
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