Recensione: Anti-Squat
- Adattarsi? Accettare tutto? Ribellarsi? Nicolas Silhol si addentra ancora una volta negli angoli oscuri del capitalismo moderno con una donna alle prese con scelte moralmente difficili
"Bisogna colpire duro. Fa parte del lavoro. Se non hai la forza di licenziarli, allora sei tu quella che dovrò mandar via". Dopo aver messo a fuoco i cinici eccessi del "lean management" nell'accattivante film del 2017 Corporate [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Nicolas Silhol
scheda film], una strategia altrettanto perversa volta a combattere l'occupazione abusiva di immobili viene sviscerata da Nicolas Silhol – ancora una volta attraverso i tormentosi dilemmi di una protagonista femminile – nel suo secondo lungometraggio Anti-Squat [+leggi anche:
trailer
scheda film], presentato in anteprima mondiale al 16mo Festival del cinema francofono di Angoulême prima dell'uscita nelle sale francesi il 6 settembre con Diaphana. Il risultato è un quadro clinico di una società contemporanea in cui lo stravolgimento delle idee in nome del profitto opera spudoratamente su un crescente stato di precarietà generale, mettendo le persone in situazioni moralmente impossibili.
A 35 anni, Inès (Louise Bourgoin) non ha molta scelta: agente immobiliare in cerca di lavoro, cresce da sola il figlio adolescente Adam (Samy Belkessa) e ha bisogno di trovare rapidamente un alloggio perché il suo padrone di casa vuole vendere la sua attuale abitazione. Per farlo, però, ha bisogno di un lavoro a tempo indeterminato. Per questo motivo, accetta l'offerta di un periodo di prova di due mesi presso Anti-Squat, una società che sta sperimentando un'iniziativa nata in Olanda (e che ora è diventata permanente in Francia, in seguito a una legge approvata nel giugno di quest'anno): per evitare le occupazioni abusive, i residenti temporanei vengono ospitati in edifici vuoti in cambio di affitti incredibilmente bassi, ma non godono dei normali diritti degli affittuari e devono seguire regole molto rigide: non più di due ospiti, niente feste, niente animali, niente bambini, non si può mangiare nelle camere da letto o chiudere le porte, e così via.
Così, Inès lascia il figlio liceale da solo a Parigi e si trasferisce in periferia, in un vasto edificio commerciale abbandonato. Trova degli affittuari per la proprietà (un'infermiera, un'insegnante, un autista privato, un'attrice, un lavoratore saltuario, ecc.) e sorveglia i locali (anche attraverso le telecamere), cercando di adattarsi al suo ruolo e di far rispettare le regole, pur sapendo che sono prive di umanità, il tutto sotto l'occhio critico del figlio rapper e sotto la pressione di una gerarchia anch’essa afflitta da ristrettezze economiche. Più passa il tempo, più i dilemmi di Inès aumentano. Dovrebbe ribellarsi? E se sì, come farlo, senza distruggere le prospettive future sue e di suo figlio?
Portato avanti da una protagonista resa quasi antipatica dalle circostanze, Anti-Squat dipinge un ritratto molto accurato di un clima sociale ed economico spietato e dell'impatto umano molto reale che questo ha, in particolare in termini di educazione dei bambini a cui vengono insegnati valori che vedono quotidianamente disattesi. La freddezza della messa in scena e dell'arredamento (quasi distopico) è perfettamente in sintonia con il tono di questo film altamente istruttivo e relativamente intransigente, che si colloca a pieni voti nella tradizione di un cinema sociale di denuncia attraverso il prisma dell'individuo moralmente lacerato.
Prodotto da Kazak Productions, Anti-Squat è venduto nel mondo da Best Friend Forever.
(Tradotto dal francese)
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.